“Noi non possiamo assecondare rotture isteriche né subordinazione infantile, la strada in cui ci muoviamo è quella della legge, dei trattati internazionali e della Costituzione”
Con queste parole, il 7 aprile 2026, il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha blindato, davanti alla Camera dei Deputati, la posizione dell’esecutivo sul recente diniego opposto agli Stati Uniti per l’uso della base di Sigonella. Tutto ha inizio nell’ultima settimana di marzo 2026. Due caccia militari statunitensi, armati e diretti verso lo scenario di guerra in Iran, chiedono l’autorizzazione all’atterraggio tecnico presso la base di Sigonella, in Sicilia.
La base, nota come “il mozzo del Mediterraneo”, è un polo logistico fondamentale per la Marina USA (NAS Sigonella), ma resta un’installazione sotto sovranità italiana.
Secondo quanto ricostruito dai vertici militari, la richiesta statunitense sarebbe giunta quando i velivoli erano già in volo. Lo Stato Maggiore dell’Aeronautica e il Capo di Stato Maggiore della Difesa, il generale Luciano Portolano, hanno immediatamente avviato gli accertamenti: i voli in questione non rientravano nelle categorie “logistiche” o “addestrative” previste dagli accordi ordinari. Trattandosi di assetti destinati a operazioni di combattimento in un teatro non-NATO, l’autorizzazione non poteva essere automatica.
Senza un preventivo passaggio parlamentare o un accordo politico ad hoc, il Ministro della Difesa Guido Crosetto ha quindi pronunciato il “No”. Un diniego che ha una radice tecnica ma anche una portata profondamente politica. Non si è trattato, contrariamente alle prime letture superficiali, di un improvviso strappo diplomatico, di un atto di ostilità politica, ma l’esito di una rigorosa applicazione dei protocolli tecnici firmati nel 1954, nello specifico l’Air Technical Agreement e il Bilateral Infrastructure Agreement (BIA). Ancora oggi, quei testi non sono accessibili al pubblico, né integralmente al Parlamento, perché protetti da una elevata classifica di segretezza. Davanti a un’Aula tesa, il Ministro Crosetto ha difeso l’operato del governo con una linea di estrema fermezza istituzionale. Il suo intervento ha mirato a smontare la narrazione di una “rottura” con gli USA, riconducendo il tutto alla “legalità costituzionale”.Il Ministro ha presentato dati sugli atterraggi dal 2018 a oggi per dimostrare la continuità operativa:l’Italia non ha “chiuso” le basi, ha semplicemente applicato le regole.
Eppure, dietro la “tecnica” dei trattati del 1954, emerge un’evidente necessità politica di distanziamento. Se nel 1985 Bettino Craxi scelse il braccio di ferro fisico sulla pista di atterraggio, oggi il governo Meloni sceglie la via della legalità formale per gestire un rapporto sempre più ondivago con l’amministrazione Trump.
Una cautela che riflette lo stallo di un’Europa profondamente divisa: mentre la Spagna di Sánchez guida il fronte del rifiuto totale e la Germania di Merz cerca l’allineamento strategico, l’Unione appare incapace di esprimere una voce comune, sospesa tra la difesa del diritto internazionale e il timore di ritorsioni economiche.
L’Italia ha scelto la via del tecnicismo per segnare un punto di distanza senza però compiere una scelta di campo definitiva sulla legittimità del conflitto in corso. Le opposizioni si sono soffermate sulla questione: mentre il PD accusa il governo di guardare al passato per non condannare il presente, il Movimento 5 Stelle preme per una presa di posizione ancora più netta contro quella che viene percepita come una
guerra illegale. La vicenda di Sigonella, in un’epoca in cui la complessità viene spesso sacrificata sull’altare della
propaganda, solleva interrogativi profondi sulla natura delle nostre alleanze. Può un Paese essere un alleato strategico e, allo stesso tempo, un freno tecnico alle operazioni militari dell’alleato stesso? La risposta data da Crosetto è affermativa, ma resterà da capire se la “strada della legge” invocata dal Ministro sia una efficace visione strategica o soltanto l’ultimo rifugio tecnico per una politica che non può più permettersi di restare ambigua.
A cura di Chiara Scudieri