Vittime, complici, partecipanti. Seduttrici, matrone, leader. Quale di questi aggettivi si addice di più a queste figure?
Quello della donna mafiosa è un personaggio che nella cultura pop ha ricevuto differenti e innumerevoli connotazioni, che la dipingono in una gamma di sfumature vastissima: madri devote, figlie sofferenti, mogli silenziose e servizievoli, o ancora “lady boss”, seduttrici letali, principesse del crimine. Ma qual è la verità che si cela dietro queste rappresentazioni?
Naturalmente, la realtà possiede molte più sfaccettature e tonalità, che però appaiono spesso limitate nella costruzione di personaggi, a volte stereotipati, prodotti dall’industria culturale italiana e estera.
Ciò che ci interessa sapere è questo: cosa è stato finora scoperto delle donne partecipanti a famiglie o associazioni mafiose, quali erano i loro ruoli, le loro aspirazioni e, soprattutto, in che modo si relazionavano con la vita che conducevano.

Nonostante siano sicuramente esistite donne che, pur essendo associate a queste organizzazioni criminali, avessero un ruolo secondario o passivo e guardassero alle attività mafiose stando in disparte, sempre più spesso capita invece trovarle in posizioni di spiccato rilievo all’interno dei clan. Tali posizioni sono rispettate e temute, e le rendono in grado di dare ordini e di vederli eseguiti, di elargire punizioni e premi, di essere il collante che unisce gli altri membri e anche la scure che falcia i nemici; in sostanza, oggi hanno sempre più un ruolo di gestione, mantenimento e trasformazione delle strutture mafiose. Sebbene tale ruolo sia raramente ufficiale e molto spesso solo vicario, è presente all’interno di organizzazioni come Cosa Nostra, la ’Ndrangheta e la Camorra, pur ovviamente con le dovute differenze.
A seguito del numero sempre crescente di processi contro la mafia che sono avvenuti nel corso degli ultimi decenni, i clan si sono dovuti evolvere, trasformare, sia strutturalmente sia funzionalmente: mentre la tradizione vuole le donne relegate alla funzione primaria di trasmissione dei valori e delle norme del gruppo alle nuove generazioni, creando una nuova moralità autonoma che legittima la violenza e le vendette per rispondere al codice dell’onore, la cattura di padri, mariti e fratelli ha portato lo scettro del potere nelle loro mani. Anche se il capo è in latitanza o rinchiuso in prigione, bisogna mandare avanti l’attività, e chi è meglio indicato per questo lavoro se non proprio quelle figure con le quali quegli uomini condividevano ogni singolo segreto?
Non è da ritenere, tuttavia, che sia un esempio di emancipazione femminile; infatti, la cultura mafiosa italiana è ancora profondamente patriarcale e accetta che le donne siano al vertice della piramide solo per ragioni di necessità o su ordini espliciti del “boss”.

Ed è così che sorgono queste personalità, già temprate dall’immoralità e dalla violenza con cui sono state a contatto tutta la vita, e ora investite di ruoli tipicamente maschili di cui, volenti o nolenti, devono farsi carico per non far sprofondare i loro cari e altri membri della “famiglia” nelle morse delle organizzazioni sorelle o nelle investigazioni statali.
Ci sono molte storie esemplari che potremmo raccontare, ma abbiamo scelte quattro figure che mostrano quanto è stato esposto sopra: Giuseppina Pesce, Anna Mazza, Rosetta Cutolo e la piccola Rita Atria.
Nata nella cosca calabrese dei Pesce-Bellocco, Giuseppina Pesce passò i suoi anni nel clan occupandosi principalmente delle attività economiche legate al narcotraffico e al controllo sul territorio. Figlia di Salvatore Pesce e sorella di Marcello, il suo ruolo nel clan non era stato ereditato da un familiare maschile, ma lo aveva ottenuto grazie alla sua appartenenza diretta alla famiglia d’origine e, quindi, all’accesso privilegiato agli affari di famiglia, oltre che alle sue capacità personali e “professionali”. Quando però, da quanto ha dichiarato lei stessa, la pressione familiare ha iniziato a gravare come un macigno in tutti gli aspetti della sua vita, facendole sviluppare una crescente disillusione nei confronti del clan, Giuseppina Pesce si trovò nella condizione di dover prendere una scelta di vita: nel 2013 quindi, dopo pressioni non solo psicologiche ma anche legali, ha deciso di rinnegare il suo passato e diventare una “pentita”, rimettendosi nelle mani dello Stato, chiedendo protezione in cambio della condivisione con le forze dell’ordine di un mondo che, pur avendola cresciuta, si era rivelato sempre più pericoloso e spesso mortale. Ha dimostrato che i leali legami familiari della ‘Ndrangheta possono essere infranti, oltre che dagli uomini, anche dalle donne.

La seconda protagonista di questa raccolta, Anna Mazza, venne soprannominata “la Vedova della Camorra”, a causa dell’omicidio del marito Luigi Moccia nel 1974. Prese subito il controllo degli affari del clan, concentrati principalmente nel racket delle estorsioni, delle attività edilizie e del controllo del territorio di Afragola, nel Napoletano. Il suo caso è una delle poche eccezioni di potere ufficiale riconosciuto dagli altri membri, anche se forse solo in sostituzione del potente marito.
Sempre nella Camorra, una leader importante fu Rosetta Cutolo, protagonista indiscussa del clan tra gli anni ’70 e ’80, che raggiunse il potere ereditandolo all’incarcerazione del fratello Raffaele, capo e fondatore della NCO, Nuova Camorra Organizzata, che lei gestì formalmente e attivamente: donna scaltra, discreta e dotata di incredibili capacità strategiche, mentre si tirava apparentemente fuori dalla violenza diretta, incarnava l’anello di congiunzione tra il fratello in carcere e gli affiliati e gestiva la logistica e la pianificazione delle operazioni, agendo sempre dal retroscena.
Ma cosa dire, infine, di chi, riconoscendo fin dall’infanzia la crudeltà e la violenza di un mondo inumano, ha tentato di uscirne già dalla prima adolescenza?

La giovanissima Rita Atria che, nata nel 1974 in provincia di Trapani, a Partanna, figlia di un mafioso siciliano, ha trovato il coraggio e la forza di lasciarsi quel mondo alle spalle prima che contaminasse la sua coscienza e la sua vita più di quanto avesse già fatto. Dopo la violenta morte del fratello e del padre, infatti, Rita chiese aiuto a sua cognata, già scappata da quell’ambiente, che la indirizzò sulla strada del giudice Paolo Borsellino: così Rita venne trasferita a Roma, dove iniziò a frequentare il Liceo Classico Augusto assumendo una nuova identità, e inizio a collaborare con le forze dell’ordine per rivelare ciò che sapeva; ma anche se dall’esterno la sua vita sembrava aver visto una svolta in positivo, a 18 anni, dopo la morte del suo protettore Borsellino, fu travolta dall’anomia della sua nuova situazione, il 26 luglio 1992, si suicidò lanciandosi dal settimo piano.
Ma la solitudine e la disperazione di chi tenta di uscire da un sistema chiuso in partenza non è visibile solo nella storia di Rita: non sappiamo, e neanche possiamo arrotondare, un numero preciso che possa rappresentare tutti coloro che, cercando una vita migliore, vengono nuovamente risucchiati nel vortice della violenza e della segretezza in cui hanno passato tutta la loro vita, pur avendo, molto spesso, provato a sfuggirgli. La mafia prende e non dà niente: chi non ne è membro attivo e consenziente diviene automaticamente un peso e un ostacolo da abbattere, un nemico al pari degli oppositori pubblici e franchi.
A cura di Chiara Nobili