Tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 l’Iran è tornato a vivere una nuova ondata di proteste contro la Repubblica Islamica, guidata dall’ayatollah Ali Khamenei, segnando l’ennesimo capitolo di una crisi sociale ed economica ormai strutturale. Le manifestazioni sono esplose il 28 dicembre 2025, quando commercianti e mercanti del bazaar di Teheran hanno chiuso le saracinesche in risposta al crollo del rial, scivolato verso un abisso valutario senza precedenti rispetto al dollaro statunitense. Il tracollo della valuta ha aggravato una crisi economica già profonda, innescando un rapido aumento dei prezzi dei beni di prima necessità. La risposta delle autorità è stata immediata e severa, con arresti di massa, uso della forza e un’estesa restrizione delle comunicazioni.
Breve background storico
Fino al 1979 l’Iran era governato dalla monarchia dello Shah Mohammad Reza Pahlavi, un regime autoritario che promuoveva una modernizzazione accelerata e un forte avvicinamento all’Occidente, spesso a scapito delle libertà civili. Le riforme imposte dall’alto alimentarono un crescente malcontento sociale e profonde fratture tra settori modernisti e tradizionali.
La rivoluzione del 1979 portò alla nascita della Repubblica Islamica sotto la guida dell’ayatollah Ruhollah Khomeini. Il nuovo sistema concentrò il potere nella figura del Leader Supremo, riducendo drasticamente gli spazi di dissenso. La guerra con l’Iraq (1980–1988) contribuì a rafforzare la militarizzazione dello Stato e il controllo politico della società.

Alla morte di Khomeini nel 1989 la leadership passò all’ayatollah Ali Khamenei, sotto il quale la struttura autoritaria si è consolidata ulteriormente. Questa struttura di potere fortemente centralizzata, fondata su meccanismi repressivi ricorrenti, aiuta a comprendere perché le proteste del 2025–2026, pur originate da rivendicazioni economiche, abbiano rapidamente assunto una dimensione politica e incontrato una risposta repressiva così decisa. In questo contesto, la mobilitazione dei mercanti del Grand Bazaar, tradizionalmente vicini al potere, insieme alla partecipazione di studenti e cittadini, segnala una frattura significativa all’interno di un sistema che storicamente ha concesso margini molto limitati al dissenso.
Un ciclo di protesta che non si è mai interrotto
Le manifestazioni emerse a dicembre del 2025 si inseriscono tuttavia in un ciclo di mobilitazione più ampio e persistente. Dal 2022, anno della morte di Mahsa Amini, l’Iran è teatro di proteste ricorrenti che, pur mutando per composizione sociale e rivendicazioni, hanno mantenuto una significativa continuità nel tempo. La giovane donna curda era stata arrestata dalla polizia morale di Teheran per una presunta violazione delle norme sull’abbigliamento e morì dopo tre giorni di coma in seguito alle violenze subite. La sua morte diede origine alla più ampia mobilitazione popolare dalla rivoluzione del 1979, seguita da una repressione che, tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023, incluse anche episodi di sospetti avvelenamenti nelle scuole femminili, interpretati da molti osservatori come strumenti di intimidazione.
A differenza delle proteste precedenti, il ciclo apertosi a fine 2025 presenta un innesco prevalentemente economico. L’economia iraniana soffre da anni, ma la situazione è stata ulteriormente aggravata dalla reintroduzione delle sanzioni statunitensi nel 2018, durante il primo mandato di Donald Trump, e dal progressivo isolamento internazionale legato al programma nucleare del Paese. A ciò si è aggiunta la reimposizione delle sanzioni delle Nazioni Unite nel settembre 2025 e il deterioramento del quadro regionale dopo il conflitto di dodici giorni del giugno 2025, quando Stati Uniti e Israele hanno colpito diversi siti nucleari iraniani.

Il rapido deprezzamento della valuta nazionale, un’inflazione annua stimata attorno al 40 per cento e un aumento dei prezzi alimentari ben oltre la capacità di spesa della maggior parte della popolazione hanno colpito trasversalmente la società iraniana, inclusi settori tradizionalmente meno inclini alla mobilitazione politica. I prezzi di beni essenziali sono aumentati in modo esponenziale, mentre beni di consumo durevoli, come un televisore, hanno raggiunto costi equivalenti a diversi anni di affitto a Teheran.
Il Grand Bazaar come frattura politica
Non sorprende, quindi, che le proteste siano iniziate con la chiusura delle attività da parte dei commercianti del Grand Bazaar di Teheran, per poi estendersi rapidamente ad altre città e province del Paese. Storicamente, i mercanti dei bazaar rappresentano uno dei gruppi sociali più conservatori della società iraniana, profondamente integrati nella struttura economica dello Stato e tradizionalmente vicini all’autorità politica.
Proprio per questo, all’interno del regime ha inizialmente prevalso la convinzione che le loro proteste non avessero una natura insurrezionale, ma fossero piuttosto di tipo transazionale: una forma di pressione limitata e temporanea volta a ottenere interventi per stabilizzare la valuta e contenere l’inflazione, che minacciava direttamente i loro interessi economici. Questa lettura ha portato a uno sviluppo inedito. In una delle sue prime reazioni pubbliche, la Guida Suprema Ali Khamenei ha riconosciuto apertamente le proteste dei mercanti, segnando la prima volta in cui ha ammesso la legittimità di una manifestazione pubblica, circoscrivendone il significato a una dimensione esclusivamente economica, nel tentativo di depoliticizzare la mobilitazione.

Sebbene inizialmente incentrate su rivendicazioni economiche, le manifestazioni hanno presto assunto comunque una dimensione politica. Accanto ai commercianti, sono scesi in strada studenti universitari e altri segmenti della società civile, con slogan apertamente critici nei confronti del regime. In alcune manifestazioni i dimostranti hanno invocato figure del passato monarchico, come Reza Shah Pahlavi, un riferimento che, più che esprimere una nostalgia monarchica diffusa, segnala la radicalità del rifiuto dell’attuale sistema di potere.
Dimensione internazionale
Le proteste del 2025-2026 si sviluppano in un contesto internazionale segnato da una rinnovata pressione statunitense sull’Iran e da una retorica che lascia intendere una possibile interferenza da parte dell’amministrazione Donald Trump. Il presidente degli Stati Uniti ha più volte incoraggiato pubblicamente i manifestanti a “continuare a protestare”, arrivando ad avvertire Teheran che, in caso di esecuzioni o di una repressione particolarmente violenta, Washington sarebbe intervenuta a difesa dei dimostranti.
A queste dichiarazioni si sono affiancate minacce di “azioni molto forti”, nuove sanzioni e l’annuncio di dazi del 25 per cento contro qualsiasi Paese continui a intrattenere rapporti economici con la Repubblica Islamica, nel tentativo di accentuarne l’isolamento internazionale. In questo clima, alcuni osservatori hanno iniziato a evocare il rischio che l’Iran possa trasformarsi in un “nuovo Venezuela”: Al Jazeera, ad esempio, ha posto esplicitamente la domanda se Teheran stia imboccando una traiettoria simile, richiamando una combinazione di sanzioni pervasive, crisi economica e crescente pressione esterna fino all’intervento di un paese esterno per il cambio di regime.

Questa postura internazionale ha rafforzato, all’interno dell’Iran, la narrativa del potere secondo cui le proteste sarebbero strumentalizzate dall’esterno. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha accusato gli Stati Uniti di alimentare deliberatamente il caos per creare un pretesto di intervento. In questo quadro, anche il ruolo di Israele, già coinvolto in scontri diretti con l’Iran nei mesi precedenti, contribuisce ad alimentare una percezione di accerchiamento. L’effetto complessivo resta ambiguo: la pressione esterna indebolisce il regime sul piano economico e diplomatico, ma allo stesso tempo offre alle autorità uno strumento efficace per delegittimare le proteste, presentandole come parte di una strategia di destabilizzazione guidata dall’estero.
Perché molte sinistre occidentali restano caute
Nel dibattito pubblico occidentale, le proteste in Iran hanno suscitato una mobilitazione relativamente contenuta da parte di molte forze e movimenti della sinistra. Questa cautela è stata talvolta interpretata, soprattutto in ambienti conservatori, come il risultato di un doppio standard nella difesa dei diritti umani o di una difficoltà a condannare un regime che si oppone agli Stati Uniti e a Israele. Alcuni commentatori hanno sostenuto che le proteste iraniane fatichino a trovare spazio nei media e nell’attivismo progressista perché non si inseriscono facilmente in categorie morali semplificate, come quelle di oppressore e oppresso o di colonizzatore e colonizzato, che spesso strutturano il discorso politico contemporaneo (si veda, ad esempio, il dibattito ospitato dal Wall Street Journal).
Questa lettura, tuttavia, appare parziale. Più che da indifferenza o ambiguità morale, la prudenza di una parte della sinistra occidentale sembra derivare da una preoccupazione storicamente fondata per le conseguenze dell’interventismo esterno, in particolare nel Medio Oriente. Le esperienze dell’Afghanistan, dell’Iraq e della Libia hanno mostrato come l’“esportazione della democrazia”, spesso invocata dalla politica estera statunitense, abbia prodotto instabilità duratura, conflitti civili e un peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni coinvolte. In questo contesto, sostenere apertamente le proteste iraniane viene percepito da alcuni come il rischio di legittimare, anche indirettamente, nuove forme di ingerenza in un Paese sovrano.

Ciò non implica che la sinistra occidentale ignori la repressione in Iran o ne minimizzi la gravità. Esistono prese di posizione critiche, campagne di solidarietà e iniziative a sostegno dei diritti delle donne e dei manifestanti iraniani. Tuttavia, queste rimangono frammentate e meno visibili rispetto ad altre cause internazionali, proprio perché si collocano in una zona politicamente sensibile, in cui la condanna del regime rischia di intrecciarsi con agende geopolitiche esterne. La cautela, più che un silenzio complice, riflette dunque una tensione irrisolta tra la difesa dei diritti umani e il rifiuto di un interventismo che, in passato, ha spesso aggravato le crisi che pretendeva di risolvere.
Monarchia o democrazia: il falso dilemma
Nel contesto delle proteste e del dibattito che le accompagna, è riemersa anche la figura di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo Shah e attivo soprattutto tra le comunità della diaspora iraniana. Per alcuni egli rappresenta un possibile simbolo di alternativa al regime islamico, più che un reale progetto di restaurazione monarchica. Tuttavia, all’interno dell’Iran non emerge una domanda diffusa di ritorno alla monarchia.
Le invocazioni a figure del passato monarchico, comparse in alcuni slogan di piazza, sembrano riflettere soprattutto la radicalità del rifiuto dell’attuale sistema di potere piuttosto che una nostalgia strutturata per l’ordine pre-1979. Al centro delle proteste restano infatti richieste di diritti, libertà civili e rappresentanza politica.

Le proteste del 2025-2026 non segnano una rottura immediata con l’ordine politico iraniano, ma ne evidenziano le crescenti fragilità. Il coinvolgimento dei mercanti del Grand Bazaar, tradizionalmente integrati nel sistema economico e vicini al potere, indica un’erosione del consenso che va oltre i settori storicamente più mobilitati.
In un contesto di crisi economica strutturale e forte pressione internazionale, il regime risponde combinando repressione e tentativi di depoliticizzazione delle rivendicazioni. L’esito resta incerto, ma la natura e la composizione di queste proteste suggeriscono che la Repubblica Islamica guidata dall’ayatollah Ali Khamenei si trovi di fronte a una sfida interna più profonda e duratura di quanto appaia a prima vista.
A cura di Cristina De Luigi
Fonti:
https://tg24.sky.it/mondo/approfondimenti/iran-proteste#09
https://www.aljazeera.com/news/2026/1/12/what-we-know-about-the-protests-sweeping-iran?
https://news.sky.com/story/why-are-people-protesting-in-iran-everything-you-need-to-know-13490639?
https://www.greenwichtime.com/news/article/iran-s-protests-have-spread-across-provinces-21293163.php
https://www.aljazeera.com/news/2026/1/13/a-timeline-of-crises-faced-by-iran-since-1979
https://www.aljazeera.com/podcasts/2026/1/8/the-take-could-iran-be-the-next-venezuela