Il fatto
Nel giornata di venerdì 29 Novembre, le truppe ribelli siriane che si oppongono al governo di Bashar al-Assad sono avanzate nel nord del paese fino a raggiungere Aleppo. L’avanzata, guidata dal gruppo di militanti islamisti Hayat Tahrir al-Shamera, era iniziata mercoledì 27 novembre, quando i ribelli si sono resi protagonisti di una serie di attacchi verso diversi paesini nel nord della provincia della capitale – territori controllati da Assad, dalla Russia e dall’Iran – giungendo infine ad Aleppo. Questa avanzata così repentina è dovuta ad uno scarso impiego di forze umane iraniane nelle provincie limitrofe, a detta del comandante dei ribelli Mustafa Abdul Jaber.
La controffensiva dei ribelli siriani è stato un vero e proprio attacco lampo ed il fattore chiave della loro controffensiva è stato proprio il tempismo. Il regime di Bashar al-Assad, sostenuto dalla Russia e dall’Iran, deve parte della sua sopravvivenza alla guerra civile siriana, iniziata nel 2011 durante le “Primavere Arabe” e poi evoluta in un conflitto regionale e internazionale. La Russia fornisce supporto militare diretto, soprattutto attraverso le basi strategiche di Latakia e Tartus, mentre l’Iran opera principalmente in maniera indiretta tramite le milizie libanesi di Hezbollah, gruppi armati sciiti iracheni e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Gli insorti siriani avrebbero sfruttato la minore attenzione russa, dovuta all’impegno in Ucraina e su altri fronti, l’indebolimento della rete iraniana, colpita da raid aerei israeliani mirati a leader e infrastrutture filo-iraniane sia in Libano sia in Siria , e l’indebolimento di Hezbollah, anch’esso impegnato nel conflitto israelo-palestinese.

Il Background
La Siria è uno di quei paesi figli delle Primavere Arabe. Questa affermazione, spesso utilizzata impropriamente, è inesatta. Territorialmente parlando la zona dell’attuale Siria rappresenta la culla della civiltà moderna, essa infatti è locata sull’insenatura del fiume Eufrate, nel cuore della Mesopotamia. Si tratta, di fatto, di una delle zone del mondo più antiche e rilevanti in senso storico, in cui numerosissime civiltà sono sorte e altrettante ne sono cadute e altrettanti filosofi, architetti, matematici, artisti e astronomi vi sono passati. Volendo dare un dato rilevante, Damasco ed Aleppo, le due città più importanti della Siria, sono le due città più antiche ancora attualmente abitate e la loro fondazione si attesta all’incirca attorno al 2500 a.C. Dunque, storicamente parlando, la zona è stata dominata da numerosissime civiltà, dagli egiziani ai babilonesi, dai persiani agli ellenici passando poi per gli Ottomani, fino ad arrivare, oggi, a un paese distrutto dalle iper-potenze globali.
Nonostante la Siria sia uno stato sovrano ed indipendente dal 1946, la storia del paese può essere riconsiderata a partire dal 2000 e dal 2011, date cruciali per capire ciò che sta accadendo ora. Nel 2000, infatti, Bashar al-Assad è subentrato al potere dopo la morte del padre Hafez al-Assad per un arresto cardiaco. Hafez aveva designato originariamente come erede suo figlio Basil, morto prematuramente nel 1994 a soli 31 anni per un incidente stradale.

Nel 2011, invece, sono scoppiate le Primavere Arabe, ovvero un movimento generale di proteste e moti insurrezionali originatosi in Tunisia ma diffusosi in tutta la regione MENA (Middle East and North Africa) che ha portato a conseguenze più o meno impattanti nei vari paesi. Il caso della Siria è uno dei casi più complessi, dato che i moti del 2011 hanno generato una guerra civile che va avanti da allora, ed ha aperto una frattura difficilmente risanabile. Nel 2011, a seguito delle proteste, la Siria precipita in una crisi politica che evolve rapidamente in una guerra civile. Successivamente, si formano numerosi gruppi di opposizione armata, con defezioni di soldati dall’esercito regolare, che fondano l’Esercito Siriano Libero.
Nel 2012, i combattimenti si estendono a Damasco e Aleppo, mentre le repressioni del governo si intensificano. Con il progredire del conflitto, ne avviene la sua internazionalizzazione attraverso l’apertura di vari fronti e con la centralizzazione del ruolo delle forze Jihadiste. Il Fronte al-Nusra, affiliato ad Al-Qaeda, si distingue nel governatorato di Idlib, città situata nel nord del paese. Nel 2013, alcune sue unità si separano per formare lo Stato Islamico (ISIS), che nel 2014 lancia una vasta offensiva in Iraq e proclama la nascita di un califfato a cavallo tra Siria e Iraq. Composto da migliaia di miliziani stranieri reclutati anche tramite propaganda online, l’ISIS combatte contro tutte le altre fazioni: il governo siriano, i ribelli, il Fronte al-Nusra e le Unità di Protezione Popolare curde.
Nel settembre dello sesso anno, una coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti inizia a bombardare l’ISIS in Iraq e a sostenere le truppe curde assediate a Kobanê. Francia, Regno Unito e Russia intensificano i loro attacchi nel 2015: la Russia, in particolare, avvia una campagna aerea cruciale in ottobre, permettendo al regime di Assad di riconquistare aree chiave, come Aleppo, che cade definitivamente nel dicembre 2016 dopo una lunga battaglia. L’intervento russo, insieme a quello iraniano e delle milizie sciite, inclusa Hezbollah, consente ad Assad di consolidare il controllo su oltre il 60% del Paese nel 2018.

E Ora?
Con gli eventi di questi giorni si riapre una frattura che non era mai stata chiusa. Nella storia di questo conflitto il tempismo è stato un fattore chiave, e non è un caso che, dopo lo scoppio del conflitto Israelo-Palestinese, la tregua sul cessate il fuoco in Libano, il coinvolgimento dell’Iran e l’impegno della Russia in Ucraina, sia ricominciata la controffensiva anti-Assad.
La stessa sopravvivenza di Assad non è assicurata. Il suo regime è resistito principalmente grazie al supporto di Russia, Iran ed Hezbollah, ma Mosca è sempre più impegnata a livello economico, militare ed umano sul fronte ucraino, mentre Teheran ed Hezbollah sul fronte israeliano. I sistemi di alleanze che hanno retto in questi anni sono in bilico ora più che mai, e qualora il Cremlino non dovesse più ritenere Bashar al-Assad adatto a gestire questa situazione, allora non sarebbe impensabile un cambio di governo. Assad si trova sempre più isolato e, con l’allargamento dei conflitti e l’apertura dei diversi fronti, è difficile immaginare uno scenario in cui in questo stato non raggiunga il punto di non ritorno, portando a un tracollo economico, politico, militare e sociale come mai prima d’ora.
A cura di Marco Antonio Mollaioli