Ghana, la discarica dei vestiti usati

Sono numerose le impressionanti foto postate online di pile di vestiti abbandonati sulle spiagge ghanesi. Ad oggi, la capitale del Ghana, Accra, è sommersa da più di cento milioni di capi di abbigliamento usati che escono dalla circolazione e sono sprecati: enormi mucchi di vestiti invadono le spiagge del paese.

La storia di questi vestiti inizia in realtà a migliaia di chilometri dal Golfo di Guinea: essi sono distribuiti da paesi esteri, in particolare Gran Bretagna e Stati Uniti. Solitamente, questi vestiti vengono donati dai cittadini in beneficenza, ma il loro destino è quello di attraversare una parte del pianeta per arrivare in Africa, in particolare in Ghana, che è il terzo paese importatore al mondo di abiti di seconda mano. Il Ghana recupera dunque i rifiuti di abbigliamento del mondo occidentale, creati dalla realtà della fast fashion.

L’ascesa della fast fashion

La fast fashion (in italiano, “moda veloce”) è basata sulla concezione di produzione di massa di abiti a basso costo: centinaia di nuovi vestiti sono presentati tutte le settimane da famose marche, tra le quali troviamo H&M, Zara, Primark, Shein.

Un commerciante di vestiti di seconda mano di fronte ad una pila di “Obroni Wawu”.

Negli ultimi trent’anni, la quantità di capi di abbigliamento acquistati da un americano medio è quintuplicata, ma ogni capo viene indossato in media solo sette volte nell’arco di una vita: l’intero modello di fast fashion è costruito attorno alla costruzione di abiti a basso costo, sfuttando manodopera umana e risorse naturali. Inoltre, per garantire i due fattori principali della fast fashion (rapidità e prezzo), le aziende propongono dei capi di una qualità nettamente inferiore ad altre marche, causando uno spreco di vestiti che si rovinano velocemente.

Ogni settimana, arrivano in Ghana circa 15 milioni di capi di abbigliamento, mentre l’intera popolazione del paese è di soli 30 milioni di abitanti. Ogni volta, i camion scaricano balle di tessuti (cosiddetti Obroni Wawu, o “vestiti dei bianchi morti” nella lingua locale) alle oltre 5000 bancarelle del mercato di Accra; le balle di tessuti vengono acquistate dai commercianti, senza che essi sappiano quali capi contengono, per un prezzo compreso tra i 25 e i 500 dollari ciascuna. Il nome Obroni Wawu è legato al fatto che in Ghana gli abiti sono gettati solo quando una persona muore, non quando non sono più alla moda come capita molto spesso nella nostra società: l’idea di eccesso di vestiti non è un concetto proprio della popolazione ghanese.

Il lavoro dei commercianti del mercato di Kantamanto, il più grande mercato dell’Africa occidentale, non è sufficiente a ridurre l’eccesso di abbigliamento creato dagli occidentali: il 40% di tutte le balle di vestiti inviate finiscono in discarica e sulle spiagge locali, soprattutto quella di Chorkor, vicino ad Accra, creando nella sabbia enormi grovigli (chiamati “tentacoli” dalla popolazione locale). Ogni giorno il governo locale, l’Accra Metropolitan Assembly (AMA), raccoglie 70 tonnellate di rifiuti di abbigliamento dal mercato di Kantamanto e tali capi sono al giorno d’oggi sepolti sotto la sabbia fino a due metri di profondità, oppure in alcuni casi formano un muro alto più di due metri.

Auto parcheggiare ad una delle entrate del mercato di Kantamanto, Ghana.

Le criticità della situazione ghanese

Questa è una crisi ambientale: l’intero settore della fast fashion contribuisce al 20% delle acque reflue (acque inquinate da attività industriali) e al 10% delle emissioni globali di gas. Per lo più, è importante sottolineare l’impatto delle nanoplastiche sugli ecosistemi: esse sono presenti nei tessuti sintetici e vengono rilasciate nell’ambiente durante il ciclo di vita dei vestiti, costituendo una minaccia per la fauna e la flora marine. Inoltre, per produrre una maglietta sono richiesti oltre 2000 litri di acqua, il che ha un grande impatto quando si pensa a tutte le nuove magliette proposte dalla fast fashion ogni settimana. Infatti, secondo i dati della Commissione Europea, il consumo di prodotti tessili ha il quarto impatto più elevato sull’ambiente e sui cambiamenti climatici (dopo l’alimentazione, l’edilizia e la mobilità). In questo caso particolare del Ghana, la maggior parte dei rifiuti tessili viene incenerita mediante l’uso di falò, producendo tossine molto tossiche sia per l’uomo che per il pianeta.

Non si tratta solo di una crisi ambientale, ma anche di una crisi finanziaria per i lavoratori al mercato di Kantamanto: essi infatti non riescono a recuperare i loro soldi spesi per le balle di vestiti a causa della quantità e della bassa qualità dei capi di abbigliamento. 

Parliamo anche di una crisi sociale: l’enorme quantità di vestiti usati provenienti dai paesi occidentali ha reso difficile la competizione per i produttori locali, i quali hanno purtroppo dovuto chiudere i loro stabilimenti e perdere il loro lavoro.

Inoltre, questa situazione potrebbe anche tradursi in una crisi sanitaria: i rifiuti intasano gli scarichi a cielo aperto durante il periodo di inondazioni torrenziali di Accra, aumentando così il rischio di malattie come la malaria e il colera.

Ghanesi alla ricerca di indumenti riutilizzabili in cima a un enorme cumulo di indumenti di seconda mano scartati in una discarica nella zona di Old Fadama ad Accra, Ghana.

In conclusione, la realtà della fast fashion ha un impatto immenso sul pianeta e sulla nostra società sotto diversi punti di vista: il risultato più folgorante possiamo vederlo con i muri di vestiti sulle spiagge del Ghana. Al fine di evitare questo disastro sociale e ambientale, è importante fare scelte ponderate sui nostri acquisti e riflettere sul futuro che avranno i nostri vestiti quando non li indosseremo più.

A cura di Theodora De Pasquale

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