Volevo essere un (Ma)Duro

Menomale che era isolazionista

La decapitazione del regime di Maduro è un «atto di libertà per il popolo venezuelano». Almeno queste sono le prime parole di Donald Trump dopo che, alle 22.46 del 3 gennaio (ora americana), oltre 150 jet provenienti da suolo statunitense, e non solo, bombardano Caracas. L’operazione prosegue per tutta la sera e, ormai a notte fonda, mentre Maduro sonnecchia tranquillamente con la moglie nel proprio letto, all’interno del complesso militare di Fuerte Tiuna gli incursori americani entrano e prelevano l’ormai ex-presidente. L’operazione, a detta dello stesso Trump, è stata violenta ma senza morti americani: il loro obbiettivo, come riporta il generale americano Dan Caine, è stato quello di «minimizzare» i danni ai civili. Esulta l’attuale Nobel per la pace e leader dell’opposizione venezuelana Corina Machado, che su X scrive di «essere pronti per far valere il nostro mandato e prendere il potere». Ma ciò con cui dovrà ora fare i conti la Machado e l’opposizione venezuelana è proprio il Premio Nobel per la pace wannnabe, Donald Trump, che ha subito smentito di voler mettere la leader dell’opposizione alla guida del Paese. Adesso gli Stati Uniti infatti avranno un ruolo attivo in questa fase di transizione in attesa delle prossime elezioni e, nel frattempo, non troppo casualmente, si occuperanno di gestire il petrolio del Venezuela, Paese con le maggiori riserve di oro nero al mondo.

Probabilmente però ricorrere alla gestione del greggio venezuelano come sola giustificazione per quest’operazione sarebbe una semplificazione e una banalizzazione della questione. Anche un’associazione con l’“operazione speciale” di Putin in Ucraina è una forzatura. Trump progetta questa operazione da mesi e, secondo analisti, starebbe applicando una nuova versione della Dottrina Monroe, quella vetusta idea ottocentesca che gli Stati Uniti debbano essere i leader delle Americhe. Eppure Trump l’ha ripresa, l’ha rispolverata in campagna elettorale e l’ha fatta completamente propria durante questo secondo mandato, smentendo completamente chi lo considerava un presidente isolazionista e intervenendo, con relativo successo, nelle principali questioni internazionali. Pensare agli Stati Uniti ancora come potenza egemonica non è una casualità, Trump sembra voler e poter fare liberamente come gli pare, agendo ben oltre i confini del legale.  Ciò che preoccupa maggiormente dell’operazione Maduro non è la caduta del regime, che ha in realtà provocato la gioia del popolo venezuelano oppresso da anni da questo dittatore, ma il fatto che Donald Trump possa operare senza freni ovunque, anche lontano dai confini degli Stati Uniti e nessuno sembra potergli dire nulla. Infatti, non solo Trump ha violato l’articolo 2.4 della Carta ONU che stabilisce il divieto dell’uso della forza se non per legittima difesa ma, anche volendo parlare di un’operazione per il contrasto al narcotraffico, giustificazione fornita dal Presidente USA stesso, comunque la Carta delle Nazioni Unite contiene convenzioni apposite e specifiche che prevedono, tra le altre, operazioni di coordinamento tra le forze di polizia. Anche le accuse di crimini efferati verso Maduro stesso, in teoria, non consentirebbero una deroga per operazioni del genere orchestrate da un solo Stato ma è necessario l’intervento della Corte Penale Internazionale, il cui statuto, tra l’altro, è stato ratificato anche dal Venezuela. La morale di questi due giorni non è nuova: del diritto internazionale se ne fanno beffe proprio tutti ed è completamente carta straccia. Adesso il resto del mondo siede e guarda un uomo di un metro e novanta, con dell’autoabbronzante ridicolo e capelli poco credibili fare come gli pare un po’ ovunque, giocando con Governi e popoli e pensando di poter guidare il mondo, intervenendo come gli pare e dove gli pare senza conseguenze. L’Ucraina, la Palestina e ora il Venezuela dimostrano come la burocrazia delle Nazioni Unite e specialmente il potere di veto dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza siano completamente inutili, creando situazioni di immobilismo politico internazionale e permettendo di fatto a pochi, forti, attori di agire pressoché senza conseguenze, seguendo l’antica ma sempre attuale morale tucididea. Così, mentre il mondo si arma, il tronfio Trump si può sedere con ancora più presunzione al tavolo delle superpotenze, detenendo lo scettro del più forte tra i forti.

A cura di Marco Antonio Mollaioli

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