Negli ultimi mesi la Tunisia si è smarcata sempre di più dalla “morsa” del Fondo Monetario Internazionale, allargando lo sguardo verso Mosca e Pechino.
L’FMI incalza sulle riforme strutturali. Europa e Italia tentennano. Saied (presidente della Tunisia) vede nei BRICS un approdo ideale per il suo paese.
È da anni ormai che in Tunisia è in atto un’involuzione democratica che molti osservatori hanno definito “da manuale”.

La svolta autocratica del presidente Kais Saied ha portato, negli ultimi anni, a un’ondata di arresti tra i ranghi dell’opposizione culminati con quello del leader Rachid Ghannouchi, leader di Ennahda, il principale partito islamista di opposizione.
Ghannouchi, che fu a capo del Parlamento tunisino finché Saied non lo sciolse nel 2021, fu stato arrestato con l’accusa di aver cospirato contro la sicurezza dello Stato.

Ghannouchi all’epoca del suo incarico
Il giorno seguente all’arresto del leader islamista il ministro dell’Interno Kamel al-Feki emanò un decreto che proibì a Ennahda (un partito oppositore del presidente) e all’intera coalizione d’opposizione di tenere incontri.
La decisione fu percepita come un ulteriore passo verso la completa messa al bando del Fronte di Salvezza Nazionale (Fsn), formazione nata nell’aprile 2022 per salvare il paese dall’impasse politico scaturito dalla sospensione del parlamento.

Manifestanti in favore dell’Fsn
Il “Guardian” riferisce che la maggior parte dei leader Fsn sono incarcerati con l’accusa di cospirazione.
Questo progressivo deterioramento dei principi democratici nel Paese ha determinato uno stallo nelle trattative con il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) che rischia di procurare un danno fatale all’economia tunisina, da anni gravemente indebitata con l’estero.
Le trattative di finanziamento
Ma di cosa tratta di preciso l’ Fmi? Il Fondo Monetario Internazionale è un’organizzazione internazionale, composta da 190 stati, che ha l’obbiettivo di promuovere la cooperazione monetaria internazionale e di facilitare l’espansione del commercio internazionale attraverso l’elargizione di prestiti a breve-medio termine a paesi in via di sviluppo o in difficoltà economica.
L’ Fmi, inoltre, impone di solito a questi paesi dei “piani di aggiustamento strutturale” come condizioni per ottenere prestiti o condizioni più favorevoli per il rimborso del debito.
Questi piani sono modellati su una visione neoliberista dell’economia e sulla convinzione che il libero mercato sia la soluzione migliore per lo sviluppo economico di questi paesi.
A ottobre, il governo Saied aveva raggiunto un accordo di massima con il Fondo per un pacchetto di aiuti del valore di 2 miliardi di dollari, ma la trattativa è stata congelata poiché Tunisi non ha mai presentato il pacchetto di riforme necessario.
Le richieste dell’FMI includono una maggiore liberalizzazione dell’economia e tagli alla spesa pubblica, in particolare al sistema di sussidi che regola i prezzi dei beni essenziali.

Nonostante il governo stesso avesse inizialmente approvato le condizioni del Fondo Monetario
Internazionale, recentemente il presidente Saied ha descritto quei termini come una “minaccia alla stabilità sociale del paese.“
Motivando il rifiuto allo stanziamento del prestito, Saied ha affermato che “Non accetteremo inaccettabili diktat che porterebbero ad un aumento della povertà”, precisando che il taglio dei sussidi provocherebbe “una rivolta sociale”.
La questione degli aiuti a Tunisi ha assunto un’importanza cruciale nel dibattito europeo e italiano, essendo la Tunisia un paese chiave per la gestione dei flussi migratori.
Reazioni estere
La Commissione Europea starebbe preparando un consistente pacchetto di assistenza macro-finanziaria per la Tunisia e sta esplorando varie opportunità per un ulteriore sostegno al bilancio del Paese, a integrazione dei programmi già esistenti.
Gli Stati membri sono divisi sull’aiuto finanziario da fornire a Tunisi senza il supporto dell’FMI. Per molti un accordo definitivo con il Fondo è essenziale per permettere all’UE di proseguire con il supporto economico.
D’altra parte, i Paesi più coinvolti dalla crisi migratoria come l’Italia spingono affinché l’Europa si faccia avanti e stanzi dei fondi anche senza l’impegno del presidente Saied, in modo da evitare a tutti i costi la bancarotta tunisina.
La Tunisia, infatti, ha le chiavi di almeno una parte della stabilità politica italiana e dei rapporti fra governi europei, dato che dai suoi porti stanno sbarcando la gran parte dei 141 mila migranti che hanno chiesto protezione in Italia nel 2023.
“La Tunisia è un Paese chiave per la stabilità nel Mediterraneo e nel Nord Africa” ha affermato il ministro degli Esteri Antonio Tajani. “Non vogliamo che la Tunisia collassi finanziariamente, sarebbe una cattiva notizia per tutti. Tuttavia, ci servono delle precondizioni politiche” ha aggiunto il titolare della Farnesina, riportando le preoccupazioni di molti Stati che diffidano dal presidente Saied.

Tajani a colloquio con Saied
Parallelamente allo stallo nelle trattative con il Fondo Monetario, si moltiplicano le voci sull’interesse
dimostrato dalla Tunisia ad aderire ai BRICS, il gruppo di economie emergenti che comprende Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, ormai percepito come un contrappeso al G7.
Una scelta di questo tipo garantirebbe al paese una maggiore indipendenza dal Fondo Monetario e, soprattutto, l’accesso a linee di credito senza condizionalità politiche.
Tuttavia, non è ancora chiaro il livello di ufficialità della candidatura. È plausibile che Saied voglia entrare nel blocco, dato il suo orientamento antioccidentale.

Va anche valutata l’ipotesi che la candidatura rappresenti in realtà un tentativo di alzare la pressione sul Fondo Monetario Internazionale: brandire l’opzione russo-cinese potrebbe aumentare la preoccupazione statunitense e spingere gli States a promuovere il prestito dell’FMI nonostante le riserve su Saied.
Se anche la candidatura fosse autentica, sarebbe difficile pensare che venga accettata in breve tempo, poiché la Tunisia è troppo instabile economicamente e politicamente per poter accedere ai BRICS.
Gli esperti aggiungono che oltre alla buona salute economica, il Paese necessita anche di maggiori credenziali antioccidentali per essere preso in considerazione nella BRICS Tower a Shanghai.

Vista computerizzata della BRICS Tower a Shanghai
Per la Tunisia, l’opzione BRICS potrebbe sembrare più invitante perché comporta meno ingerenza straniera dell’alternativa Fondo Monetario/Unione Europea, spesso criticata perché troppo allineata alle policy americane.
D’altra parte, il crescente ruolo della Tunisia come Paese di transito per i migranti in Europa gli ha conferito una significativa leva nelle relazioni con Bruxelles.

Saied e Von Der Layen insieme
La minaccia dell’incremento nei flussi migratori e del collasso economico incombente potrebbe assicurare a Saied un vantaggio nelle trattative tale da permettergli di scegliere liberamente tra le due opzioni.
Alla Tunisia si addice una celebre frase attribuita ad un diplomatico indiano il quale, descrivendo la politica estera del proprio paese, dichiarò: “alcuni stati vedono, in politica estera, o tutto bianco o tutto nero. Noi, invece, vediamo 50 sfumature di grigio”.
Con questa espressione si intende la capacità di molti paesi del cosiddetto “Grande Sud Globale” di muoversi in un mondo sempre più polarizzato senza fare scelte di campo nette e definitive, sfruttando a proprio vantaggio le rivalità e le debolezze altrui.
A cura di Lorenzo Perticarà
Fonti:
La sfida al Fmi e i rischi dei Brics: cosa succede davvero in Tunisia (insideover.com)
Cosa rischia l’Italia con la Tunisia nelle mani di Russia e Algeria (dal grano ai prestiti)- Corriere.it