8 agosto 2025. Studio Ovale, Casa Bianca. Donald Trump è seduto sulla sua scrivania e stringe, con entrambe le mani, l’unione formale fra il primo ministro armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev, entrambi in piedi. Fotografia storica.
È un accordo di pace dopo quasi quarant’anni di sanguinoso conflitto.
Dopo la caduta dell’Unione Sovietica nel 1991, infatti, di cui sia Armenia che Azerbaigian erano parte, i separatisti armeni della regione azera del Nagorno-Karabach presero il controllo di alcune aree del territorio, dichiarandolo poco dopo Stato indipendente sotto il nome di Repubblica di Artsakh, per ottenere l’annessione all’Armenia. Le tensioni che seguirono sfociarono nello scoppio della prima guerra del Karabakh, in cui persero la vita 30.000 persone e a centinaia di migliaia di sfollati, che si concluse con il Protocollo di Bishkek, firmato in Kirghizistan sotto mediazione russa. Nonostante le continue provocazioni, l’accordo resistette fino al 2016, quando scoppiò la guerra dei quattro giorni, in cui ci fu un’escalation lungo il fronte che culminò con la vasta offensiva militare dell’Azerbaigian nel 2020, facendo scoppiare la seconda guerra del Karabakh. Al termine di essa, Baku aveva riconquistato ampie parti della regione, e venne siglato un altro accordo di pace, anche questo mediato dalla Russia, che riconosceva all’Azerbaigian il controllo delle zone conquistate. Il patto prevedeva inoltre l’invio, per almeno 5 anni, di 2.000 soldati russi come forze di pace. Infine, a settembre 2023, la Repubblica azera condusse un’operazione lampo sulla porzione di Artsakh rimasta ancora in piedi, ponendovi fine in un solo giorno. L’Armenia, abbandonata dagli alleati, firmò un armistizio dopo 24 ore. Seguì l’esodo forzato di oltre 100.000 armeni (circa il 99% della popolazione del Nagorno-Karabakh), evento definito da molti analisti come pulizia etnica; come conseguenza, la Repubblica di Artsakh si sciolse.
Il documento firmato a Washington prevede, fra l’altro, una clausola economica dirompente: l’Armenia consentirà il passaggio nei 43,5 chilometri del Corridoio di Zangezur, ribattezzato Trump Route for International Peace and Prosperity (TRIPP), che collegherà l’Azerbaigian alla regione di Nekhchivan, un’exclave azera all’interno del territorio armeno al confine turco. Il corridoio sarà soggetto alle leggi armene, ma gli USA manterranno i diritti esclusivi per la costruzione del progetto per i prossimi 99 anni, e ad occuparsene sarà un gruppo di aziende private statunitensi, interessate anche a sviluppare un oleodotto, un gasdotto, una ferrovia e una linea di fibra ottica.
Inoltre, un’altra componente fondamentale dell’accordo sembrano essere stati anche i patti bilaterali che gli Stati Uniti firmeranno con entrambi gli Stati riguardo il commercio, transito, energia, infrastrutture e tecnologia.
Tuttavia, il testo completo dell’accordo, composto da 17 articoli, è stato pubblicato ma non è ancora stato firmato né ratificato, poiché l’Azerbaigian ha posto che sono necessarie ulteriori clausole da soddisfare, quali la modifica della Costituzione armena per rimuovere ogni riferimento al Nagorno-Karabakh come territorio nazionale e la restituzione di quattro villaggi.
Per di più, il testo non affronta minimamente i nodi umanitari, come le centinaia di migliaia di armeni sfollati e la liberazione dei prigionieri di guerra.
Se l’accordo dovesse consolidarsi, Washington potrebbe rafforzare in modo significativo la propria influenza in una regione strategica di snodo tra Europa e Medio Oriente, ridimensionando il margine d’azione di Russia, Iran e Cina. La sconfitta più amara sarebbe senza dubbio per il Cremlino che, impegnato nell’invasione dell’Ucraina, ha dovuto abbandonare il ruolo di garante nel Caucaso. Il ritiro delle forze di interposizione e il silenzio politico di fronte all’avanzata azera hanno rappresentato non solo un insuccesso diplomatico, ma anche, agli occhi di molti armeni, un vero e proprio tradimento. Per Teheran si tratta di un’esclusione sonora: il TRIPP, difatti, marginalizza la Repubblica Islamica da una rotta commerciale e strategica chiave, indebolendo pesantemente le sue posizioni nella regione. Per Pechino, invece, è un passo indietro nel suo progetto di egemonizzazione centro-sud globale, essendo il Caucaso cruciale per la Belt & Road Initiative.
Altri soggetti internazionali gongolano, a partire dallo stesso Azerbaigian, che consolida il pieno controllo sui territori contesi, ottenendone anche il riconoscimento internazionale, e rafforza la sua posizione come hub logistico e di transito strategico su scala globale. L’intesa apre la strada al potenziamento delle infrastrutture e al rafforzamento dell’influenza regionale, mentre la prosecuzione delle forniture di gas verso l’Europa consolida il ruolo di Baku come partner energetico chiave per il vecchio continente. A trarne vantaggio è sicuramente anche la Turchia, che vede rinsaldarsi l’asse turca-azera e si avvicina al tanto bramato progetto di Erdogan: un corridoio diretto dal Mar Caspio al Mediterraneo, passando per l’Armenia.
A chiudere il triangolo vincente, seppur più silenziosamente, figura anche Israele. Negli ultimi anni, infatti, Tel Aviv ha stretto un rapporto strategico con l’Azerbaigian, fornendo droni d’attacco, missili guidati e tecnologia militare avanzata. In cambio, Baku garantisce una quota rilevante delle forniture energetiche israeliane. Questo scambio ha inciso direttamente sull’esito del conflitto, permettendo all’Azerbaigian di ottenere un vantaggio tecnologico schiacciante e di chiudere rapidamente la partita militare in Artsakh.
Ma, oggi come in passato, la vera vittima di questa pace fittizia è il popolo armeno. Costretto a vivere nel periodo più basso della parabola geopolitica del suo paese, scende in piazza a migliaia per le strade di Yerevan, rischiando l’arresto ad ogni protesta, mentre i villaggi si svuotano, terre vengono perdute e cimiteri abbandonati. Molti armeni vivono sospesi in un limbo, senza reali prospettive di reintegrazione e con un radicato senso di ingiustizia. Quel documento firmato nello Studio Ovale porta il nome di “pace”, ma nella sostanza è l’ennesimo accordo commerciale che ignora la storia e la tradizione di un popolo sull’orlo di perdere tutto.
A cura di Leonardo Crimaldi