
Il 2 novembre del 1972 Oriana Fallaci incontrò alla Casa Bianca Henry Kissinger, allora Segretario di Stato USA, realizzando una delle interviste più famose della storia del giornalismo italiano.
L’intervista, contenuta nel libro “Intervista con la storia”, fece molto scalpore all’epoca, per due ragioni: innanzitutto, per il fatto che Kissinger non concedeva interviste individuali, ma parlava solo alle conferenze stampa indette dalla presidenza; in secondo luogo, per le ripercussioni che le sue parole ebbero nei rapporti con Nixon, “inferocito” con Kissinger dopo l’uscita dell’intervista.
“Quest’uomo troppo famoso, troppo importante, troppo fortunato, che chiamavano Superman, Superstar, Superkraut, e imbastiva alleanze paradossali, raggiungeva accordi impossibili, teneva il mondo col fiato sospeso come se il mondo fosse la sua scolaresca di Harvard. Questo personaggio incredibile, inspiegabile, in fondo assurdo, che s’incontrava con Mao Tse-tung quando voleva, entrava nel Cremlino quando ne aveva voglia, svegliava il presidente degli Stati Uniti e gli entrava in camera quando lo riteneva opportuno. Questo cinquantenne con gli occhiali a stanghetta, dinanzi al quale James Bond diventava un’invenzione priva di pepe. Lui non sparava, non faceva a pugni, non saltava da automobili in corsa come James Bond, però consigliava le guerre, finiva le guerre, pretendeva di cambiare il nostro destino e magari lo cambiava. Ma insomma, chi era questo Henry Kissinger?”

Nato a Fürth, in Baviera, il 27 maggio 1923 da una famiglia di origini ebraiche, Henry Kissinger lasciò il suo paese natio nel 1938 e si trasferì a New York, a causa delle persecuzioni antisemite da parte dei nazisti. Nel 1950 si laureò a pieni voti presso l’Università di Harvard, dove successivamente diventò professore. Nei primi anni ’60 si avvicina a Nelson Rockfeller che lo introdusse alla politica, una passione che avrebbe appagato in seguito divenendo, negli anni successivi, consigliere di Kennedy, Jhonson e poi assistente di Nixon. Nel 1973 viene nominato Segretario di Stato, incarico che mantenne fino al 1977.
La Fallaci descrive l’allora Segretario di Stato come una persona molto fredda, cinica, quasi come fosse una macchina che recepisce dati, li elabora e li restituisce senza nessun errore.
“Dio, che uomo di ghiaccio. Per tutta l’intervista non mutò mai quella espressione senza espressione, quello sguardo ironico o duro, e non alterò mai il tono di quella voce monotona, triste, sempre uguale. L’ago del registratore si sposta quando una parola è pronunciata in tono più alto o più basso. Con lui restò sempre fermo e, più di una volta, dovetti controllare: accertarmi che il magnetofono funzionasse bene. Sai il rumore ossessionante, martellante, della pioggia che cade sul tetto? La sua voce era così. E, in fondo anche i suoi pensieri: mai turbati da un desiderio di fantasia, da un disegno di bizzarria, da una tentazione di errore. Tutto era calcolato in lui, controllato come nel volo di un aereo guidato dal pilota automatico. Kissinger ha i nervi e il cervello di un giocatore di scacchi.”

Nel corso dell’intervista, che ebbe ad oggetto la Guerra in Vietnam, traspare l’indignazione della Fallaci di fronte al realismo nudo e crudo di Kissinger, il quale continua a mandare giovani americani al massacro nelle foreste del Vietnam, nonché a far stragi di vietnamiti e cambogiani, mentre ha già deciso da tempo il ritiro dell’America dal fronte indocinese. Questa visione estremamente realista del Segretario di stato emerge nel passaggio seguente, quando la giornalista italiana incalza con domande sulla guerra in Vietnam.
“Parliamo della guerra, dottor Kissinger. Lei non è pacifista, vero?”
“No, non credo proprio di esserlo. Anche se rispetto i pacifisti genuini, non sono d’accordo con nessun pacifista e in particolare coi pacifisti a metà: sa, quelli che sono pacifisti da una parte e tutt’altro che pacifisti dall’altra. I soli pacifisti con cui accetto di parlare sono coloro che sopportano fino in fondo le conseguenze della non-violenza. Ma anche con loro ci parlo volentieri solo per dirgli che saranno schiacciati dalla volontà dei più forti e che il loro pacifismo può portarli soltanto a orribili sofferenze. La guerra non è un’astrazione, è qualcosa che dipende dalle condizioni. La guerra contro Hitler, ad esempio, era necessaria. Con ciò non voglio dire che la guerra sia di per sé necessaria, che le nazioni debbono farla per mantenere la loro virilità. Voglio dire che esistono principii per i quali le nazioni devono essere preparate a combattere”.
Questo sentimento di avversione al realismo “kissingeriano” traspare nel passaggio finale della sua introduzione all’intervista, nel quale la giornalista scrive: “a Stoccolma, gli dettero perfino il Premio Nobel per la Pace. Povero Nobel. Povera pace…”
Ancora oggi, il centenario Kissinger resta un personaggio estremamente influente nel mondo delle relazioni internazionali: lo dimostrano il suo viaggio nello scorso luglio in Cina alla corte di Xi Jinping e il continuo pellegrinaggio nel suo ufficio di New York da parte di giornalisti, studiosi e, soprattutto, di politici.
Questa visita dell’ex Segretario di stato in Cina è stata considerata la sua “ultima missione”, che si sostanzia nel far ripartire un dialogo sempre più difficile tra Washington e Pechino che, nei prossimi anni, potrebbe sfociare in una guerra mondiale.

I vertici del partito comunista cinese, oltre alla “confuciana” attitudine al rispetto degli statisti anziani, riconoscono in lui un vero e proprio amico, perfino un benefattore. In quanto artefice del dialogo Nixon-Mao nel 1971-72 quando era a capo del National Security Council e poi segretario di Stato, rimane l’occidentale più stimato e riverito da generazioni di leader cinesi, Xi Jinping incluso.È possibile che lo stesso Kissinger, oltre ai contenuti top secret riservati a Xi Jinping e a Joe Biden, un giorno racconti la sua versione ad uso e consumo dell’opinione pubblica mondiale.
Ad oltre cinquant’anni dall’intervista con Oriana Fallaci, la voce di Kissinger continua ad essere ascoltata dai più importanti leader mondiali, dimostrando una longevità non solo biologica ma soprattutto intellettuale di quello che è considerato il diplomatico più autorevole, e per certi versi controverso e contestato, del suo tempo.
A cura di Lorenzo Perticarà
Fonti:
L’intervista di Oriana Fallaci a Kissinger: «La guerra è virilità, io mi sento un cowboy. Il potere? Uno
strumento per fare cose splendide»- Corriere.it;
Henry Kissinger, il veterano della diplomazia e la sua «ultima missione» in Cina- Corriere.it;
Biografia Henry Kissinger, vita e storia (biografieonline.it)