Radicalizzazione, polarizzazione e populismo: le piaghe della politica ‘social’

Provocazioni, frasi sconsiderate e opinioni spacciate per verità: ecco cos’è l’opinionismo ‘social’, maggior fonte di informazione dei giovani

Si assiste sempre più a un nuovo fenomeno social: l’opinionismo politico e l’attivismo da parte di persone di vari schieramenti politici. A primo sguardo ciò sembra indicare un interesse a livello politico da parte delle nuove generazioni. Tuttavia, non è così semplice e questo fatto nasconde dei lati oscuri; infatti, la natura stessa di questi media fa si che il dialogo sia violento con idee radicali e di stampo populista. Un esempio calzante è Raffaele Giuliani, studente di psicologia che sul suo profilo TikTok parla di tematiche di attualità esprimendo il suo parere. Sebbene la sua dialettica ed eloquio facciano trasparire la sua cultura, il tono che usa e le sue espressioni sembrano voler solo creare scompiglio e, di conseguenza, diventare virale. In un post, pubblicato il 29 gennaio, dove Giuliani parlava dell’esortazione di Azione Studentesca di segnalare cosiddetti ‘professori di sinistra’ e la richiesta di schedare i professori sulla base delle loro idee politiche, il creator disse a gran voce che la democrazia è in pericolo e che bisogna ammettere che “la cultura in sé sta a sinistra”. Un altro esempio simile riguarda un video nel quale si condannava, giustamente, l’aggressione ad una sede del PD, nello specifico alla sala Gramsci. Riferendosi al filosofo e alla sua lotta contro il fascismo Giuliani dice: “Chiunque non veda Gramsci di buon occhio, è perché è fascista.”

Queste asserzioni forti, che esprimono un chiaro schieramento politico, creano un forte contradditorio all’interno della sezione dei commenti e rendono popolari i suoi video e di conseguenza il loro creatore. È evidente, peraltro, che queste espressioni siano se non altro imprecise. Che ci possa essere una correlazione tra il livello d’istruzione e la tendenza a votare più a sinistra è dimostrato dai dati come riporta, per esempio, il sondaggio preelettorale del CISE Telescope del giugno 2024 in vista delle elezioni europee. Tuttavia, dichiarare che la cultura in quanto tale stia a sinistra è ben altra cosa. Uomini come Cavour, Montanelli o Giulio Andreotti è innegabile che fossero uomini di cultura, le loro posizioni politiche potevano essere contestabili, non condivisibili ma sicuramente di grande caratura intellettuale e non riconoscerlo dimostra una scarso pensiero critico ed onestà intellettuale. Continuando, scambiare l’anticomunismo o la contestazione nei confronti di una figura come Gramsci con il fascismo, una terribile dittatura, è un grave errore e può anche essere interpretato come un insulto da parte di chi non condivide il pensiero Marxista ma, ovviamente, neanche quello Mussoliniano. Ecco dove sta il problema, i social premiano queste frasi sconsiderate, populiste invece di condannarle dicendo che non alimentano un’opinione pubblica sana e democratica.

Sebbene questi creators dicano di essere grandi sostenitori della democrazia si capisce che non hanno ben chiaro cosa essa rappresenti, soprattutto quando si parla d’informazione e disinformazione. Certe frasi pronunciate da persone più o meno autorevoli hanno un peso ed un significato e la provocazione spacciata per verità fa male, in special modo sui social, abitati in gran parte da giovani che affidano la loro conoscenza in ambito politico-sociale ad essi. Non è una singola persona a rappresentare un problema o un’idea nello specifico ma il meccanismo. Come dice Daria Grimaldi, professoressa di psicologia sociale della comunicazione di massa all’Università Federico II di Napoli, la comunicazione social è orientata all’emotional sharing, ha come unico obiettivo quello di generare consenso e condivisione. Questo dimostra come l’informazione fatta sui social, basata sull’opinionistica, sia orientata esclusivamente al generare emozioni favorevoli o contrarie nei confronti di una notizia per natura stessa dei media, ciò non si può in alcun modo definire informazione. Parlare nel 2026 di buono e cattivo o fascista e comunista è anacronistico, sembra di tornare indietro alla fine della Prima guerra mondiale con i due estremi che lottavano in piazza, solo che la piazza adesso è virtuale e le armi le parole.

In conclusione, questa tendenza viene foraggiata dalla classe dirigente che ha deciso di abbassare il livello del dialogo politico, che diventa sempre più violento e che mina la stessa democrazia, questo atteggiamento rimanda nuovamente al nesso storico di cui sopra. Questo è il motivo per cui la disinformazione appare come una problematica sempre più presente nella società moderna; i media a cui è affidata la maggior parte dell’informazione sono per loro natura orientati a far scaturire emozioni, positive o negative, e non ad informare.

A cura di Giovanni Manassero

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