L’Europa cambia pelle: la linea italiana sui rimpatri conquista Bruxelles

Il 26 marzo scorso, il Parlamento europeo ha effettuato un netto cambio di rotta, approvando la proposta di regolamento sui rimpatri, segnando una fondamentale stretta sui migranti irregolari. Infatti, i cittadini di paesi terzi soggetti a un provvedimento di rimpatrio saranno tenuti a collaborare con le autorità competenti per lasciare il territorio UE e, in caso di mancata collaborazione o di resistenza, potranno essere sottoposti a detenzione fino a 24 mesi. Si tratta di una misura che apre la strada ai rimpatri coercitivi e ai centri di rimpatrio, o “returning hubs”, situati in un paese terzo sulla base di accordi con gli Stati membri, ricalcando il “modello Albania” anticipato dall’Italia.

Ulteriori disposizioni consentono controlli più rigorosi ed espulsioni più agevoli per le persone considerate un rischio per la sicurezza dalle autorità nazionali dei vari paesi interni all’Unione, ma sono le prime due disposizioni a essere state oggetto di più scalpore nell’opinione pubblica e tra i partiti contrari. Non si è trattato, infatti, di un’approvazione unanime: i provvedimenti hanno ottenuto 389 voti a favore, 206 contrari e 32 astensioni.

Il testo, che ha ottenuto all’inizio di marzo l’approvazione della commissione parlamentare, è frutto di un lavoro di mediazione condotto ad arte dal Partito Popolare Europeo (PPE), che ha saputo presentare un’alternativa alla versione originale proposta dal liberale olandese Malik Azmani, giudicata troppo severa dalla famiglia socialista, il che l’ha portata a interrompere le trattative in una prima fase. Il PPE ha saputo cogliere l’occasione, presentando immediatamente una versione alternativa, facendosi forte del sostegno dei conservatori, dei Patrioti e dei Sovranisti, ottenendo, con questo gioco di compromessi, il via libera della commissione per le libertà civili, la giustizia e gli affari interni. Un mese dopo, l’approvazione dell’Eurocamera avvia definitivamente i negoziati con il Consiglio per finalizzare il regolamento e renderlo operativo.

Tralasciando le prevedibili reazioni di una soddisfatta maggioranza e di un’opposizione preoccupata, con quest’ultima orientata a sostenere la necessità di un piano umanitario europeo per i potenziali sfollati dei nuovi conflitti mediorientali, questo evento segna una svolta, consentendo di soffermarsi su due questioni principali.

La prima è il totale spostamento degli equilibri in seno al Parlamento europeo, grazie al sopracitato PPE che, nel fungere da ago della bilancia, segna una convergenza sempre più convinta con le forze dell’intera ala parlamentare di destra. Questa parziale sovrapposizione può essere inquadrata come un tentativo di provare a invertire la forte polarizzazione del voto, maturata in uno scenario nel quale l’estrema destra si è progressivamente accreditata come l’unico spettro politico realmente intenzionato a intervenire in materia di sicurezza e migranti, tema divenuto estremamente caldo negli ultimi anni e che torna al centro della discussione soprattutto in periodo di campagne elettorali, tanto internamente all’UE quanto fuori dai suoi confini, come dimostra l’importanza che il tema riveste anche nel dibattito politico del Regno Unito, oltre al polverone alzatosi intorno all’operato dell’ICE negli Stati Uniti. Se questa “alleanza” parlamentare sarà destinata a durare, lo dirà il tempo, ma è impossibile non rilevare che le forze di centro continuino a perdere consensi, strette dall’ascesa di movimenti e partiti percepiti come più decisi o più pericolosi, a discrezione del lettore e dell’elettore. In questo quadro, una necessaria presa di posizione, in un senso o nell’altro, sembra essere giunta.

La seconda questione riguarda il protocollo siglato dall’Italia con l’Albania relativo alla creazione di centri esterni al territorio nazionale destinati alla gestione dei migranti. Quella che veniva presentata come una forzatura giuridica fino a pochi mesi fa oggi appare come l’anticipazione di una linea politica che l’Unione sembra voler recepire in modo più organico. L’esternalizzazione della gestione migratoria proposta dal governo Meloni, che aveva incontrato le resistenze sollevate dalla magistratura, si inserisce ora in una tendenza politica nettamente più ampia, sollevando il dubbio che il meccanismo strutturale dello scontro tra indirizzo politico e controllo giurisdizionale possa estendersi a un contesto più ampio oltre i nostri confini nazionali. Lo stesso Presidente del Consiglio si è espresso sul tema, sottolineando che “l’Europa va nella direzione giusta, seguendo una linea indicata con forza dall’Italia”. Un passaggio che consente al governo di rivendicare una certa continuità politica sul dossier migratorio, in un momento segnato dalla sconfitta in sede referendaria, che ha rappresentato indubbiamente una battuta d’arresto per il progetto politico della Premier e della sua maggioranza.

A cura di Carmine Barretta

FONTI

https://www.europarl.europa.eu/news/en/press-room/20260324IPR38908/returns-regulation-meps-ready-to-start-negotiations

https://www.ilgiornale.it/news/politica/ue-dice-s-modello-albania-meloni-rimpatri-pi-efficaci-2643870.html

Lascia un commento