Prima di addentrarci nella cronaca di ciò che è stata l’appena passata campagna referendaria occorre fare una premessa: l’Italia, seppur con notevoli discrepanze socio-economiche tra Nord e Sud, è un paese incredibilmente omogeneo dal punto di vista etno-culturale; entrando nel merito, gli italiani riconoscono una sola lingua nazionale (al contrario di quanto succede in diversi paesi europei, su tutti Regno Unito e Spagna) e condividono, al di là della dimensione spirituale, un’unica permeante cultura cattolica; difatti, l’italiano è considerato il più alto strumento d’espressione da parte degli abitanti della Penisola almeno dal XVI secolo, status rimasto invariato sino ai giorni nostri (essendo le minoranze etno-linguistiche autoctone presenti nel nostro territorio, nello specifico germanici, occitani e sloveni, appena l’1.2% della popolazione totale), mentre il cattolicesimo è l’unica religione delle popolazioni italiche dai tempi dell’Editto di Milano (313 d. C.).
Godendo, quindi, l’Italia del lusso di non avere comunità nazionali alternative interne ai propri confini che possano promuovere spinte centrifughe (quel che rappresentano Fiandre, Paesi Baschi, Baviera, Catalogna, Scozia, o Kurdistan in altri paesi), la polarizzazione ideologica risulta essere l’unico fattore antropologico endogeno capace di mettere a repentaglio la tenuta dello Stato, nonché unico strumento perseguibile da parte di attori esterni per destabilizzare il nostro paese dall’interno; a mio avviso, proprio la polarizzazione è alla base di quanto accaduto durante la campagna per il Referendum Costituzionale sulla Giustizia del 2026, la quale si è tramutata in una prova generale per le elezioni politiche del 2027, con i due schieramenti impegnati entrambi ad attaccarsi politicamente facendo leva sulla profonda e radicata spaccatura ideologica del nostro paese.
Da una parte, si è osservato lo schieramento del Sì (rappresentato dal Governo e dai partiti riformisti di “centro”) fare leva sulle retoriche, divenute ormai note a partire dall’avvento del Berlusconismo, che descrivono gli esponenti politici dei partiti di destra come innocenti vittime delle cosiddette “toghe rosse”, con la conseguente demonizzazione della Magistratura in toto; il tutto accompagnato da altre narrative populiste che miravano a toccare paure e indignazione degli italiani, citando rispettivamente problematiche legate a migranti irregolari, casi di cronaca come quello della “Famiglia del Bosco” e gli interminabili tempi burocratici della giustizia italiana, tutti elementi che risultano difficili da correlare alle tematiche del Referendum, anche per la più fantasiosa delle menti. Dalla parte opposta, lo schieramento del “Campo Largo” si è assiduamente speso avvertendo che, qualora avesse vinto il Sì, si sarebbe prodotta una inesorabile trasformazione della nostra Repubblica in una democrazia illiberale sulle orme dell’Ungheria di Orban, rievocando l’onnipresente spettro del Fascismo, ma dimenticando che la suddetta riforma costituzionale è stata oggetto di esame e approvazione da parte del Presidente della Repubblica, e soprattutto che le riforme proposte sono state storicamente sostenute dalla sinistra, specie nel corso della Prima Repubblica.
In sostanza, si è fatto di tutto per distogliere l’attenzione dei cittadini da un Referendum squisitamente tecnico, che riguardava ruolo e composizione della Magistratura, i cui rapporti con gli altri due poteri sono stati conflittuali sin dagli albori della nostra Repubblica, e che quindi necessitava di un dibattito pubblico costruttivo, limpido ed apolitico; questo fenomeno di polarizzazione purtroppo non è isolato o legato al singolo tema giudiziario, ma da dove deriva?
Per comprenderne l’origine bisogna scavare sino al processo storico che ha portato alla nascita della nostra Repubblica: la Guerra Civile combattuta dal 1943 al 1945 tra fascisti e partigiani antifascisti ( comunisti, socialisti, cattolici e liberali), caso quasi unico nella storia europea poiché non fu combattuta tra territori (quindi gruppi etnici); essa vide infatti fronteggiarsi le due fazioni (con membri non di rado appartenenti alle stesse famiglie) trasversalmente in ogni contrada del Centro-Nord occupato per stabilire il destino politico dell’Italia; questo conflitto intestino, culminato con la liberazione di Milano da parte delle forze partigiane il 25 aprile 1945, ha creato una spaccatura nel nostro
spettro politico, dalla quale sono nate le due anime inconciliabili della nostra Repubblica; come conseguenza diretta, abbiamo assistito all’alternarsi, nell’arco degli ultimi ottant’anni, di numerosi partiti orientati più alla difesa delle identità politiche che alla risoluzione dei problemi sistemici che attanagliavano, ed attanagliano tuttora, la Penisola.
A livello politologico, questo “cleavage” trovò riscontro empirico nel Partito Comunista Italiano e nel Movimento Sociale Italiano durante la Prima Repubblica – con la Democrazia Cristiana al centro in funzione di Partito-Stato stabilizzatore – e nelle due ali liberali rivali nel periodo che va dal 1992 ad oggi (centro-destra conservatore e post-fascista dalla svolta di Fiuggi e centro-sinistra progressista), le quali raccolgono nel proprio bacino elettorale la discendenza diretta dei due schieramenti che si guerreggiarono nel triennio 43-45.
Ad aggravare il tutto vi è un tasso di natalità tra i più bassi d’Europa – quest’anno ha toccato il minimo dell’1.18 figli per donna – che rallenta drammaticamente quel ricambio generazionale che contribuirebbe a superare divisioni storiche così radicate.
Dunque, la sfida per l’Italia sarà quella di riscoprire la sua disconosciuta omogeneità culturale, superando il profondo solco ideologico che spacca in due il Paese e riscoprendo il concetto di Unità Nazionale: dovrà farlo per resistere agli shock esogeni che una fase di transizione egemonica come quella che stiamo vivendo, con la fine dell’unipolarismo americano, inevitabilmente comporta; dovrà farlo perché i concetti storici di Patria e Nazione esistono per unire e non per dividere; dovrà farlo perché l’alternativa è l’ormai cronica paralisi conflittuale sul piano domestico e l’irrilevanza sul piano internazionale.
A cura di Riccardo Giovannelli
Fonti
Limes 5/18, Ǫuanto vale l’Italia?, L’insospettabile omogeneità degli Italiani – Dario Fabbri Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza – Claudio Pavone Cleavage Structures, Party Systems, and Voter Alignments – Lipset & Rokkan
Migranti rientrati dall’Albania, Meloni attacca i giudici. Ma sarebbe bastato non trasferirli: ecco cosa dice la legge – Il Fatto Ǫuotidiano
Meloni contro i giudici sulcaso della famiglia del bosco – Stylo24
Il Pd addita come fascista chi vota Sì al referendum – Secolo d’Italia
