Il sette maggio il primo ministro slovacco Eduard Heger, leader del governo dal 2021, ha rassegnato le dimissioni a seguito delle proteste scaturite dal discusso allontanamento del ministro dell’agricoltura Samuel Vlčan accusato di aver ricevuto, attraverso una propria azienda, una sovvenzione Ue mentre era in carica. A partire dal quindici di maggio la Slovacchia è stata quindi guidata da un governo tecnico affidato al vicegovernatore della banca centrale Ľudovít Ódor.
Alleanze complicate

Il trenta settembre si sono tenute le elezioni che hanno visto trionfare l’ex premier Robert Fico, leader dei socialdemocratici filorussi (22,95%) seguito dai progressisti del vicepresidente del Parlamento europeo, Michal Šimečka (17,96%) e dai socialdemocratici europeisti dell’ex-premier Peter Pellegrini (14,70%). Dietro a questi solo altri quattro partiti sono riusciti a superare la soglia di sbarramento del 5% prevista dalla legge elettorale: i conservatori (8,9%), i democratici (6,82%), i liberali (6,32%) e la destra euroscettica filorussa del Partito Nazionale Slovacco (5,63%). Sono invece rimaste fuori, a sorpresa, le due formazioni di estrema destra di Republika e del Partito Popolare Slovacchia Nostra.
Nonostante la netta vittoria di Fico la corsa al potere è tutt’alto che chiusa. Il Consiglio nazionale polacco è composto da 150 seggi e per poter governare è necessario aggiudicarsene più della metà (almeno 76). In qualità di vincitore delle elezioni, Fico ha ricevuto dalla presidente della Slovacchia, Zuzana Čaputová, l’incarico di cercare una maggioranza al Consiglio nazionale che supporti il governo con la consapevolezza che, in caso di fallimento, il testimone passerà ai progressisti. L’ago della bilancia è quindi rappresentato dal partito di Pellegrini che dovrà valutare se schierarsi con i socialdemocratici di Fico o con i progressisti di Šimečka. Da un punto di vista ideologico Pellegrini ha più volte dichiarato di essere più vicino a Fico che a Šimečka, tuttavia, dal punto di vista delle alleanze, la prospettiva di un accordo con il Partito Nazionale Slovacco è sicuramente meno invitante di quella con democratici e liberali. A far propendere per un’alleanza con i progressisti ci sarebbe poi la possibilità di ottenere il ruolo di primo ministro, carica che Šimečka potrebbe promettere a Pellegrini qualora decidesse di schierarsi in suo favore. Comunque vadano le cose, ciò che è certo, è che la maggioranza che si andrà a comporre sarà tutt’altro che solida.
L’Europa osserva e aspetta

L’Ue e in particolare l’Ucraina osservano con preoccupazione i risvolti delle elezioni. L’ascesa di Fico alla presidenza del consiglio rappresenta un ostacolo all’unità europea nel sostegno a Kiev in quanto il leader dei socialdemocratici ha già dichiarato di voler cessare l’invio di armi all’Ucraina e di essere contrario alle sanzioni contro la Russia. Chi invece spera in una vittoria di Fico è il premier ungherese Viktor Orbán che vede in lui uno stretto alleato nella sua politica di opposizione a Bruxelles.
I risvolti delle elezioni destano particolare preoccupazione anche perché si inseriscono in un momento delicato in cui sembrano moltiplicarsi i segnali di affaticamento nei confronti della guerra. Dall’altra parte dell’oceano il Congresso americano ha recentemente bocciato l’inserimento nel bilancio di un aiuto di sei miliardi di dollari all’Ucraina richiesti da Joe Biden. Il premier polacco Mateusz Morawiecki, in vista delle elezioni di metà ottobre, si è dichiarato favorevole all’interruzione del sostegno militare a Kiev. Il ministro dell’economia Giorgetti, ai microfoni di sky ha sottolineato che il paese ha fatto molto per il sostegno all’Ucraina ma che “le risorse non sono infinite”. In generale, il blocco occidentale sembra affaticato da un triennio economico non esattamente positivo e da un conflitto che non sembra raggiungere un punto di svolta. Si va così esplicitando la differenza fondamentale tra i due contendenti che si affrontano sul campo. Per la sostenibilità del conflitto Kiev dipende dall’esterno, Mosca no. Il timore è che la solidarietà si stia raffreddando e che il tempo contribuisca a logorare la compattezza degli alleati alle prese con gli effetti collaterali del conflitto.

Per quanto riguarda gli equilibri del Parlamento europeo, il partito di Fico è associato al gruppo dei socialisti europei (Pse) dal quale era stato sospeso nel 2018 a seguito dello scandalo scoppiato dopo gli omicidi in stile mafioso del giornalista investigativo Ján Kuciak e della sua ragazza, Martina Kušnírová che stavano indagando sulle presunte connessioni tra la ‘ndrangheta calabrese e membri del governo guidato dallo stesso Fico. Il presidente del Pse Stefan Löfven ha già avvertito che, se Fico sceglierà di governare con l’estrema destra del Partito Nazionale Slovacco e darà seguito alle parole espresse in campagna elettorale di disimpegno nei confronti dell’Ucraina, sarà inevitabile avviare la procedura di espulsione.
A cura di Paolo Gaudenzi
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