Sono passati dodici giorni dallo scoppio di quello che appare ormai come il più ampio conflitto verificatosi in Medio Oriente negli ultimi decenni. Le ostilità, iniziate con una serie di operazioni militari su larga scala, continuano ad espandersi sia in intensità sia in ampiezza geografica, coinvolgendo un numero crescente di attori regionali e internazionali, senza che emerga al momento una chiara prospettiva di cessazione delle ostilità.
Dall’inizio delle operazioni, oltre una dozzina di paesi sono stati direttamente o indirettamente colpiti da attacchi missilistici e bombardamenti. Tra questi figurano diversi Stati del Golfo, oltre ad alcuni paesi del Levante, tra cui Giordania, Israele, Libano e Cipro, che hanno visto il proprio territorio coinvolto — in misura variabile — nelle dinamiche del conflitto.
Questo articolo si propone di ricostruire in modo chiaro e sintetico gli eventi che hanno segnato le ultime settimane. In una prima fase l’analisi si concentrerà sui principali attori del conflitto — Iran, Israele e Stati Uniti — esaminandone il ruolo, le strategie militari e le dichiarazioni ufficiali. Successivamente, l’attenzione si sposterà sugli attori secondari: i paesi colpiti dagli attacchi missilistici, le ragioni che ne hanno determinato il coinvolgimento e le risposte politiche e militari adottate in seguito agli attacchi.
Iran
Nella notte tra venerdì 27 e sabato 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele hanno iniziato un massiccio bombardamento dell’Iran, con l’obiettivo di distruggere il potenziale nucleare di Teheran e portare alla caduta del regime islamico. Nella notte di sabato, il governo americano annuncia la morte della Guida Suprema Khamenei, poi confermata anche dai media iraniani. Contemporaneamente, l’Iran inizia a contrattaccare iniziando a bombardare paesi limitrofi, tra cui UAE, Arabia Saudita, Qatar e Kuwait focalizzandosi su basi e ambasciate americane oltre a obiettivi civili. La seconda tattica di guerra adottata dal regime iraniano è la chiusura dello stretto di Hormuz, passaggio chiave per il commercio internazionale di petrolio e gas naturale.
Addentrandoci nella seconda settimana di guerra, tra domenica e lunedì è stato nominata la nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, figlio del precedente ayatollah, da subito il nuovo leader è diventato il principale obiettivo degli Stati Uniti ed Israele. Oltre all’elezione del nuovo capo del regime dei pasdaran, l’Iran ha iniziato a lanciare missili verso il territorio turco, entrambi intercettati, portando al posizionamento di missili NATO sul territorio.

(Fonte: Il Manifesto)
Israele
“Una società militarista genera morte”. Così si leggeva in ebraico su un cartello durante una manifestazione a Tel Aviv il 3 marzo, pochi giorni dopo l’inizio dell’attuale campagna militare israeliana comunemente riferita come “Roaring Lion”.
Il 28 marzo, assieme all’alleato americano, il primo ministro israeliano Netanyahu ha dato il via ad una lunga serie di bombardamenti sulla capitale Iraniana di Teheran, dove, tra migliaia di altre vittime, è morto la guida suprema del paese, l’Ayatollah Khamenei.
Gli obiettivi dichiarati erano quelli di distruggere l’infrastruttura missilistica balistica e il programma nucleare dell’Iran, eliminare la leadership dell’IRGC, annientare le capacità navali dell’Iran e neutralizzare i proxy regionali sostenuti dall’Iran. Il cambio di regime, sebbene non dichiarato formalmente come obiettivo, era ampiamente inteso come l’ambizione finale della campagna. Trump si è rivolto direttamente al popolo iraniano, affermando: “L’ora della vostra libertà è vicina”.
Nei primi tre giorni, Israele ha svolto un ruolo centrale nelle operazioni aeree, vedendo una dinamica collaborazione tra istituzioni e organi militari. Israele ha impiegato circa 200 velivoli per lanci massicci di attacchi contro circa 500 obiettivi in Iran occidentale e centrale. La prima ondata ha coinvolto F-35I “Adir” in missioni stealth di penetrazione e attacchi contro obiettivi di alto valore, F-15I “Ra’am” e F-16I per attacchi pesanti e soppressione missilistica, oltre a UAV Heron, Heron TP e Hermes 900 per sorveglianza persistente e attacchi mirati. In totale, entro il 3 marzo, l’IAF aveva condotto circa 1.600 sortite e sganciato 4.000 munizioni guidate di precisione contro siti missilistici, infrastrutture nucleari e quartier generali dell’IRGC.
Parallelamente, Israele ha condotto operazioni cibernetiche contro media e app iraniane, diffondendo messaggi di dissuasione e interrompendo sistemi informatici strategici. Vi sono inoltre indicazioni non confermate che Israele, insieme a CIA e Mossad, abbia fornito supporto ai gruppi ribelli curdi operanti dal lato iracheno.
L’aviazione israeliana afferma di aver sganciato più di 1.200 munizioni su 24 delle 31 province iraniane nell’ultimo giorno, nel corso dell’attacco congiunto con gli Stati Uniti.
Il paese si è anche molto affidato al settore della difesa interna, composto di Arrow-3 (esoatmosferico), Arrow-2 (endoatmosferico), David’s Sling e Barak Magen (minacce balistiche e da crociera a medio raggio) e Iron Dome (razzi e droni a corto raggio). I tassi di intercettazione sono stimati intorno al 90-95%, in linea con il benchmark del conflitto del giugno 2025.
Nonostante la robusta difesa, alcune munizioni hanno colpito Tel Aviv, Gerusalemme, Beit Shemesh e Beersheva, causando 11 morti nel paese e centinaia di feriti.
Il primo ministro Netanyahu si è recato a Beit Shemesh, ad ovest di gerusalemme, uno dei siti colpiti, e ha espresso cordoglio per le vittime, ribadendo che l’attacco contro l’Iran vuole neutralizzare le “minacce all’esistenza di Israele”.
Secondo un rapporto di Human Rights Watch (HRW), nel 3 marzo 2026 l’esercito israeliano avrebbe fatto detonare proiettili contenenti fosforo bianco su zone residenziali nella città di Yohmor, nel Libano meridionale. HRW ha verificato e geolocalizzato diverse immagini che mostrano esplosioni di munizioni a grappolo contenenti la sostanza incendiaria e successivi incendi in tetti e veicoli in quell’area, laddove vigili del fuoco civili stavano cercando di spegnere i roghi causati dalle esplosioni.
USA
Il 28 marzo, nelle prime ore del mattino, gli Stati Uniti hanno lanciato “Epic Fury”, una campagna militare su vasta scala contro l’Iran che, nel giro di pochi giorni, ha ridefinito l’equilibrio strategico tra Golfo e Vicino Oriente. Presentata da Washington come un’azione necessaria per ristabilire deterrenza e proteggere alleati e rotte energetiche globali, l’operazione ha rapidamente assunto i contorni di un conflitto regionale esteso, coinvolgendo indirettamente oltre dieci Paesi.
Il Pentagono ha impiegato l’intero spettro delle proprie capacità militari: attacchi aerei strategici, operazioni navali e sistemi di difesa missilistica avanzati. La Marina statunitense ha condotto una rapida neutralizzazione della flotta iraniana, con l’obiettivo dichiarato di impedire a Teheran di chiudere lo Stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio energetico mondiale. Secondo il comando del CENTCOM, 20 unità navali iraniane, incluso un sottomarino, sono state affondate o gravemente danneggiate. L’azione si è concentrata sulla distruzione delle principali unità di superficie e delle infrastrutture costiere, evitando uno scontro navale tradizionale e privilegiando la superiorità tecnologica e operativa americana.
Parallelamente, cacciatorpediniere statunitensi e batterie Patriot hanno intercettato centinaia di missili balistici iraniani diretti contro basi americane e alleati regionali. Tuttavia, alcuni attacchi hanno colpito obiettivi sensibili: il quartier generale della Quinta Flotta a Manama, in Bahrein, è stato bersagliato da missili e da un drone di tipo Shahed che ha distrutto una cupola radar. Un centro operativo tattico statunitense è stato centrato da un missile iraniano, causando quattro morti. Al 3 marzo, le vittime statunitensi confermate erano sei, oltre a diversi feriti.
In risposta ai bombardamenti americani, l’Iran ha progressivamente ampliato il raggio delle proprie ritorsioni, prendendo di mira asset statunitensi e occidentali in tutta la regione. Attacchi con droni e missili hanno coinvolto installazioni nel Golfo e nel Levante, comprese basi utilizzate da forze americane o alleate. Tra gli episodi più significativi figura l’attacco contro la base britannica di RAF Akrotiri a Cipro, utilizzata anche per operazioni coordinate con Washington, che ha subito danni materiali. Le tensioni hanno inoltre lambito la Turchia: sistemi di difesa hanno intercettato vettori diretti verso aree sensibili dello spazio aereo turco, segnalando un’estensione geografica del conflitto che supera il tradizionale perimetro iraniano-golfo.
L’escalation si inserisce in una rivalità strutturale che dura dal 1979. Se in passato Washington aveva alternato contenimento e dialogo — come nel caso dell’accordo nucleare del 2015 — la crisi interna iraniana tra gennaio e febbraio 2026 e il fallimento di nuovi negoziati hanno riportato lo scontro su un piano apertamente militare. “Epic Fury” rappresenta così la più significativa dimostrazione di forza americana in Medio Oriente degli ultimi anni, con l’obiettivo dichiarato di ristabilire la superiorità strategica nel Golfo e costringere Teheran a rivedere le proprie ambizioni nucleari e regionali.
Golfo
Già dalle prime ore dopo l’attacco israelo-americano, l’Iran ha iniziato una controffensiva nell’area del Golfo. Il primo stato colpito è stata l’Arabia Saudita e la sua capitale Riyad, a seguire gli Emirati Arabi Uniti nello specifico Dubai e Abu Dhabi e Doha, capitale del Qatar. Subito dopo gli attacchi, i principali alleati di questi paesi, tra cui l’Unione europea si sono messi in contatto per dimostrare vicinanza e garantire supporto. Inoltre, i paesi colpiti dalle bombe iraniane hanno dichiarato di pensare alla possibilità di una risposta avvalendosi del principio di autodifesa.

(Fonte Il Messaggero)
Questi attacchi hanno avuto, tuttavia, delle conseguenze anche oltre i confini nazionali: la chiusura dello stretto di Hormuz e questi attacchi a paesi esportatori di petrolio hanno causato un drastico aumento dei prezzi dell’energia che è salita dell’8% in meno di due giorni. Analisti ed economisti stanno già cercando di capire la gravità della situazione e le possibili conseguenze che questa guerra potrebbe avere sul settore energetico.
Queste preoccupazioni sembrano essere state confermate dai mercati che, negli scorsi giorni, hanno aumentato il valore del petrolio a 100$ al barile. La situazione, tuttavia, sembra essersi stabilizzata, Il Sole 24 ore riporta che attualmente, martedì 10 marzo, il prezzo sia aggiri intorno ai 93$.

(Fonte: Il Tempo)
Levante
L’area del Levante è precipitata in una nuova fase di conflitto regionale dopo l’avvio, il 28 febbraio, dell’Operazione Roaring Lion da parte di Israele contro l’Iran, coordinata con gli Stati Uniti e mirata a colpire infrastrutture militari e strategiche iraniane. L’offensiva ha rapidamente prodotto effetti sul fronte libanese, aprendo un secondo teatro di scontri tra Israele e Hezbollah.
Nei giorni successivi, il movimento sciita libanese, alleato di Teheran, ha intensificato i lanci di razzi e droni contro il nord di Israele e contro installazioni militari israeliane, presentando queste azioni come rappresaglia agli attacchi israeliani e agli sviluppi della guerra tra Israele e Iran. In particolare, Hezbollah ha rivendicato un attacco contro una base nei pressi di Haifa come “difesa del Libano e del suo popolo”.
Israele ha risposto con raid aerei su vasta scala, colpendo numerosi obiettivi attribuiti all’infrastruttura militare di Hezbollah nel Libano meridionale, nella valle della Bekaa e nei sobborghi meridionali di Beirut, in particolare Dahiyeh, roccaforte del movimento. Secondo fonti libanesi, i bombardamenti hanno causato decine di vittime e feriti, mentre si registrano evacuazioni e un aumento degli sfollati interni.
Le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno dichiarato di aver preso di mira depositi di armi, quartier generali, siti di lancio e nodi di comunicazione, mentre le truppe israeliane sono state rafforzate lungo il confine settentrionale in previsione di ulteriori escalation. Negli ultimi giorni gli scambi di attacchi sono proseguiti, con nuovi raid israeliani e lanci di razzi da parte di Hezbollah lungo il confine. Media libanesi hanno riportato, tra l’altro, un raid dell’11 marzo su un edificio residenziale nel quartiere di Aicha Bakkar a Beirut.
La situazione lungo il confine resta altamente volatile, e il fronte libanese si è ormai consolidato come uno dei principali teatri della più ampia escalation regionale in corso, segnando un’importante evoluzione della conflittualità tra Israele e i suoi vicini alleati dell’Iran.

Ring of Fire Around Nabatieh (Open Sources) https://english.legal-agenda.com/israel-killed-devoted-municipality-team-in-nabatieh/
Occidente
Questa guerra sembra avere effetti su tutto il mondo, anche su altre guerre. Il presidente ucraino, Zelensky, ha infatti dichiarato che questi attacchi potrebbero essere compromettenti per il conflitto in Europa dato che è probabile che i suoi principali alleati occidentali dovranno redistribuire le risorse belliche. Inoltre, lo schieramento di alcuni paesi europei nel conflitto in Medio Oriente rende la posizione di Kiev complessa da gestire. Tuttavia, anche la Russia non sembra giovare da questo nuovo fronte dato che Mosca ha perso uno dei suoi principali sostenitori a livello internazionale.

La guerra in Ucraina continua ancora dopo il suo quarto anniversario, in un clima che resta teso sia sul piano militare sia su quello diplomatico. Il presidente Zelensky ribadisce con fermezza che non accetterà mai la cessione territoriale del Donbass, in quanto la rinuncia a quella regione sarebbe solo un’occasione per la Russia per continuare ad espandersi e sottrarre territori. Per Kiev, cedere oggi significherebbe aprire la porta a nuove pretese domani, mettendo a rischio la stessa sovranità territoriale.
“La Russia ha perso l’inverno”. Ma dopo gli ultimi eventi in Medio Oriente potrebbe essere l’Ucraina a perdere qualcosa di più grande: armi e risorse per la difesa da parte degli alleati occidentali, che potrebbero essere costretti a ridistribuire mezzi e attenzione verso un nuovo teatro di scontri. L’apertura di un ulteriore fronte rischia di diluire il sostegno politico e militare a Kiev, proprio mentre il conflitto entra in una fase cruciale.
In questo scenario si aggiunge anche un elemento politico particolarmente delicato: la scelta di campo di Kiev nella nuova crisi mediorientale. Non solo si apre un ulteriore fronte internazionale, ma l’Ucraina prende posizione in un conflitto in cui schierarsi comporta rischi diplomatici significativi. Inoltre, si tratta di una posizione che non coincide pienamente con la linea condivisa da molti Paesi europei e che, paradossalmente, coinvolge proprio gli attori occidentali da cui Kiev dipende per gran parte del proprio sostegno militare. Una dinamica che potrebbe complicare ulteriormente gli equilibri tra alleati.
La premier Meloni ha dichiarato l’esistenza di un ‘ponte’ tra questa nuova crisi in Iran e quella in Ucraina, affermando che la crisi internazionale di oggi è figlia dell’invasione russa e di tutte le sue conseguenze. Un’erosione del diritto internazionale che avrebbe creato un precedente capace di alimentare tensioni in altre aree strategiche del mondo.
L’ambasciata russa non la pensa allo stesso modo, respingendo l’interpretazione europea e accusando l’Occidente di fornire una narrazione parziale dei conflitti in corso.
Sicuramente con questo attacco la Russia perde un alleato importante, in un periodo in cui il supporto scarseggia tra difficoltà militari e pressioni diplomatiche. La rete di relazioni costruita negli ultimi anni da Mosca si fa più fragile proprio mentre il Cremlino è impegnato su più fronti, tra la gestione del conflitto in Ucraina e la necessità di mantenere un equilibrio nei rapporti con le altre potenze regionali.
A cura di Giovanni Manassero, Costanza Santillo e Francesca Vicari