Elezioni presidenziali in Argentina

Javier Milei, l’ultraliberista di estrema destra, ha vinto lo scorso 19 novembre il ballottaggio delle elezioni presidenziali in Argentina. Con il 96 per cento dei voti scrutinati, ha ottenuto più del 55 per cento dei voti, contro il 44 dell’altro candidato, l’attuale ministro dell’Economia Sergio Massa. Milei prenderà quindi il posto del presidente uscente, Alberto Fernández, e si insedierà il prossimo 10 dicembre.
L’ascesa politica in Argentina di Milei è stata molto rapida e per certi versi “traumatica”. Oltre che sulle tematiche classiche dell’estrema destra, Milei aveva impostato la campagna elettorale in modo fortemente anticonvenzionale, con una grande componente di teatralità: messaggi semplici ed estremi, accompagnati da gesti, retorica e atteggiamenti fortemente populisti. Per combattere l’inflazione e la costante svalutazione del peso argentino aveva promesso di rendere effettiva la dollarizzazione, ossia l’abbandono della moneta nazionale a favore del dollaro.

La campagna elettorale di Milei e di Massa

Durante la sua campagna elettorale, Milei aveva trattato principalmente di temi economici, ma aveva espresso posizioni estreme su quasi ogni argomento: si era detto fortemente contrario all’aborto e alle diagnosi prenatali, ma favorevole alla vendita degli organi, considerati una “risorsa economica” a cui qualcuno può essere costretto ad accedere.
Più che un segno del supporto per Milei, che molti elettori avrebbero votato controvoglia, la sua vittoria viene vista generalmente come un rifiuto da parte degli argentini di Massa, ministro dell’Economia durante una lunga crisi economica e finanziaria, e della classe politica che ha governato l’Argentina negli anni scorsi.
Anche la campagna elettorale di Massa è stata giudicata inefficace: ha cercato di fare leva sulla paura per le posizioni estremiste di Milei, senza però affrontare i temi più preoccupanti per gli elettori, fra cui principalmente il cattivo stato dell’economia.
Nel primo discorso dopo le elezioni, quando era già chiara la sua vittoria, Milei ha detto che “la situazione dell’Argentina è critica. I cambiamenti che servono al nostro paese sono drastici. Non c’è spazio per la gradualità”. Ha anche chiesto al governo precedente di “farsi carico delle proprie responsabilità per arrivare alla fine del mandato, il 10 dicembre”, quando si insedierà Milei.
Secondo molti analisti, una delle sfide maggiori per Milei all’inizio del suo mandato sarà trovare alleati politici che appoggino le sue proposte più radicali. Nonostante abbia vinto le elezioni con una maggioranza molto ampia, il suo movimento politico è molto giovane e non detiene posizioni di potere in Argentina: per esempio nessun governatore provinciale è del suo partito “La Libertà Avanza”. Inoltre, in parlamento dovrà probabilmente allearsi con “Uniti per il Cambiamento”, il partito di centrodestra di Macri e Bullrich, che ha molti più parlamentari di quello di Milei.

L’analisi di Federico Rampini e la dollarizzazione

Per avere uno sguardo più analitico di ciò che Milei intenderà fare a seguito del suo insediamento riporto l’analisi fatta da Federico Rampini, global columnist del Corriere della Sera, riguardo all’intenzione del neoeletto presidente di “dollarizzare” l’Argentina.
Dollarizzazione: è una delle riforme che il neopresidente eletto dagli argentini ha promesso alla nazione“.
L’anarco libertario capitalista Javier Milei ne aveva fatto uno dei temi principali della sua campagna elettorale: togliere dalla circolazione il peso argentino, abolire la banca centrale, usare a tutti gli effetti la valuta degli Stati Uniti come moneta nazionale. Quindi rinunciare alla propria sovranità monetaria, diventando di fatto una propaggine degli Usa in termini valutari. Esiste un termine per descrivere questo cambiamento, è dollarizzazione. Il termine c’è già, perché l’Argentina non sarebbe la prima nazione sovrana a farlo, i precedenti non mancano. Stando all’ultimo censimento sarebbero undici i paesi del mondo dove il dollaro Usa ha sostituito la moneta nazionale, molti dei quali proprio in America latina come Ecuador e Salvador. In Africa c’è lo Zimbabwe (che ha annunciato una parziale retromarcia). Nessuno di questi Stati ha però le dimensioni economiche e la popolazione dell’Argentina (46 milioni) … né un’economia così disastrata.”
Rampini prosegue entrando nel merito della dollarizzazione, spiegandone i precedenti e gli effetti che avrebbe su un paese come l’Argentina.
La logica che sta dietro la dollarizzazione è abbastanza semplice: è soprattutto un modo per domare l’inflazione e la perdita di fiducia nella moneta, privandosi della libertà di svalutare e di aumentare deficit e debito pubblico a dismisura. Tra gli altri obiettivi: arginare le fughe di capitali, ridurre il costo dell’indebitamento internazionale (tutti fenomeni legati sempre alla sfiducia nella moneta), quindi rilanciare la crescita. Altre proposte del neoeletto Milei possono apparire estreme o stravaganti, la dollarizzazione non è per forza una di queste. D’altronde fu proposta e discussa in Argentina già negli anni Novanta. Poiché esistono dei precedenti, la dollarizzazione è stata oggetto di molti studi, sia teorici sia empirici. A chi voglia approfondire il tema consiglio un’analisi ormai classica fatta da due esperti del Fondo monetario internazionale ben 23 anni fa, a riprova che la dollarizzazione aveva già una ricca casistica all’inizio del millennio: “Full Dollarization. The Pros and Cons” di Andrew Berg, Eduardo Borensztein. Lo studio parte da una constatazione pragmatica: la dollarizzazione non è quasi mai uno strappo, una rottura traumatica, il più delle volte accade in paesi dove nei fatti il dollaro è già stato adottato largamente come sostituto di una valuta nazionale a cui nessuno crede più. Vale per altri paesi emergenti, così come per l’Argentina: quando l’iperinflazione riduce le banconote nazionali a carta straccia, chi può si tutela e molte operazioni avvengono in una valuta forte. Quindi la dollarizzazione rende più totale e ufficiale un processo che è già cominciato in forma strisciante nella vita di tutti i giorni.”

Infine, Rampini chiude prevedendo una stagione di forti tensioni sociali a causa delle politiche fortemente restrittive che Milei, presumibilmente, tenterà di attuare.
“È prevedibile che comincerà una stagione di agitazioni sociali contro i suoi piani drastici per ridurre la spesa pubblica. Al coro di allarmi e di catastrofismi che hanno accolto la vittoria dello stravagante Milei, è opportuno ricordare che l’Argentina è stata rovinata dalle politiche dei peronisti, altrimenti non sarebbe ridotta a sperimentare ricette così estreme. Un risvolto internazionale di questa vicenda è importante.
L’Argentina era stata ammessa a far parte dei Brics, il club dei paesi emergenti che all’origine include Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica. L’allargamento dei Brics, deciso al vertice di agosto in Sudafrica, è stato voluto soprattutto da Xi Jinping che spera di trasformare quel club in un contro-G7 con una marcata contrapposizione agli Stati Uniti. La cooptazione dell’Argentina era stata sponsorizzata in particolare dal presidente brasiliano Lula. Sia Xi Jinping sia Lula portano avanti una campagna per ridurre il peso del dollaro nell’economia mondiale. E ora si trovano tra i piedi un nuovo leader argentino molto filo-Usa, che addirittura vuole il dollaro come moneta unica del proprio paese. A Pechino e a Brasilia forse è in corso qualche ripensamento.”

A cura di Lorenzo Perticarà

Fonti:
Elezioni in Argentina, Milei è il nuovo presidente: così «l’anarco-capitalista» ha sconfitto Massa- Corriere.it
«Dollarizzare» l’Argentina: ecco che cosa significa e perché sarebbe uno schiaffo alla Cina | Federico
Rampini- Corriere.it
Milei sarà il nuovo presidente dell’Argentina – Il Post

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