Fino a qui tutto bene. Siamo arrivati allo spareggio con questa filosofia. Ma se il problema è l’atterraggio, schiantarsi di faccia per la terza volta fa ancora più male della prima.
Partiamo dal principio: le immagini dei nostri giocatori felici al pensiero di dover affrontare la Bosnia, su campo avversario, invece del Galles, raccontano una presunzione rimasta intatta anche dopo due qualificazioni mancate e la convinzione che gli altri abbiano ancora qualcosa da invidiare al nostro movimento.
Il problema non risiede nell’esultanza in sé, e prendersela con i giocatori serve a poco, anche per quanto riguarda il campo. Tentare un tackle da ultimo uomo è una scelta che prendi in pochi secondi, se sei bravo spesso recuperi palla, ma se ti va male a volte prendi rosso. Chiunque in queste ore si sia appellato ad un errore individuale o all’operato arbitrale, non ha ancora compreso che non c’è un singolo problema, né un singolo errore. Abbiamo tra le mani una nave già affondata che continua a fingere di galleggiare.
Chi oggi ha 18 anni precisi, molto probabilmente non ha nessun ricordo della nostra Nazionale ai Mondiali, chi ne ha qualcuno in più si ricorderà qualcosa del trionfo del 2006, e molto bene delle batoste prese prima da Repubblica Ceca nel torneo del 2010 e poi dall’Uruguay in quello del 2014.
Ma soffermarsi troppo sulle serate che non abbiamo passato insieme cantando il nostro inno nel torneo sportivo più seguito del pianeta, distoglierebbe l’attenzione verso il vero punto della questione: dopo aver fallito due occasioni, cosa è stato fatto per migliorare?
Smettiamo di considerare il calcio soltanto come il gioco più bello del mondo, e osserviamolo dalla prospettiva di un’industria che in Italia contribuisce per 12 miliardi di euro l’anno sul nostro PIL nazionale, amministrata dalla Federazione Italiana Giuoco Calcio, federata al CONI, ente pubblico.
Se il calcio italiano vale così tanto, economicamente e simbolicamente, allora l’ennesimo fallimento della Nazionale non può essere derubricato a semplice delusione sportiva, ma va letto come il segnale più visibile di una crisi di sistema. Perché tre qualificazioni mondiali mancate dovrebbero produrre una riflessione radicale su governance, investimenti, formazione e identità tecnica. Invece hanno prodotto soprattutto alibi; nessun cambio di struttura, tantomeno un cambio di postura ai vertici. “Avremo valutazioni da fare in consiglio federale, a chi mi chiede le dimissioni dico che ci sono abituato” questa la prima osservazione del presidente della FIGC Gabriele Gravina, che rivestiva questo ruolo già quattro anni fa, al secondo fallimento consecutivo. Queste parole sono l’introduzione di una conferenza stampa nella quale si è parlato di arbitraggi, di crescita da non disperdere e di un grande lavoro da non ignorare.
Il punto è che in questo paese il fallimento non apre mai una vera crisi, ma piuttosto una trattativa. Una trattativa per resistere, per ridefinire il racconto, rendendo ogni delusione un incidente, mai una resa dei conti. Fermarsi ai nomi sarebbe comodo, ma bisogna ammettere che quei nomi prosperano dentro una struttura immobile, lenta, autoreferenziale. Un sistema ingessato da equilibri politici, burocrazia, mediazioni e incapacità di scegliere una direzione netta. Nel calcio italiano tutto richiede tavoli, commissioni e consigli.
Questa immobilità si riflette nei vivai, che non formano ma amministrano; nei giovani, che non trovano spazio né continuità, mentre i club di Serie A fanno sempre più affidamento su calciatori stranieri. Ma soprattutto si riflette in ciò che manca attorno al campo: strutture moderne, investimenti coerenti, centri di sviluppo, una vera programmazione. Si invoca il talento senza costruire il contesto per farlo emergere. E dove mancano le strutture, spesso prosperano le relazioni. Così il calcio italiano finisce ostaggio di un sistema che tutela sé stesso con incarichi che si tramandano ed equilibri che non si possono toccare. Non si tratta di inefficienza, ma piuttosto di un modello di autoconservazione che soffoca ogni istinto di rifondazione.
Il discorso, allora, si sposta dal piano sportivo a quello politico. Il calcio diventa specchio di una nazione. Un sistema che non cambia mai, nel quale il fallimento smette di imporre una rottura, ma viene assorbito in una struttura calcificata nelle proprie mancanze, capace di sopravvivere anche agli schianti peggiori, purché nessuno provi davvero a metterne in discussione gli equilibri.
Se crollasse ci sarebbe spazio per ricostruire, ma l’Italia preferisce marcire in piedi.
A cura di Carmine Barretta