Il destino della Cisgiordania: un altro capitolo dell’incubo palestinese

Negli ultimi due anni l’attenzione mondiale si è concentrata, comprensibilmente, sulla guerra nella Striscia di Gaza. L’estrema brutalità esercitata prima da Hamas e poi da Israele, ha fatto sì che molti si dimenticassero della situazione in Cisgiordania, che però ha contribuito ad accrescere l’instabilità della regione. Si è assistito, infatti, a un incremento delle violenze ai danni dei palestinesi. Tuttavia, definirli “solo” atti violenti è riduttivo: da tempo ormai viene esercitata pressione, sia fisica che psicologica, per far sì che la popolazione abbandoni quelle terre. Riassumere in questo articolo la miriade di aggressioni, furti, omicidi, incendi dolosi, distruzioni dei raccolti e delle infrastrutture sarebbe quasi impossibile e probabilmente superfluo. Infatti, il 15 febbraio è cominciata una espropriazione de facto dei terreni dei palestinesi, in barba a tutte le risoluzioni dell’Onu, alle sentenze della corte di giustizia e dei trattati internazionali.  Cercare di interpretare il movente degli estremisti che compiono questi atti e indagare le modalità attraverso cui le istituzioni prendono parte a questo progetto è estremamente rilevante per capire come potrebbe evolversi la situazione in futuro.

Cosa succede concretamente?

Secondo al Jazeera, gli attacchi dei coloni violenti, prima sporadici poi sistematici, hanno causato la morte di 1.116 palestinesi e il ferimento di circa 11.500, oltre agli arresti sommari e all’incarcerazione senza un giusto processo di quasi 22.000 persone[1]. Middle East Eye segue attentamente gli eventi della Cisgiordania e quelli che seguono sono solo alcuni dei casi più eclatanti in cui le istituzioni, o i loro funzionari, assumono un ruolo da protagonista. Il sito pubblica il caso di un bambino palestinese di 5 anni malato di cancro, a cui sarebbe stata negata la possibilità di accedere al qualsiasi trattamento all’interno dello stato di Israele. Il giudice che ha emesso la sentenza ha dichiarato in merito che la petizione con cui sono state richieste le cure rappresentasse “un attacco allo stato”[2]. In un’altra occasione, il ministro Ben Gvir ha personalmente condotto lo sgombero e la demolizione del quartier generale dell’UNWRA nella zona occupata di Gerusalemme est, definendo i membri del personale ONU come “sostenitori del terrorismo”. Nelle operazioni è stato affiancato anche da Aryeh King, il quale, sempre secondo Middle East Eye, avrebbe detto: “Noi espelleremo, uccideremo, elimineremo e distruggeremo tutto il personale dell’UNRWA”[3]. Sulla scia delle incarcerazioni di massa, il capo dell’Israel Prison Service (IPS), Kobi Yaakobi, avrebbe invitato dei coloni a fare un “safari” in un carcere di massima sicurezza, durante il quale i detenuti erano a ammanettati e costretti a terra – procedura praticata regolarmente nelle carceri israeliane, secondo una fonte interna all’IPS. Il punto da sottolineare è che l’accesso a queste carceri è estremamente limitato per rappresentanti legali, familiari e membri di ONG: nel settembre 2025 ai membri della Croce Rossa è stato negato l’ingresso perché una loro eventuale visita ai prigionieri palestinesi sarebbe stata “una minaccia alla sicurezza nazionale”[4]. Non a caso, nella medesima prigione sono stati riportati numerosi casi di abusi e torture con frequenza crescente. Nonostante la gravità di questi fatti, attribuire certi comportamenti a tutti cittadini israeliani, o al popolo ebrea in generale, è di certo errato: chi porta avanti certe azioni e sostiene figure come Ben Gvir e Bezalel Smotrich è una piccola frangia estremista della popolazione. Queste storie vanno quindi inserite in un contesto più ampio, che guarda alla strategia di lungo termine di questi gruppi. Ad esempio, l’espansione degli insediamenti illegali è il risultato di diverse violazioni delle convenzioni internazionali. In base agli Accordi di Oslo del 1995, la Cisgiordania è stata temporaneamente divisa in tre aree: l’Area A, sotto il pieno controllo palestinese; l’Area B, sotto il controllo civile palestinese ma la cui sicurezza è affidata al governo israeliano; e l’Area C, che costituisce circa il 61% della Cisgiordania, la quale rimane sotto il controllo completo di Israele, ma ospita 300.000 palestinesi. Le aree A e B sono delimitate da mura per controllare gli spostamenti tra le enclave e spesso subiscono incursioni notturne dell’IDF, la quale effettua arresti sommari e aggredisce i civili. L’area C invece è la più colpita dall’espansione dei coloni e dalle loro frange violente. Mentre le colonie israeliane si espandono liberamente, i palestinesi molto raramente ottengono permessi di costruzione: solo l’1-2% delle richieste è stato approvato dal 2009 ad oggi, con demolizioni frequenti di case e strutture “illegali”. Hassan Breijieh, capo del Dipartimento di Diritto Internazionale della Commissione contro il Muro e gli Insediamenti, ha spiegato che a partire dal 15 febbraio 2026 è cominciata la registrazione dei terreni nella Cisgiordania occupata come “proprietà statale”, ciò implica che tutti i terreni nell’Area C, di cui i palestinesi non possono dimostrare la proprietà, verranno espropriati e registrati a nome dello Stato (Israele) e in seguito trasferiti ai coloni. Ciò rappresenta una minaccia per la maggior parte dei territori della Cisgiordania che non sono ancora stati registrati.

Da un punto di vista strettamente giuridico, ciò è reso possibile dal fatto che molti palestinesi possiedono terreni tramandati di generazione in generazione senza l’effettivo possesso dei titoli di proprietà. Si affidano ai consueti “atti di vendita” o alle ricevute di pagamento delle tasse come prova di proprietà. Questi documenti stabiliscono l’uso del terreno, ma non costituiscono titoli di proprietà definitivi. L’Autorità Nazionale Palestinese da anni cerca di regolarizzare le suddette situazioni, ma i suoi sforzi sono intralciati, o annullati dalle istituzioni dello stato ebraico[5]. Secondo il parere consultivo della Corte Internazionale di Giustizia (la cui competenza non è accettata da Israele): “la continua presenza di Israele nei territori palestinesi occupati è illegale”, i palestinesi hanno “diritto all’autodeterminazione” e “gli insediamenti israeliani costruiti sui territori occupati devono essere evacuati”.[6] Brijieh afferma, inoltre, che tutte le decisioni relative alla Cisgiordania, compresi i tentativi di annessione e le imposizioni politiche, sono dettate dal Ministro delle Finanze Bezalel Smotrich per ingraziarsi i coloni e assicurarsi il loro voto. Lo stesso ministro ha dichiarato che l’espansione mira a «rafforzare le nostre radici in tutte le regioni della Terra di Israele e a seppellire l’idea di uno Stato palestinese».

Ma da dove arriva questa idea dell’annessione? Chi sostiene questa iniziativa? C’è chi attribuisce il piano di annessione della Cisgiordania al generale Yigal Allon, che lo avrebbe elaborato dopo la guerra del 1967. Tuttavia, la questione risale a molto prima. Secondo i sostenitori di queste operazioni illegali, l’annessione della Cisgiordania è al centro della dottrina religiosa ebraica, che considera l’insediamento nella Terra Promessa un importante obbligo religioso per l’ebraismo. In linea di principio, questo concetto è lo stesso che applicavano i re crociati. Infatti, la suddetta dottrina religiosa era radicata anche nel cristianesimo protestante e divenne un principio fondamentale del movimento cristiano evangelico, o movimento “sionista non ebraico”. Questo sottile accordo tra le due fedi religiose ci spiega, anche se solo dal punto di vista delle dinamiche democratiche interne ai due paesi, le ragioni dello stretto legame tra Israele e gli Stati Uniti. Aldilà della questione religiosa, il movimento evangelico conta oltre quaranta milioni di membri in America, un bacino elettorale enorme. Sono tra i più convinti sostenitori di Israele, i maggiori donatori agli insediamenti, i più convinti oppositori della soluzione dei due stati e sostenitori di organizzazioni religiose ebraiche ultraortodosse, le quali sono estremamente influenti all’interno dello Stato. Jerry Falwell, membro del suddetto movimento, affermò nel 1980: “Dio ha benedetto l’America perché l’America ha sostenuto Israele”. L’ambasciatore statunitense in Israele, Mike Huckabee, in una recentissima intervista tv ha dichiarato che Israele ha pienamente diritto a sequestrare tutte le terre tra i fiumi Eufrate e Nilo, un’area che comprenderebbe sei paesi (Siria, Libano, Giordania, Nord dell’Arabia saudita, Mezzo Egitto e mezzo Iraq, in sostanza buona parte del Medio Oriente) oltre ai territori palestinesi occupati. Le dichiarazioni fanno riferimento al progetto del “Grande Israele” sostenuto anche dal Primo Ministro Benjamin Netanyahu e da diversi alti funzionari israeliani. Huckabee ha successivamente ritrattato le proprie affermazioni sostenendo che, nel caso in cui Israele dovesse affrontare una guerra con i paesi interessati e dovesse vincere, allora lui non vedrebbe alcun problema con l’annessione dei territori. Tutto ciò nonostante annessioni di questo tipo siano esplicitamente vietate dalla Carta delle Nazioni Unite.

Un evento in particolare è stato determinante nel cambio di passo della Knesset dagli anni ’90 ad oggi. La caduta dell’Unione Sovietica ha portato nell’arco di 10 anni a circa 1 milione di immigranti in Israele da quei paesi, circa il 20% della popolazione israeliana dell’epoca. Questo evento, chiamato Aliyah, ha spostato l’ago della bilancia della politica e dell’elettorato di Israele verso destra: il 57% dei nuovi cittadini supportava partiti conservatori (Likud, Yisrael Beiteinu), rafforzando coalizioni con Haredi per motivi pragmatici (come le esenzioni dal servizio militare)[7]. È senza dubbio un elemento da integrare nell’analisi del conflitto a cui abbiamo assistito e nell’osservazione della situazione in Cisgiordania. Sembrerebbe scontato dire che questi eventi e principi religiosi non possono districare la matassa politica israeliana; tuttavia, sono utili come strumenti per fare chiarezza su come mai le azioni dei coloni violenti e le dichiarazioni dei vertici politici siano tollerate da parte della popolazione. Oltre a essere una variabile determinante in uno dei tanti aspetti della politica statunitense in Medio Oriente.

A cura di Edoardo Blasco Sezanne

NOTE


[1]https://www.aljazeera.com/news/2026/1/11/israel-kills-palestinian-in-hebron-raids-nablus-east-jerusalem-wedding

[2]https://www.middleeasteye.net/news/israel-denies-life-saving-treatment-five-year-old-palestinian-cancer-patient

[3]https://www.middleeasteye.net/news/ben-gvir-leads-israeli-demolition-unrwa-headquarters-jerusalem

[4]https://www.middleeasteye.net/news/israeli-settlers-join-safari-tour-palestinian-prisoners

[5]https://www.aa.com.tr/ar/

[6]IBID.

[7]https://www.cespi.it/en/eventi-attualita/dibattiti/il-mediterraneo-allargato-una-regione-transizione-conflitti-sfide-7

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