18 gennaio 2026, Senegal contro Marocco, finale di Coppa d’Africa, negli ultimi minuti succede di tutto: l’arbitro fischia un rigore a dir poco discutibile in favore del Marocco, poco dopo aver annullato un gol valido agli avversari, che chiamano la ritirata e tornano negli spogliatoi. Ndala Ngambo, giudice di gara, non annulla il match, aspetta il rientro dei calciatori senegalesi, i quali ritornano a giocare, vedono sbagliare il rigore calciato da Brahim Diaz e vincono la partita nei tempi supplementari, alzando al cielo il trofeo.
Perché lo raccontiamo dopo due mesi? Con calma, bisogna fare delle doverose premesse, propedeutiche alla comprensione di un sistema sportivo in affanno, per usare un eufemismo.
Innanzitutto, è stato deciso da tempo che il torneo dovesse disputarsi in estate, al termine dei campionati, e non più durante la finestra invernale, sottraendo i calciatori ai club proprietari del cartellino nel mezzo della stagione. Ciò avrebbe previsto che l’ultima edizione, terminata nella pratica a inizio anno, si sarebbe dovuta giocare, nella teoria, tra giugno e luglio 2025.

Lo slittamento è dovuto all’introduzione del Mondiale per Club, torneo indetto per la prima volta dalla FIFA nello stesso periodo, e che ha quindi prevalso su un campionato continentale. Appare alquanto improbabile che, al netto degli interessi economici, una tale modifica sarebbe potuta accadere ad una Copa America o ad un Europeo, ma considerando il Mondiale in Qatar 2022, disputatosi in inverno per andare incontro alle esigenze della nazione ospitante, è lecito lasciarsi il beneficio del dubbio.
La seconda premessa osserva un’altra modifica nel format del torneo, che passa da una cadenza biennale ad essere previsto ogni quattro anni, un’altra gentil concessione della Confédération Africaine de Football alle inottemperanze della FIFA, che da tempo chiedeva un’armonizzazione del campionato con il proprio calendario calcistico.
Per chi non è pratico della questione potrebbe non sembrare un dramma, ma il continuo scendere a compromessi dei dirigenti della CAF riflette la loro mancanza di visione e pianificazione per un torneo che permette di fornire i mezzi per uno sviluppo delle strutture al paese che di volta in volta ne ospita l’edizione, innescando una crescita per l’intero sistema calcio del continente, ora quantomeno rallentata.

La pietra tombale sembra però essere stata apposta il 18 marzo, con la decisione della Corte d’Appello della CAF di assegnare la vittoria a tavolino al Marocco, dopo 57 giorni dalla finale, vinta sul campo 1-0 dal Senegal allenato da Pape Thiaw. Quella partita, disputatasi a Rabat, in Marocco, continua a generare polemiche dopo due mesi dal fischio finale. Le proteste accusavano da tempo il torneo di essere indirizzato a favore del paese ospitante, questo perché la federazione calcistica marocchina continua ad acquistare influenza e a stringere rapporti con il calcio europeo e le sue istituzioni, con l’obiettivo ultimo di ottenere la finale del Mondiale 2030 in casa, sottraendola a Madrid o Barcellona nel campionato che si giocherà a cavallo tra i due continenti.
L’esito sportivo ridicolo di questa storia dipinge, ancora una volta, il quadro di un movimento calcistico che fatica nel rincorrere quello europeo o sudamericano e si ritrova il fiato sul collo di quello orientale, trainato prima da Cina e Giappone, e poi dalle enormi somme di denaro elargite soprattutto da Qatar e Arabia Saudita nell’ultimo decennio, con quest’ultima che sembra essersi già aggiudicata i Mondiali del 2034.
Lo sport ha sempre avuto una stretta connessione con la politica, per cui parlare di tutto quanto detto sopra come di una novità sarebbe retorica e poco più, però una riflessione va fatta lo stesso: questo calcio, sempre più schiavo del denaro e sempre più scollegato dai sogni di adulti e bambini che quelle partite le guardano con speranza, sembra lo sport che più si addice ai giorni che viviamo.
A cura di Carmine Barretta