La nostra epoca è segnata da trasformazioni inesorabili e più rapide che mai: in questo contesto di continuo mutamento, la partita per affermare la propria supremazia nello scacchiere globale ha un ventaglio di domini sempre più eterogeneo. Alle nuove sfide dell’egemonia cibernetica e dell’intelligenza artificiale si affiancano fronti più consolidati, si pensi alla corsa allo spazio o al controllo delle più storiche rotte oceaniche. Un caso interessante – e in rapida ascesa per importanza – è quello della corsa ad un “nuovo Artico”: lo scioglimento dei ghiacci, infatti, non ridisegna soltanto i paesaggi del Grande Nord, ma riscrive il bilancio costi-benefici di una regione che, oggi, è accessibile all’uomo come mai prima d’ora.
La nuova importanza strategica dell’Artico si articola in tre dimensioni principali. Il primo punto riguarda l’apertura di nuove rotte marittime che attraversano aree un tempo inaccessibili, oggi navigabili a causa del riscaldamento globale. Tra queste, la Northern Sea Route (NSR), che corre lungo la costa settentrionale della Russia, consente un collegamento diretto tra l’Europa e l’Asia con tempi di percorrenza notevolmente ridotti rispetto alla tradizionale rotta attraverso il Canale di Suez. Il Northwest Passage (NWP), invece, collega Atlantico e Pacifico attraversando le isole artiche canadesi, riducendo di circa 4.000 km i tempi di navigazione tra l’Europa e la West Coaststatunitense per le navi che oggi transitano lungo la rotta panamense.
Il progetto della Transpolar Sea Route (TSR), che attraverserebbe direttamente l’Oceano Artico, è ancora in fase di definizione. Potenzialmente, rappresenterebbe la via più breve per i commerci tra l’Atlantico e il Pacifico e si svilupperebbe per la maggior parte in acque internazionali, passando vicino al Polo Nord geografico. Oggi la rotta rimane in gran parte inutilizzata a causa della presenza di strati di ghiaccio permanente, ma – almeno secondo gli investitori russi e cinesi – questa barriera è destinata a scomparire nei prossimi decenni. Nonostante il potenziale crescente, è importante ricordare come le rotte artiche restino caratterizzate da condizioni estreme. I costi operativi sono elevati, poiché richiedono navi speciali e il supporto di rompighiaccio, a cui occorre aggiungere i rischi legati all’imprevedibilità della banchisa. Il rapido scioglimento della calotta artica, tuttavia, sta riducendo i costi operativi di queste gigantesche barriere naturali.
Ilsecondo punto riguarda le risorse energetiche presenti sotto la superficie dei ghiacci, accessibili per la prima volta nella storia a causa del riscaldamento globale che ne ha reso possibile l’estrazione. Secondo la Commissione europea e l’US Geological Survey (USGS, 2009), l’Artico ospita circa il 13% del petrolio e il 30% del gas naturale non ancora scoperti sul pianeta. Le stime indicano risorse convenzionali potenzialmente recuperabili pari a 7,3 miliardi di barili di petrolio e 13 trilioni di metri cubi di gas nel Mare di Barents, tra Norvegia e Russia, e 3,6 miliardi di barili di petrolio e 254 miliardi di metri cubi di gas naturale in Alaska.
Il terzo punto riguarda il valore strategico dell’Artico in ambito militare, un campo in cui la Russia si posiziona come leader indiscusso. In effetti, Mosca ha diverse ragioni per mantenere il controllo delle regioni artiche, a partire dalla presenza di una porzione significativa delle proprie risorse in Siberia. Ciò che rende la regione così strategicamente importante, tuttavia, è la possibilità di utilizzarla come base operativa militare e “deposito” per il proprio arsenale: in questo senso, l’Artico è la vera e propria spina dorsale dell’architettura difensiva russa sin dal secolo scorso.
Con la crescente attenzione globale nei confronti dell’Artico, negli ultimi anni il Cremlino ha trasformato la regione in una fortezza, investendo nel potenziamento delle ex-basi sovietiche già esistenti, come nel caso della base aerea di Nagurskoye. È dalla penisola di Kola, all’estremo nord- ovest della Russia, che ha origine il dispiegamento dei sottomarini nucleari della Flotta del Nord. A completare il quadro, la Russia ha dispiegato i sistemi missilistici di difesa S-400 nelle sue basi artiche, e la baia di Okolnaya ospita la più grande riserva di vettori balistici per sottomarini.
Gli Stati Uniti, dal canto loro, hanno a lungo considerato l’Artico un fronte secondario, ma negli ultimi anni si sono trovati a dover rivedere la propria strategia nell’area, anche a causa della pericolosa presenza russa. In quest’ottica, la minaccia di Trump di annettere Groenlandia e Canada, all’inizio del proprio secondo mandato, acquisisce un colore totalmente diverso. Washington ha potenziato la propria presenza militare nell’Artico, in particolare attraverso il rafforzamento della
Seconda Flotta della Marina e l’incremento delle operazioni congiunte con Canada e Norvegia. L’ingresso della Finlandia e della Svezia nella NATO ha ulteriormente rafforzato l’interesse occidentale nell’Artico, anche attraverso il potenziamento delle cosiddette “Cold Responses”, le esercitazioni congiunte che coinvolgono forze alleate in scenari artici. Gli interessi dell’UE nell’Artico, invece, sono principalmente legati a questioni di governance ambientale. La linea politica europea per la regione è stabilita in documenti ufficiali, come la comunicazione congiunta del 2021 “A stronger EU engagement for a peaceful, sustainable and prosperous Arctic”, e nelle strategie per la sicurezza energetica e la transizione verde. In particolare, l’UE sta investendo nei giacimenti di minerali svedesi e groenlandesi, essenziali per la produzione di conduttori e semiconduttori, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalla Cina in questo settore. Bruxelles sostiene il modello di governance multilaterale dell’Artico, promuovendo il ruolo del Consiglio Artico, il principale forum intergovernativo per la cooperazione tra gli Stati della regione.
Tuttavia, il crescente riarmo nell’area preoccupa gli stati che affacciano direttamente sull’Artico, e le questioni di sicurezza, ad oggi, vengono trattate più in ambito NATO che all’interno del quadro UE. A differenza di Russia, Stati Uniti ed Europa, la Cina non ha un accesso diretto all’Artico, ma è consapevole di non poter restare estranea a questa competizione. Basti pensare che, nel contesto del Consiglio Artico, Pechino si è autodefinita una “quasi-potenza artica” per legittimare la propria presenza alle riunioni. Come conseguenza, il governo di Xi Jinping ha investito significativamente in infrastrutture, ricerca scientifica e collaborazioni con i paesi del cosiddetto “Arctic Five” (Russia, Stati Uniti, Canada, Norvegia e Danimarca). Il progetto della Polar Silk Road, parte della più ampia Belt and Road Initiative, è un chiaro segnale della volontà cinese di inserirsi nei futuri equilibri dell’Artico. Inoltre, la Cina ha sviluppato una propria flotta di rompighiaccio e intensificato la cooperazione con la Russia, sfruttando il crescente isolamento di Mosca a seguito della guerra in Ucraina per consolidare la propria influenza nella regione.
In conclusione, se durante la Guerra Fredda l’Artico era considerato un avamposto remoto della competizione tra Stati Uniti e Unione Sovietica, oggi è diventato un teatro primario di scontro tra potenze tradizionali ed emergenti. Mentre sempre più partecipanti si uniscono a questa nuova “corsa all’oro”, la comunità scientifica mette in guardia i governi di tutto il mondo: la presenza invasiva dell’uomo accelererà inevitabilmente lo scioglimento dei ghiacci artici, con conseguenze disastrose.
A cura di Riccardo Sorci
FONTI
U.S. Geological Survey, Assessment of Undiscovered Conventional Oil and Gas Resources of the Barents Sea Area, in National and Global Petroleum Assessment, 2021, https://pubs.usgs.gov/fs/2023/3019/fs20233019.pdf