Nonostante in Sudafrica l’apartheid sia stato abolito, nel paese permangono forti disuguaglianze economiche tra bianchi e neri nonché sentimenti indipendentisti da parte della comunità afrikaner, che ha deciso di stabilirsi nella città di Orania. Tuttavia, prima di analizzare la suddetta città, è necessario fare un passo indietro per capire chi sono gli afrikaner e cosa è stato l’apartheid.
Gli afrikaner sono bianchi residenti in Sudafrica e discendenti dei primi coloni europei del paese, i boeri (dall’olandese “contadini”), cittadini perlopiù di nazionalità appunto olandese anche se vi erano anche gruppi di francesi e tedeschi, che iniziarono ad insediarsi nella nazione già a partire dal 1600. Essendo di derivazione principalmente olandese, gli afrikaner sono calvinisti, ma hanno sviluppato una propria lingua, l’afrikaans, analoga per certi versi a quella dei Paesi Bassi perché sua diretta discendente, ma differente per altri. Infatti, olandese e afrikaans possiedono molte parole somiglianti dal punto di vista fonetico e lessicale, tuttavia entrambe le lingue hanno intrapreso percorsi differenti. L’afrikaans ha una pronuncia e una grammatica più scorrevole e lineare dell’olandese. Inoltre, la prima ha un bagaglio culturale differente da quello della seconda, poiché ha assimilato termini provenienti dalle lingue sudafricane, tra cui il bantu e il khoisan, mentre l’altra ha inglobato altri lemmi europei provenienti dal latino, dall’inglese o dal francese.
In reazione all’occupazione inglese del Sudafrica agli inizi del 1800, all’emigrazione tra il 1835 e il 1845 di diverse migliaia di boeri verso oriente per creare nuovi insediamenti al di fuori della dominazione britannica (evento conosciuto con il nome di “Grande Trek”) e alle due guerre boere combattute tra boeri e inglesi (a causa delle mire espansionistiche dei secondi sulle due repubbliche create dai primi proprio in seguito al Grande Trek, ossia il Transvaal e lo Stato Libero dell’Orange), nel diciannovesimo secolo si assistette alla nascita e allo sviluppo del nazionalismo afrikaner. Altri fattori, come l’immigrazione di massa nel medesimo secolo di cittadini provenienti da India, Pakistan e Bangladesh impiegati principalmente nel settore minerario, la fondazione del Congresso Nazionale Africano nel 1912 e di altre associazioni per denunciare il trattamento riservato ai cittadini neri da parte della minoranza bianca (che già ben prima dell’apartheid aveva imposto leggi discriminatorie verso i sudafricani non europei) e la Grande Depressione degli anni 30’ che impoverì considerevolmente la minoranza afrikaner, costringendola a trasferirsi nelle città e ad accettare lavori di manodopera poco qualificata, avrebbero contribuito all’accentuazione di tale sentimento.
A livello politico, tale nazionalismo si tradusse nella creazione nel 1914 del Partito Nazionale, responsabile dell’implementazione nel paese di un regime di segregazione razziale (il quale si dimostrò l’ampliamento delle preesistenti leggi discriminatorie verso sudafricani non bianchi), meglio noto con il nome di “apartheid” (dalla lingua afrikaans che significa “separazione”), dal 1948 al 1994. Alla base di questo sistema, vi era la convinzione dei nazionalisti afrikaner che la loro identità fosse un “dono di Dio” e che dovesse essere salvaguardata dalle altre etnie. Tra i principali e sciagurati punti di questo regime si annoveravano la suddivisione della popolazione in quattro fasce (bantu (tutti i cittadini neri), asiatici (indiani e pakistani), bianchi e “coloured” (frutto di matrimoni interrazziali)) sulla base di considerazioni pseudoscientifiche e la suddivisione geografica del paese in base alla “razza”, il che di fatto si sostanziò nell’attribuzione di più dell’80% delle terre del paese ai bianchi. Uno dei principali ideologi di questo sistema fu Hendrik Frensch Verwoerd, conosciuto come “l’architetto dell’apartheid” e primo ministro del paese dal 1958 al 1966, anno in cui venne assassinato dall’attivista greco-mozambicano Dimitri Tsafendas. A livello internazionale l’apartheid venne condannato, ad esempio, nel 1962 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite mediante la risoluzione n° 1761 e nel 1985 mediante sanzioni economiche da parte di Washington e Londra.
Agli inizi degli anni 90’ il governo de Klerk smantellò l’apartheid mediante tra le altre cose una nuova costituzione, emanata nel 1993 e che estendeva il diritto di voto a tutte le etnie del paese, e la scarcerazione nel 1990, dopo 27 anni in prigione, dell’attività anti-apartheid Nelson Mandela, che divenne leader del Congresso Nazionale Africano nel 1991 e primo presidente democraticamente eletto nel paese alle elezioni del 1994. In un siffatto contesto, alcuni afrikaner rivolsero l’attenzione alla città di Orania. Inizialmente conosciuta con il nome di Vluytjeskraal, cambiato poi in Orania (variazione del termine afrikaans oranje che significa “arancione”, dal nome dell’omonimo fiume che sorgeva vicino ad essa) a seguito di un concorso per rinominarla, la città venne fondata negli anni 60’ per ospitare i lavoratori per la costruzione della diga P. K. Le Roux (ora conosciuta come “diga di Vanderkloof”), che ad oggi serve per irrigare oltre 100.000 ettari di terreni coltivabili.
Una volta terminato il progetto a fine anni 70’, la città, situata più o meno al centro del Sudafrica nella provincia del Capo Settentrionale e a 700 km da Pretoria, venne in gran parte abbandonata per poi essere acquistata nel 1991 da una società privata, la Orania Bestuursdienste, che sfrattò i pochi lavoratori “coloured” ancora presenti nell’insediamento e che aveva come obiettivo l’autodeterminazione degli afrikaner mediante la creazione di uno stato indipendente (un volkstaat). L’economia della città è principalmente agricola, anche se può contare su altri settori, come commercio, edilizia e turismo. La città possiede almeno 3000 abitanti, anche se il numero è in costante aumento. Nel 1995, la città venne visitata da Mandela, che lì incontrò Betsy, la vedova novantaquattrenne di Verwoerd. Il simbolo della città è un bambino chiamato Klein Reus (“piccolo gigante”) che si rimbocca le maniche, simbolo di perseveranza e lavoro sodo in mancanza di aiuti esterni. Sebbene gli abitanti della città dichiarino di non essere razzisti, non sono mancati episodi di violenza a sfondo razziale, come quando una macchina tappezzata da adesivi di Orania rincorse e diede fastidio ad un cinquantacinquenne e a sua moglie. Più recentemente, i residenti della città hanno richiesto l’assistenza di Trump per l’indipendenza.
Pertanto, la situazione è in continuo divenire per una nazione che, nonostante siano passati 30 anni, fatica ancora a voltare pagina da uno dei periodi più bui della sua storia.
A cura di Alessandro Bossi