Meloni a Pulp: l’arte di dire abbastanza da non dire troppo

Parrebbe sia avvenuto un evento storico, potenzialmente spartiacque: per la prima volta, una Presidente del Consiglio ha scelto di presentarsi in un contesto informale, come Pulp podcast, gestito da Fedez e Marra, dialogando direttamente con un pubblico giovane (tra i 18 e i 35 anni). La Meloni bypassa i salotti televisivi, e parla di politica in un podcast su YouTube. Se, da una parte, c’è chi valuta positivamente questa mossa, definendola strategica e premiante, c’è chi, dall’altra, la vede come prudenza estremamente calcolata, inquadrando la Presidente che sfrutta il rifiuto di Schlein e Conte per ottenere una vittoria per la mera partecipazione. La puntata è andata in onda alle 13 di Giovedì 19 Marzo; da giorni non si parlava d’altro: tutti si aspettavano una Meloni più esposta, senza i filtri del giornalismo “tradizionale”, in modo più informale, più vicino alla fascia demografica tradizionalmente più legata all’attuale opposizione. Insomma, il pubblico si aspettava un mix tra un’incursione in territorio nemico e delle risposte semplici ed oneste.

Fedez apre con una premessa: l’intento del podcast è quello di creare una piattaforma, libera, che possa ospitare dibattiti a sfondo politico, rivolti soprattutto a chi, come i giovani, tendenzialmente non si informa in piattaforme tradizionali, e ricerca notizie sui social.

Nei 55 minuti dell’episodio sono due le macroaree tematiche affrontate: la posizione italiana riguardo l’Iran, e il tanto discusso referendum sulla giustizia.

Giorgia Meloni inaugura l’intervista analizzando come la politica estera italiana sia principalmente mirata ad un’ideale de-escalation, consequenziale ai fatti avvenuti, evidenziando particolarmente una situazione ben più complessa di ciò che potrebbe sembrare. Si dice preoccupata della crisi del diritto internazionale, e inquadra l’attacco americano come “naturale” conseguenza ad un mancato accordo, criticando Trump su alcuni frangenti, ma rimarcando la giustificata paura di un possibile attacco nucleare iraniano. La Presidente arriva così a definirsi l’unico leader che, anche quando si trovava nell’opposizione, sosteneva un rafforzamento della difesa nazionale, inserendo l’argomento sicurezza in un contesto tra la cooperazione transatlantica e una forte dipendenza dagli Stati Uniti. Dopotutto, sono 80 anni che l’Europa dipende militarmente dagli Stati Uniti, energicamente dalla Russia e, per quanto riguarda l’approvvigionamento di materie prime, dalla Cina.

Si arriva poi al momento più emblematico del podcast: le dichiarazioni sul referendum. In questi pochi minuti non neutrali, gli unici dell’intera intervista, Fedez subito domanda se quello sulla giustizia stia diventando un referendum contro il governo, quasi ad inserire già una chiave interpretativa nella mente di chi ascolta. Sembra voler regalare alla Premier l’occasione di presentarsi come il bersaglio di un attacco politico: lei però continua a difendere il merito di tale proposta, rimarcando l’imparzialità necessaria per votare una riforma definita puramente tecnica, apolitica. Allusione chiarissima al caso Renzi ma in questo caso, come specificato da lei stessa, se la riforma non passasse, la Premier non si dimetterebbe. Marra cerca si spostare la conversazione sui metodi comunicativi, definiti persino manipolativi, adottati da entrambe le fazioni, senza però riuscire a far nascere un confronto diretto con la Meloni. Il dialogo sembra concludersi con un lieve disaccordo tra i due, nato dall’irremovibilità dell’host e dell’ospite: rispettivamente, da un lato chi sostiene fermamente i cittadini voteranno impulsivamente, dato anche il costante racconto di una verità parziale; dall’altro, chi definisce quasi stupido votare politicamente su un tema trasversale di cui si parla da decenni. Il podcast si conclude con la visione, e la conseguente critica, di un video del celebre Alessandro Barbero, in cui il governo viene accusato di star nominando autonomamente la lista da cui verranno sorteggiati i laici dell’Alta Corte. In risposta, la Meloni ribadisce l’incostituzionalità e l’impossibilità di una nomina tale, ribadendo come tutte queste tesi fantasiose accusano, indirettamente, la Repubblica e il Presidente, che dovrà controfirmare la futura legge, prima di poterla far passare in Parlamento.

In definitiva, quest’operazione comunicativa ha funzionato più nella forma che nella sostanza. L’intervista è apparsa come una possibile evoluzione della comunicazione politica, in cui il digitale parrebbe superare la televisione come canale prioritario, quasi come un punto di svolta. Ciò nonostante, il podcast ha assunto un po’ dell’istituzionalità che la Meloni ha perso sedendosi a quel tavolo: gli host si sono dimostrati leggermente in imbarazzo, in una posizione scomoda, chiaramente a disagio, e la Presidente si è presentata come Giorgia, vestita casual, adattando un registro informale e trattando le varie tematiche come se dovesse farlo a dei bambini, cercando di trascinare l’ascoltatore nei panni di chi deve prendere decisioni complesse in contesti altrettanto complessi. Quello che è mancato all’intera puntata è il contraddittorio: la totale assenza di domande incalzanti ha dato la resa di un salotto televisivo o di un monologo, senza far emergere nulla di nuovo rispetto a quanto già dichiarato in contesti da tappeto rosso.

Sebbene non manchino le critiche, la partecipazione della Presidente del Consiglio rimane un momento significativo, indipendentemente dalla lettura politica che gli si vuole dare. Più che una rottura, l’intervista appare quindi come una conferma: la politica cambia i luoghi e i linguaggi, ma continua spesso a muoversi nell’equilibrio sottile tra apertura e cautela, tra il dire abbastanza e il non dire troppo.

A cura di Chiara Pinna

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