Dal 22 Febbraio (data dei primi round di attacchi aerei pakistani in Afghanistan) al 1 Aprile (inizio dei colloqui di pace ad Urumqi sotto mediazione cinese), è infuriata una guerra tra Pakistan ed Afghanistan con epicentro nella frontiera condivisa, nota anche come Durand Line.
Per comprenderne le cause profonde occorre innanzitutto uscire dal bias occidentale che vede il Pakistan come un monolite omogeneo di indiani di fede islamica; difatti, il Pakistan è un mosaico multi-etnico e multi-religioso la cui classe dirigente non è mai riuscita a creare un senso di unità nazionale.
Nello specifico la popolazione del Pakistan è composta al 60% da punjabi, al 14% da sindhi, al 13.5% da pashtun ed al 4.5% da beluci; ognuno di questi popoli ha un proprio idioma e rifiuta l’egemonia linguistico-culturale dei punjabi (l’idioma nativo dei punjabi, l’Urdu, è la lingua ufficiale dello stato).
In particolare, i pashtun della Provincia della Frontiera nord-occidentale non hanno mai accettato il governo degli «intrusi»: alcune parti della regione vengono chiamate Federally Administered Tribal Areas (FATA), ma in realtà non sono mai state amministrate da Islamabad. Il Kashmir rimane contesa tra India e Pakistan, nonostante la stessa chieda l’autonomia da ormai decenni.
In secondo luogo, il Pakistan manca di «profondità strategica» interna, ovvero di uno spazio in cui ritirarsi nell’eventualità di un’invasione dall’India, vera nemesi esistenziale pakistana.
Il confine indiano dista da Islamabad circa 400 chilometri, quasi tutti in pianura. Con un massiccio attacco convenzionale, l’esercito indiano potrebbe arrivare nella capitale nel giro di pochi giorni. Che l’India dichiari di non averne alcuna intenzione è irrilevante: il rischio percepito dal Pakistan permane, e la prossimità geografica gli impone di avere sia un piano A che un piano B per poter contenere il pericolo:
• Il piano A consiste nel bloccare l’avanzata indiana nel Punjab ed eventualmente contrattaccare oltrepassando il confine e interrompendo la Highway 1A, vitale per gli approvvigionamenti militari. L’esercito indiano ha più di un milione di uomini, due volte gli effettivi del Pakistan, ma senza rifornimenti non può combattere.
• Il piano B è ritirarsi oltre il confine afgano, se necessario, il che richiede la presenza di un governo amico a Kabul.
Dunque, la geografia impone sia al Pakistan che all’India un coinvolgimento attivo in Afghanistan.
Di fatti, quando nel 1979 i sovietici invasero l’Afganistan, l’India diede il suo appoggio diplomatico a Mosca, ma il Pakistan aiutò prontamente gli americani ed i sauditi ad armare, addestrare e pagare i Mujaheddin da schierare contro l’Armata Rossa. Una volta sconfitti i sovietici, l’intelligence del Pakistan (ISI) contribuì a creare, e poi a finanziare, i Talebani (quasi tutti pashtun come i pakistani della frontiera nord-occidentale) che poi conquistarono il paese.
Questi stessi Talebani pashtun diedero rifugio ai terroristi di al-Qaeda dopo l’11 settembre, ma gli americani avevano iniziato a premere sui pakistani pretendendone la partecipazione alla «guerra al terrore» e imponendo loro di abbandonare il fiancheggiamento dei terroristi, de facto costringendo Islamabad ad agire contro quegli stessi leader Talebani che avevano addestrato e con cui avevano stretto i rapporti dieci anni prima. I Talebani reagirono duramente, assumendo il pieno controllo di varie regioni nelle zone tribali ed integrandosi pienamente nella popolazione pashtun, tornando a colpire dove e quando volevano come avvenuto, nel Febbraio 2026, alla vigilia dell’attuale conflitto.
In conclusione, per capire i fattori scaturenti di questa guerra, è cruciale tenere a mente la linea di politica estera del Pakistan, che ritiene esistenziale un governo alleato a Kabul, città che però ad oggi è controllata da un regime teocratico–espressione diretta dell’etnia Pashtun, distribuita geograficamente tra Pakistan ed Afghanistan che non ha mai permesso di farsi comandare da nessuna potenza straniera, ne da parte dell’esercito britannico dell’Ottocento o di quello pakistano, quindi punjabi, del XXI secolo.
A cura di Riccardo Giovannelli