Perché il Regno Unito rischia di rimanere solo Inglese?

di Francesco Filippi

A dieci anni dal referendum sulla Brexit, Scozia, Galles e Irlanda del Nord guardano sempre più all’indipendenza, e l’unità del Regno Unito non è più scontata. A rendere possibile questa spinta vi sono anni di compromessi politici e legali, che trovano però un ostacolo in uno dei principi fondanti del sistema legale anglosassone. Da una parte il costituzionalismo moderno, che vede il Regno Unito come un’unione volontaria di nazioni; dall’altra il monolitico principio di Dicey, che sancisce la sovranità assoluta del parlamento centrale. Questi due punti si scontrano su diversi piani, ma primo tra tutti su quello giuridico. Il principio della sovranità parlamentare prevede infatti la superiorità̀ assoluta di Westminster, non nella sola Inghilterra, ma nell’intero Regno Unito. Al contrario, il principio federalista vede il Regno Unito come un’unione volontaria di stati pari, e di conseguenza di pari poteri e diritti.                                                               

Lo scontro ideologico è esemplificato dalla costante erosione della Sewel Convention. Quest’ultima, codificata tra il 2016 ed il 2017, rispettivamente con lo Scotland Act e il Wales Act, sanciva la non interferenza da parte di Westminster in fatto di poteri delegati. La perdita di valore di questa convenzione, iniziata già̀ nel 2017 a causa della Brexit, è stata ulteriormente rafforzata a partire dal 2020 e, successivamente, nel 2022 quando la Corte Suprema ha stabilito l’impossibilità di applicarlo a livello giuridico, sottolineandone la natura puramente convenzionale. Dal medesimo anno, dunque, il governo centrale ha iniziato a utilizzare un modello di unionismo forzato, legiferando su temi delegati ai governi nazionali.                                                                   

È comune all’interno dei tre paesi celtici non solo la crescente rivendicazione di indipendenza, ma soprattutto la causa. L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea ha causato ingenti danni a livello economico e, di conseguenza, a livello sociale. Tutto ciò iniziò a farsi sentire sin da subito, quando nel referendum del 2016, solo Galles e Inghilterra votarono a favore dell’uscita, mentre Irlanda del Nord e Scozia si schierarono fortemente contro questa decisione. Fin da subito divenne evidente la disparità democratica, che innescò la caduta della premessa unionista di ‘partecipazione volontaria di eguali’. Questo stesso fattore ha trasformato il concetto di indipendenza: da aspirazione malinconica e orgogliosa a pragmatica necessità di re-integrazione europea e rappresentanza democratica. Oltre ciò̀, la Brexit ha segnato l’inizio del declino della devoluzione pacifica avvenuta nel Regno Unito negli ultimi venti anni. Ciò avvenne a causa della sostituzione di Bruxelles da parte di Westminster, che iniziò a ricoprire tutti i ruoli precedentemente esercitati dall’Unione Europea. Questo intervento di sostituzione e accentramento fu presto definito dagli accademici come “unionismo muscolare”, definizione che mostra appieno la non volontà dei governi devoluti di accrescere il potere centrale.                

Questa modalità di governo fu poi rafforzato, come anticipato, dal superamento della Sewel Convention nel 2020, quando Westminster promulgò leggi sul ritiro dall’UE e sul mercato interno, a cui sia il parlamento scozzese che il Senedd si opposero. Riaffermando in modo muscolare il principio di Dicey, Westminster ha sottratto ai governi devoluti fattori decisionali cruciali, centralizzando nuovamente le autonomie di spesa e di imposizione fiscale.             

Questa rottura istituzionale ha poi causato il rovesciamento politico interno. In Scozia, per esempio, il principale argomento del partito unionista era la volontà di preservare l’adesione all’Unione Europea. In Irlanda del Nord, invece, lo spostamento del confine regolatorio nel Mar d’Irlanda, ha reso l’unificazione irlandese molto più plausibile e vicina. Ne siano d’esempio le recentissime contro-manifestazioni compiute da semplici cittadini in opposizione al passaggio di un corteo in Garvaghy Road, una delle roccaforti cattoliche di Belfast. I partecipanti alla manifestazione sono parte dell’Orange Order, un movimento lealista unionista nato da discendenti scoto-inglesi, che negli anni si sono contraddistinti per marce anti-irlandesi. Queste tensioni risvegliano spettri storici mai del tutto sopiti, riportando alla memoria le marce che decenni fa innescarono la celebre battaglia del Bogside. Persino in Galles, che era inizialmente favorevole alla Brexit, la perdita di fondi UE e la percezione di essere trascurati dal Regno Unito ha rafforzato i moti indipendentisti, nazionalisti ed europeisti, portando i consensi per l’indipendenza a crescere del 10% e raggiungendo massimi storici.


Tra le eredità della Brexit, dunque, non troviamo solo il malcontento popolare, ma anche il collasso del sistema che ha sorretto, seppur con un fragile equilibrio, il Regno Unito nell’ultimo mezzo secolo. L’integrazione Europea fungeva infatti anche da ombrello sovranazionale sotto cui identità regionali, confini aperti e distribuzione asimmetrica di potere potevano pacificamente coesistere. Forzando la scelta ad un bivio, ai cui capi troviamo Unione Europea e Westminster, la Brexit ha privato il Regno Unito di quel velo di pacifica esistenza che la ricopriva, spingendo i singoli stati celtici a cercare, e trovare, la propria autodeterminazione ciascuno nel proprio modo: in Irlanda attraverso la riunificazione, in Scozia con un secondo referendum per ribadire la propria volontà di indipendenza e, seguendo la medesima traiettoria, in Galles cresce la volontà di autodeterminazione. Il governo centrale, di tutta risposta, ha provato a minimizzare il peso del Memorandum di Cardiff, firmato a metà settembre, così come aveva già provato negli ultimi anni nell’ignorare i precedenti moti. Ciononostante, la liquidazione quasi immediata da parte di Westminster potrebbe inavvertitamente rafforzare la narrativa anti-Westminster

Malgrado le crescenti spinte centrifughe di natura prettamente popolare, vi sono diverse criticità con cui queste devono fare i conti, prime tra tutti il piano economico. In primis l’uscita dal sistema Sterling causerebbe la creazione di una nuova valuta o la riadozione dell’euro, esponendo le nazioni neo-indipendenti a grande instabilità iniziale. A questo si aggiunge la questione doganale. Cardiff, Belfast e Edimburgo sarebbero infatti costrette dalle rigide normative europee ad instituire un confine commerciale con l’Inghilterra. Quest’ultima è forse la questione commerciale più problematica, dal momento che l’Inghilterra con il suo grande numero di cittadini ed industrie, rappresenta tuttora il principale mercato di sbocco. Oltre alle controversie di natura prettamente economica, sono degne di nota anche quelle di natura geopolitica, che hanno invece portata globale. Prima tra tutte vi è la questione del GIUK Gap. Questo tratto di mare, posto tra Groenlandia, Islanda e Regno Unito, rappresenta lo snodo navale, e soprattutto sottomarino più importante del Nord Atlantico. La sua importanza è data dalla possibilità di usarlo come zona di contenimento della NATO contro la flotta sottomarina russa. Una Scozia indipendente porterebbe alla chiusura della base sottomarina di Faslane, che oggi ospita l’intero arsenale di sottomarini nucleari del Regno Unito, volti alla prevenzione di attacchi ai paesi NATO da nord.

In ultimo, è probabile che la crisi costituzionale del Regno Unito non si configurerà come un crollo improvviso, bensì come il logoramento irreversibile del suo patto fondativo. L’incapacità di Westminster di evolvere da uno Stato unitario e accentratore a una vera confederazione di tra stati pari ha trasformato la devoluzione da fattore di stabilità a incubatore di sovranità per le nazioni celtiche.

L’ultima questione a rimanere aperta è, dunque; per quanto ancora Londra potrà permettersi di fare finta che nulla cambi?

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