A un anno dalla morte di Mahsa Amini, la voce delle donne iraniane non ha mai smesso di farsi sentire. Dalla morte della ragazza, giustificata dal non avere indossato il velo in modo “corretto”, la questione del mancato riconoscimento alle donne di diritti fondamentali ha assunto rilevanza internazionale. Media, associazioni per i diritti e governi di diverse regioni del mondo hanno puntato i riflettori sulla brutalità del regime teocratico e sull’estenuante sforzo delle donne iraniane per vedersi riconoscere diritti che spetterebbero dalla nascita.
Una lotta che continua, nonostante la violenza, le brutalità e gli arresti.

In pochi mesi, la dittatura ha incarcerato dalle 20 mila alle 30 mila persone e ne ha giustiziate almeno 537. Tra queste 20 mila, la più recente pochi giorni fa, nel giorno dell’anniversario della morte di Mahsa. Ha 14 anni, si chiama Yekta e ha come unica “colpa” quella di aver partecipato a una protesta in nome della giovane Amini.
A questo punto è legittimo domandarsi quanto sarà necessario andare avanti per veder cambiare la situazione? Quanta tacita violenza dovrà ancora divorare le anime di giovani donne disposte a sacrificare la propria vita nel tentativo di migliorarla?
Cercherò di trovare una risposta a queste domande attraverso la voce di Neda, una giovane donna iraniana che osserva le proprie “sorelle” lottare con tutte le proprie forze.
Qual è stata la tua reazione dopo aver appreso le circostanze della morte di Mahsa Amini?
Non ero sorpresa. Quello di Mahsa Amini non è stato il primo caso di una donna iraniana
ingiustamente arrestata e uccisa. É stato il primo, tuttavia ad ottenere rilevanza internazionale e questo dà speranza alle donne che in suo nome continuano a lottare ogni giorno. Le persone del posto vivono immerse nella paura, sono abituate ma stanche. Vogliono che le cose cambino e sono disposte a lottare. Quarant’anni fa il livello di diritti sociali riconosciuti alle donne era lo stesso, era l’onda del dissenso a mancare. Mia nonna ammira il coraggio dei giovani, le generazioni precedenti si sono adattate e hanno preferito non rischiare ma se non si cambia adesso, non si cambierà mai.
Cosa significa per le donne iraniane il movimento di protesta che si è innescato a partire dalla morte di Mahsa Amini? In che misura pensi possa influenzare la lotta per la conquista di maggiori diritti?
Significa coraggio, provare ad andare avanti. É un inizio che doveva esserci, la strada è lunga e in salita. Lievi cambiamenti già ci sono, molte donne sfidano la paura girando senza velo, altre scendendo nelle piazze a protestare. Puoi agire in qualche modo, ma se parli ci sono sempre ripercussioni. Penso che quelli che si continuano a muovere, giorno dopo giorno, sforzo dopo sforzo, siano i primi passi per abbattere il regime. Non è una questione esclusivamente legata ai diritti delle donne. Cambiare il regime è la condizione necessaria per cambiare la posizione della donna nella società iraniana.

Quali sono le tue considerazioni sugli avvenimenti legati alla commemorazione della morte?
Si ritorna sempre al punto di partenza. Per ogni tentativo di parlarne c’è un tentativo di
repressione. “Per negare che l’hanno uccisa hanno ucciso altre mille persone” mi ripete mia madre. E ha ragione. La dittatura teocratica non ha mai ammesso la propria responsabilità dell’assassinio di Mahsa Amini, piuttosto ha sempre tentato di nascondere la situazione, con l’inganno. Come possono le persone crederci?
In che misura pensi che le donne iraniane residenti al di fuori del territorio possano affiancare la comunità locale nella lotta alla conquista di diritti sociali imprescindibili?
Per la prima volta in decenni, siamo riuscite a raggiungere l’attenzione dei media internazionali. É importante far capire al mondo che alla gente iraniana la situazione non sta bene, che sono stanchi di adattarsi. É giusto che chi sta fuori parli per loro, visto che la loro voce è debole e occultata. Bisogna combattere la disinformazione con l’informazione. Il passo è lento ma siamo sulla strada giusta. È una salita molto ripida, prima o poi si vedrà la cima, non senza sofferenza e altrettanto sacrificio.
A cura di Marianna Campo, con la partecipazione di Neda