Mercoledì 11 marzo la Capital Development Authority (CDA) di Islamabad ha ordinato lo sgombero delle baraccopoli di Rimsha (settore H-9) e di Shapar (settore G-7). L’autorità ha giustificato il provvedimento dichiarando illegali gli insediamenti, abitati quasi interamente da famiglie cristiane a basso reddito, a cui è stato imposto di abbandonare le abitazioni e le attività commerciali.
“Dov’è che andremo?” chiede Anwar Masih, un residente della colonia Rimsha. “Tutti a casa mia sono preoccupati; i miei figli non riescono a dormire di notte”. L’annuncio ha causato panico e disperazione tra la popolazione della colonia, che il 12 marzo è scesa in strada per protestare pacificamente. I leader della comunità hanno affermato che questa operazione lascerebbe centinaia di persone senza dimora, poiché la maggior parte degli abitanti non dispone dei mezzi finanziari per trasferirsi altrove.
Il piano della CDA violerebbe la National Housing Policy del 2001, la quale tutela chiaramente i diritti degli abitanti delle baraccopoli, dichiarando che non ci saranno sfratti nelle “katchi abadis” (insediamenti informali) a meno che non sia previsto un piano per la ricollocazione della popolazione residente.
La colonia di Shapar fu fondata nel 2002, mentre quella di Rimsha nel 2012 dalla stessa CDA, e prende il nome da Rimsha Masih, una ragazza cristiana di 14 anni che, nello stesso anno, fu falsamente accusata da un imam locale di blasfemia, reato punibile con l’ergastolo o, in alcuni casi, come quello di offesa al profeta Maometto, persino con la morte, secondo l’articolo 295 del Codice penale pakistano. L’imam sosteneva che la ragazza avesse bruciato alcune pagine del Corano. Rimsha fu infine reputata innocente, ma dovette emigrare in Canada dopo diversi mesi di fuga per sfuggire alle minacce di linciaggio ricevute.
Questo episodio è ancora vivo nella memoria di numerosi cristiani nella capitale, che da decenni sono vittime di persecuzione. Nel 2012, numerose famiglie cristiane lasciarono le proprie abitazioni per paura, a seguito del forte accrescimento delle tensioni settarie provocato da quest’episodio.
Le persecuzioni religiose si intensificarono sotto il regime di Muhammad Zia-ul-Haq, durante il quale le leggi sulla blasfemia furono inasprite come parte del processo di islamizzazione del paese. Negli anni successivi queste divennero sempre più influenti e, negli anni ’90, iniziarono le prime violenze di massa legate ad accuse di blasfemia, come il massacro del villaggio di Shanti Nagar, dove gruppi fondamentalisti islamici distrussero la cittadina dopo false accuse, incendiando 4 chiese e 785 case e costringendo più di 2.500 cristiani alla fuga. I residenti del villaggio non furono mai ricompensati per i danni subiti.
Le violenze non si fermarono e altri episodi settari si susseguirono, come le rivolte di Gojra nel 2009, in cui persero la vita 8 cristiani e numerose case furono distrutte, sempre a seguito di accuse di blasfemia. In seguito, tra il 2013 e il 2015, si registrò un numero elevato di attentati da parte di gruppi islamisti contro le chiese.
Un altro caso più recente fu quello di Asia Bibi, anche lei accusata di blasfemia nel 2010 e rilasciata nel 2018. La notizia del suo rilascio suscitò forti reazioni tra la frangia più estrema della maggioranza sunnita, come gli affiliati del Tehreek-e-Labaik Pakistan, un movimento islamista, che bloccarono le strade, bruciarono veicoli e saccheggiarono uffici e negozi per tre giorni.
Di fatto, le leggi sulla blasfemia sono diventate il principale strumento di persecuzione in Pakistan; in molti casi vengono sfruttate per vendette personali o per estorsioni economiche. Originariamente promosse per prevenire violenze religiose, è ormai evidente che hanno prodotto l’effetto opposto. Esse sono inoltre in forte contrasto con gli standard internazionali dei diritti umani, violando principi quali la libertà di espressione e di religione.
Le leggi sulla blasfemia restano un tema estremamente delicato: numerosi individui e gruppi hanno tentato di chiederne l’abolizione o la riforma, ma sono costantemente contrariati dall’opposizione dei gruppi sunniti più estremisti. Salman Taseer, membro del Pakistan People’s Party, fu assassinato nel 2011 per aver criticato queste leggi. Un cambiamento non sembra essere all’orizzonte; tuttavia, finché non verrà affrontato lo squilibrio tra la tutela dell’ordine pubblico e i diritti fondamentali, il rischio è che tensioni settarie simili continuino a ripetersi.
A cura di Filippo Potamo
FONTI
PAKISTAN Christians of Shanti Nagar remember the massacre of 1997
How to commit blasphemy in Pakistan | Pakistan’s blasphemy laws | The Guardian
Slum dwellers protest against expected eviction by CDA – Newspaper – DAWN.COM
SI condemns assassination of Salman Taseer in Pakistan – Socialist International