NESSUNO INVIDIA IL PROSSIMO PRESIDENTE COLOMBIANO

In una recente intervista all’«Economist», la candidata indipendente alle elezioni presidenziali del prossimo anno, Vicky Dávila, ha definito la Colombia un Paese “alle porte dell’inferno”. Un’espressione sensazionalistica, figlia del clima preelettorale, ma che fotografa una situazione reale: chiunque succederà a Gustavo Petro, primo presidente di sinistra della storia colombiana, si troverà a gestire un panorama sempre più complesso. 

Per quanto ben lontani dal picco degli anni ‘90, i livelli di violenza nello Stato sudamericano sono tornati a innalzarsi, come dimostrano l’assassinio del candidato presidenziale Miguel Uribe lo scorso giugno, la recente deroga concessa dagli USA agli obblighi imposti nella lotta contro il narcotraffico, ma soprattutto le recenti statistiche che dimostrano il fallimento della Paz Total, l’ambizioso piano di riconciliazione nazionale promosso da Petro sin dall’inizio del suo mandato. Numeri alla mano, dal 2022 i membri dei gruppi armati sono quasi raddoppiati, con almeno un gruppo presente nella metà delle municipalità e un incremento record delle coltivazioni di cocaina, cui si assomma un aumento consistente di estorsioni e rapimenti.

L’economia è un capitolo a parte. Il tasso di disoccupazione a luglio ha toccato l’8.8%, percentuale ottima se comparata ai numeri degli ultimi venticinque anni. Da quando Petro è in carica, l’inflazione si è sostanzialmente dimezzata e i flussi turistici hanno registrato una crescita di due milioni di visitatori nel 2025 rispetto ai due anni precedenti. Tuttavia, circa il 60% dei lavoratori è impiegato nel sommerso e non paga alcuna tassa. Peraltro, il numero di persone sotto la soglia della povertà estrema non ha registrato alcun miglioramento. Al centro del dibattito pubblico c’è poi la questione del salario minimo: il suo incremento, fortemente voluto dall’amministrazione uscente, disincentiva l’assunzione regolare e alimenta vieppiù il mercato del lavoro informale. Tutto questo pone seri dubbi sulla sostenibilità della crescita economica del Paese. 

Inoltre, lo Stato ha assunto una presenza ingombrante sul terreno della sanità: le continue deroghe ai limiti legali di spesa, che gli stessi enti contabili governativi hanno definito “non necessarie”, spingeranno il debito pubblico a tassi record. 

Le istituzioni presentano frustrazione e caos, in media ogni 20 giorni il presidente deve nominare un nuovo ministro per far fronte alle dimissioni di quelli in carica. Casistica presentatasi l’ultima volta lo scorso 4 settembre quando, in seguito all’elezione di un giudice sostenuto dallo stesso Petro, i ministri del Lavoro, Antonio Sanguino, già succeduto a Gloria Inés Ramírez, dimessasi lo scorso febbraio, del Commercio, Diana Morales, e delle Tecnologie dell’informazione, Julian Molina, appartenenti a partiti diversi da quello del presidente, hanno deciso di fare un passo indietro presentando ad Armando Benedetti, ministro dell’Interno la richiesta di abdicazione dai suddetti ruoli. D’altra parte, il Senato ha eletto un nuovo giudice costituzionale sostenuto dall’opposizione, Carlos Camargo, rendendo con buona probabilità ancora più difficoltoso, per l’esecutivo in carica, l’approvazione di nuove riforme. 

In aggiunta, i rapporti tra la Banca centrale e il governo si fanno sempre più logori. Petro, all’inizio di agosto 2025 si è scagliato contro l’istituto centrale con un post sulla piattaforma X, dichiarando che “vuole distruggere l’economia colombiana”, facendo riferimento alla scelta, non unanime all’interno del consiglio direttivo, di mantenere il tasso di interesse di riferimento invariato al 9,25%. Ha espresso riserve anche il ministro delle Finanze, German Ávila, sottolineando come la proposta governativa fosse orientata a ridurre il tasso ai fini di adeguarsi al rallentamento dell’inflazione, data l’aspettativa che quest’ultima arrivi al 4,5% entro fine anno. 

Va annoverato, infine, il clima di tensione presente anche nei rapporti tra potere esecutivo e potere legislativo. Al centro delle ultime frizioni vi è stata la riforma del lavoro, protagonista di un dibattito che si protrae da anni, fino a quando, per ovviare alle continue lungaggini in seno alle aule parlamentari, il presidente ha proposto di sottoporla a quesito referendario, ponendo in tal modo il Senato con le spalle al muro. Trovatosi alle strette, quest’ultimo ha discusso e approvato la riforma lo scorso 17 settembre, il quale testo prevede, tra le altre cose, che i contratti a tempo determinato diventino a tempo indeterminato dopo quattro rinnovi consecutivi. 

È evidente che il Paese versa in uno stato di incertezza politica e conflitti istituzionali, rendendo il lavoro di chi sarà eletto l’anno venturo a dir poco difficoltoso, per non dire erculeo. La Colombia non sarà davvero alle porte dell’inferno, ma non sarà facile per nessuno raccogliere i cocci di questo scenario e restituire fiducia ai cittadini tracciando una rotta credibile. 

A cura di Carmine Barretta

Sitografia:

https://edition.cnn.com/2025/09/15/politics/trump-administration-colombia-drug-trafficking

https://www.economist.com/the-americas/2025/09/21/is-colombia-at-the-gates-of-hell

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/americalatina/2025/08/01/petro-contro-la-banca-centrale-colombiana-distrugge-leconomia_0fd35e49-9f65-4429-b98a-3b1f854b675f.html

https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/americalatina/2025/06/18/colombia-senato-approva-la-riforma-del-lavoro-voluta-da-petro_26788fd4-e92d-4554-bc47-38296c668f17.html

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