Parliamo ancora di elezioni in LUISS
I social media e l’informazione vanno ormai a braccetto: chiediamo a un professore cosa è cambiato in quest’ultimi anni e quali sono i suoi consigli per sopravvivere alla campagna elettorale
Il mese di novembre ha significato per gli studenti Luiss l’incontro con due appuntamenti fatali: la presa di coscienza che gli esami sono ormai alle porte e l’euforia da corsa elettorale. Dopo settimane di campagna elettorale, più o meno visibile, lo scorso 26 e 27 novembre gli studenti si sono espressi per eleggere i nuovi rappresentanti dei vari organi collettivi. Molte matricole ai loro primissimi mesi in Luiss si sono ritrovate travolte da questa valanga elettorale: c’è chi ha partecipato sostenendo un amico, chi ha scelto di mettersi in gioco o chi, i più, rifuggiva le sedi e ha evitato come la peste i bar di Romania e Parenzo. A prescindere dalla reazione però le elezioni in sé rappresentano un momento fondamentale della vita democratica d’ Ateneo. Tuttavia, come è fisiologico che sia, molto è cambiato negli ultimi anni ed è interessante osservare in che modo la vita politica si adegui ai tempi e ai mezzi a sua disposizione.
Per comprendere meglio queste trasformazioni, abbiamo chiesto un’opinione al professor Federico Niglia docente di storia contemporanea nel corso di studi di PPE, che ha vissuto la vita politica universitaria in prima persona da studente assieme ad altri colleghi, i quali poi hanno assunto ruoli attivi nella politica, nel giornalismo e nelle istituzionali nazionale e internazionali.
Secondo il professore, la politica universitaria non è solo un impegno extracurricolare, ma una vera e propria palestra di formazione personale e intellettuale. «Non so se sia l’attività più formativa in assoluto — ci spiega — ma per me lo è stata. La politica universitaria è diversa da quella nazionale o locale, ma permette di dare concretezza a ciò che si studia e si pensa». La dimensione politica interna all’Ateneo, afferma, è un micro-laboratorio in cui mettersi alla prova, confrontarsi con chi la pensa diversamente, costruire consenso e comprendere i limiti propri e altrui. È un luogo dove idee e valori si trasformano in proposte concrete, e in cui il risultato — positivo o negativo — diventa un’occasione di apprendimento. Tutte competenze che trovano applicazione diretta anche nel mondo professionale.
La prima questione di cui abbiamo parlato con il professore è il fenomeno della crescente disinformazione sia nelle elezioni universitarie sia nel quadro della politica nazionale. Per lui, una delle cause principali è la scarsa formazione civica, spesso ridotta a un’attività episodica. «La formazione deve essere un processo continuo», afferma. Non solo verticale — qualcuno che spiega a qualcun altro — ma anche orizzontale, attraverso ad esempio l’associazionismo, un forte strumento di mobilitazione ma anche di educazione. Il vero nemico è il disinteresse, che spinge a consumare passivamente contenuti sempre più brevi, a volte superficiali. Gli studenti di oggi, sottolinea, hanno più strumenti e maggiore apertura internazionale, una “prismaticità” che permette loro di confrontarsi con idee e culture diverse. Ma questa stessa ricchezza può trasformarsi in fragilità se manca un punto di riferimento chiaro: si rischia di perdere il baricentro e, con esso, la capacità di approfondire davvero.
Parlando della recente campagna elettorale, il professore racconta di aver visto una partecipazione viva, fatta di studenti che fermano altri studenti nei corridoi per spiegare programmi e proposte tra un impegno e l’altro. «La mia principale paura, quando guardo una campagna elettorale, è che non interessi a nessuno», osserva. Per lui, il successo di una competizione non si misura solo nei voti, ma nella capacità di coinvolgere, creare confronto e stimolare il pluralismo che è la base della vita della comunità universitaria. Una politica universitaria matura deve essere capace di adattarsi ai diversi organi in cui opera, perché un rappresentante del Consiglio di corso non può avere la stessa funzione né gli stessi obiettivi di un eletto nel Senato accademico o nel Consiglio d’amministrazione. In più, aggiunge, sarebbe auspicabile che il confronto politico non si esaurisse con le elezioni: mantenere un dialogo costante garantirebbe maggiore continuità e permetterebbe ai rappresentanti di rimanere realmente connessi alla comunità studentesca.
Il cambiamento più evidente rispetto agli anni in cui il professor Niglia era studente riguarda però i mezzi di comunicazione. «Una volta per parlare con qualcuno lo si doveva cercare fisicamente», racconta. Oggi la comunicazione politica è multilivello: il contatto diretto convive con quello digitale, e nessuna delle due dimensioni può sostituire completamente l’altra. Più che di rivoluzione, il professore parla di integrazione dei linguaggi. Negli anni, inoltre, sono emersi nuovi temi — come l’ambiente — che si sono affiancati ai classici della politica, senza però sostituirli. La vera differenza sta nella quantità di contenuti con cui gli studenti devono confrontarsi: un flusso continuo, spesso non filtrato, che rende il discernimento più difficile rispetto al passato. Anche il contesto culturale è profondamente cambiato: gli anni Novanta erano caratterizzati da un certo ottimismo e da una visione progressiva della storia; oggi, invece, prevale un clima di incertezza che porta molti a parlare di un ritorno a una concezione circolare degli eventi.
Sul ruolo dei social media, il bilancio è ambivalente. Da un lato hanno ampliato le possibilità di comunicazione e raggiunto più facilmente gli elettori; dall’altro hanno favorito una personalizzazione crescente della politica, trasformando la figura del candidato in un prodotto comunicativo. Nei social il leaderismo trova terreno fertile, e non di rado degenera in narcisismo, spostando l’attenzione dal contenuto alla forma. Il rischio, evidente anche nelle recenti elezioni universitarie, è che molti studenti si lascino guidare più dalla cura estetica dei post che dalla sostanza delle proposte. In questo scenario, la responsabilità individuale diventa fondamentale: evitare di farsi sedurre dall’apparenza e verificare le idee concrete dei candidati è il primo passo per un voto consapevole.
Le elezioni luissine diventano così un’occasione preziosa per riflettere sul nostro rapporto con la politica. In un mondo dominato da social media, informazioni incontrollate e un crescente senso di disillusione, molti giovani tendono ad allontanarsi dalla res publica, delegando a like e post la responsabilità del loro voto. Eppure, come ricorda il professor Niglia, recuperare un’autentica educazione civica — intesa come formazione continua e trasversale — è il modo più efficace per avvicinarci di nuovo alla partecipazione. Sta a noi rompere l’automatismo del scroll e tornare a interrogarci davvero sulle scelte che compiamo. La politica universitaria, con le sue dinamiche, i suoi limiti e le sue opportunità, è uno dei primi spazi in cui esercitare questo impegno e rappresenta una possibilità concreta per riscoprire il senso del dovere civico che, in fondo, è alla base di ogni comunità democratica.
A cura di Sara Rossi e Giovanni Manassero