Zohran Mamdani è il nuovo sindaco di New York: al bivio la politica USA

“Questa è la nostra New York, una città che appartiene a chi la vive, non a chi la possiede”.

Il 4 novembre 2025 New York ha vissuto una delle sue serate più sorprendenti in campo politico. La città che più di ogni altra incarna la complessità, le contraddizioni e le promesse dell’America contemporanea ha eletto come sindaco Zohran Mamdani, un giovane politico di origini ugandesi e indiane, musulmano, socialista democratico. La sua vittoria non rappresenta solo una svolta generazionale o identitaria, ma il segno di un profondo mutamento politico e sociale all’interno della metropoli più influente degli Stati Uniti.

Mamdani è nato a Kampala nel 1991, ma la sua famiglia fu costretta a lasciare l’Uganda, trovando rifugio prima in Sudafrica e poi a New York, dove il futuro sindaco è cresciuto nel Queens. È qui che ha sviluppato il suo legame con la città e il suo sguardo politico, alimentato dall’esperienza diretta della vita nei quartieri popolari, tra famiglie di migranti, lavoratori precari e comunità multietniche. Il suo attivismo politico prese forma negli anni delle lotte contro la gentrificazione e per la giustizia abitativa, fino alla candidatura all’Assemblea dello Stato di New York, dove nel 2021 fu eletto per il distretto 36 del Queens come rappresentante dei Democratic Socialists of America (DSA).

Quando nel 2024 annunciò la sua intenzione di candidarsi a sindaco di New York, pochi presero sul serio le sue possibilità. La città era ancora governata da Eric Adams, ex poliziotto e figura centrista, mentre i sondaggi iniziali collocavano Mamdani attorno all’1%. Ma nel giro di pochi mesi la sua campagna cominciò a crescere grazie a un messaggio chiaro e diretto: “Rendere New York una città vivibile per chi lavora, non solo per chi investe”. In un contesto di crescente frustrazione per il costo della vita, gli affitti alle stelle e la percezione di un’amministrazione lontana dai bisogni dei cittadini, la sua figura giovane, idealista e radicata nelle periferie ha cominciato a parlare a un elettorato vasto e trasversale.

Mamdani ha costruito la sua campagna dal basso, rifiutando i grandi finanziamenti e basandosi su piccole donazioni, volontari e reti di quartiere. La sua proposta politica, centrata su un programma di giustizia economica e inclusione sociale, prevedeva il congelamento degli affitti per le unità a canone stabilizzato, la gratuità dei trasporti pubblici di superficie, asili comunali per i bambini sotto i sei anni, un salario minimo più alto e nuove imposte per i redditi più elevati. Accanto a queste misure, proponeva la creazione di supermercati municipali per contrastare la speculazione alimentare nei quartieri più poveri.

Durante la primavera del 2025 la campagna di Mamdani ha cominciato ad ottenere sempre più attenzione mediatica. Il sostegno di figure come Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez — che hanno partecipato a comizi nel Queens e a Brooklyn — ha contribuito a trasformarlo da outsider a simbolo del nuovo progressismo urbano americano. I suoi comizi, spesso aperti da artisti locali e organizzati nei parchi o nelle piazze dei quartieri popolari, riuscivano a richiamare migliaia di persone.

La sua ascesa, tuttavia, non è stata priva di ostacoli. La destra repubblicana e l’ala moderata dei democratici lo hanno attaccato con veemenza, definendolo un estremista e accusandolo di voler “comunizzare” la città. Anche alcune testate finanziarie lo descrivevano come un rischio per l’economia newyorkese, paventando fughe di capitali e investitori. Ma gli attacchi più feroci arrivarono su un piano identitario: Mamdani, musulmano praticante e sostenitore dei diritti dei palestinesi, è stato accusato di avere posizioni “anti-israeliane” per le sue critiche al governo di Netanyahu e la richiesta di sospendere gli aiuti militari statunitensi a Israele durante la guerra di Gaza. Durissima, infatti, è stata la reazione del governo israeliano a seguito dell’elezione di Mamdani, che attraverso il ministro Chicki, ha accusato il neosindaco di essere un “sostenitore di Hamas” e invitando gli ebrei newyorkesi a tornare in Israele. Lo stesso presidente Trump lo ha definito come un “odiatore di ebrei”, minacciando tra l’altro di tagliare i fondi statali alla città di New York.

Mamdani entrerà ufficialmente in carica il 1° gennaio 2026, trovandosi di fronte a sfide enormi. Il bilancio municipale di New York, già appesantito dalla pandemia e dal caro affitti, dovrà sostenere misure costose come la gratuità dei trasporti pubblici o l’espansione degli asili comunali. Inoltre, molte delle sue proposte – dal congelamento degli affitti alla creazione di supermercati municipali – richiedono modifiche legislative a livello statale, dove i democratici moderati restano dominanti.  La prova più difficile, tuttavia, sarà quella di governare una città che è la capitale finanziaria del Paese, ma anche una città dove le disuguaglianze sono tra le più alte al mondo, dove quartieri milionari convivono con zone di povertà estrema. Mamdani dovrà dimostrare che un modello basato su equità, partecipazione e redistribuzione può funzionare anche in un contesto così complesso.

La sua elezione ha un valore simbolico che va oltre i confini della città. In un’America segnata da polarizzazione politica, crisi abitativa e disaffezione nei confronti delle istituzioni, l’ascesa di un giovane socialista musulmano di origini africane e indiane rappresenta un segnale forte: quello di una nuova generazione che vuole riscrivere le regole del gioco. Mamdani incarna la possibilità di una politica radicata nelle comunità, capace di parlare ai lavoratori e agli esclusi.

A cura di Pier Francesco Liberatori

https://www.quotidiano.net/esteri/vittoria-mamdani-brogli-reazione-trump-eosjhzm8

https://www.internazionale.it/magazine/ross-barkan/2025/10/23/un-socialista-a-new-york

https://apnews.com/article/mamdani-cuomo-sliwa-nyc-mayor-af8b9790e7cb4e023d0984a0207cbcca#

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