Il prezzo della sconfitta

Termina amaramente, dopo tre anni e mezzo, l’esperienza di Daniela Garnero Santanché al ministero del Turismo. È finita, insieme a Andrea Delmastro Delle Vedove e Giuseppina Bartolozzi, nel mirino delle “pulizie di primavera” avviate da Giorgia Meloni, decisa a correre ai ripari dopo il calo di consensi seguito alla sconfitta al referendum sulla magistratura.

Per molti giorni la presidente del Consiglio spinge affinché la ministra del Turismo si dimetta, smuovendo anche l’amico comune Ignazio La Russa. Santanchè, però, non ci sta: a suo dire, l’operato del ministero e il coinvolgimento nelle vicende giudiziarie nulla hanno a che fare con l’esito del referendum. Meloni è quindi costretta a uscire allo scoperto, invitando Daniela Santanché a compiere un gesto di “sensibilità istituzionale”. Alla fine, la ministra cede e la premier assume il comando del dicastero ad interim prima di affidarlo a Gianmarco Mazzi.

A pesare è soprattutto il rinvio a giudizio con l’accusa di falso in bilancio nell’inchiesta su Visibilia, il gruppo editoriale da lei diretto per molti anni, oltre che la fallimentare campagna “Open to meraviglia”. Effettivamente, però, il referendum c’entra poco o nulla. Infatti, se è vero che Meloni ha perso anche per via del malcontento verso l’esecutivo, è anche vero che Santanchè è stata un personaggio secondario nella campagna, a cui vengono imposte le dimissioni prima di essere condannata e per di più all’indomani di una battaglia garantista sulla giustizia.

Per Bartolozzi e Delmastro Delle Vedove, invece, la responsabilità nella sconfitta referendaria è più evidente. Anzitutto per i ruoli ricoperti (capo di gabinetto e sottosegretario alla Giustizia), e poi per le affermazioni a dir poco infelici degli ultimi mesi. Sulle spalle di Delmastro Delle Vedove, inoltre, grava l’inchiesta riguardante il suo coinvolgimento in un’attività di ristorazione insieme alla figlia 18enne di un affiliato al clan Senese.

Per quanto possano destare soddisfazione le dimissioni di questi personaggi, occorre fare un’osservazione critica. Giorgia Meloni invoca “sensibilità istituzionale” da parte di Daniela Santanchè, non perché quest’ultima sia direttamente coinvolta in un processo o si sia dimostrata inadeguata al ruolo, ma perché rappresenta un freno all’immagine del governo. Lo stesso discorso vale per Andrea Delmastro Delle Vedove e Giuseppina Bartolozzi: i casi giudiziari e le dichiarazioni infelici (come quella sui cellulari della polizia che “non lasciano respirare”) erano noti già prima del referendum, eppure le dimissioni arrivano solo dopo la certificazione dell’impopolarità. Insomma, l’etica pubblica viene posta in rilievo solo quando diventa fonte di impopolarità.

L’ossessione per il consenso conduce Meloni al rischio di avere un governo da record in termini di popolarità e longevità, ma incapace di portare a casa una singola riforma significativa. Questo, infatti, è il destino di chi antepone a tutto il successo nei sondaggi settimanali, e a volte concedere dei capri espiatori all’elettorato non è sufficiente. Si tratta infatti del primo stravolgimento nella maggioranza dopo il caso Sangiuliano, e il rischio di iniziare un processo di epurazione che potrebbe non finire più è ben presente a tutti.

Chi può scagliare la prima pietra? Ma soprattutto, chi può sostituirla?

A cura di Andrea Potossi

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