La questione ecologica in Brasile e l’eroina dell’ambiente

L’emergenza ecologica è uno dei temi più dibattuti degli ultimi anni, soprattutto in Brasile.
La complessità della questione ha, infatti, trasformato il territorio del Paese in un vero teatro di scontri fra chi l’ambiente vuole solo sfruttarlo, come il Presidente Bolsonaro, e chi vuole proteggerlo a tutti i costi, come Nemonte Nenquimo.

Detentore del 65% della foresta tropicale più estesa al mondo, il Brasile dovrebbe ricoprire un ruolo primario in materia ambientale: un’aspettativa che è stata, però, disattesa dall’attuale presidente Bolsonaro, la cui elezione ha contribuito ad una vera e propria agenda “di distruzione” amazzonica. 

Sin dal suo insediamento, il nuovo governo sembra aver dimenticato la promozione dello sviluppo sostenibile, dedicandosi esclusivamente alla realizzazione di un progresso economico, basato sul rafforzamento dei settori agro-alimentare e minerario. L’azione del Ministro dell’Ambiante, Ricardo Salles, fautore di numerosissimi nuovi decreti in materia, non ha saputo tener conto delle aree amazzoniche protette e delle passate conquiste raggiunte in campo ambientale, alimentando invece la diffusione di processi di deforestazione, nonché dell’impoverimento del suolo e dell’inquinamento.

Uno scenario inverosimile, ma non del tutto inaspettato se si considera l’atteggiamento che la destra brasiliana aveva già assunto nel corso dell’ultima campagna elettorale, durante la quale si era più volte ribadita l’esigenza di eliminare il Ministero dell’Ambiente – ritenendo che le sue funzioni fossero facilmente trasferibili al ministero dell’Agricoltura. Affermazioni forti che avevano inizialmente fatto desistere lo stesso Bolsonaro: il Ministero, rimasto apparentemente in vita, è poi stato ampiamente compromesso attraverso una destrutturalizzazione che i suoi stessi ex ministri – di Stato e Ambiente – hanno definito in violazione della Costituzione.

La pandemia di Covid-19

Un ulteriore intorpidimento della agenda socio-ambientale è avvenuto con il diffondersi della pandemia da Covid-19, la quale ha rappresentato un valido espediente per giustificare i nuovi tentativi del governo di invadere i territori appartenenti agli Indios – il cui riconoscimento formale è venuto meno insieme a tutte le altre garanzie sociali riconosciute dall’OIT (dall’Organização Internacional do Trabalho).

Gli sforzi dei nativi, nel proteggere le terre di cui sono i proprietari ufficiali, si sono rivelati, nella maggioranza dei casi, vani: il governo non avendo i fondi necessari per occuparsi né di queste popolazioni né dell’Amazzonia in generale – e rifiutando l’aiuto di un qualsiasi attore esterno – sembra assecondare la diffusione di fenomeni illegali, quali il commercio di legame ed il disboscamento sfrenato.

La tutela dell’Amazzonia, però, dovrebbe essere una priorità assoluta. 
“Il polmone del mondo”, racchiude al suo interno migliaia e migliaia di diverse specie che coesistono fra loro in un delicato equilibrio, la cui alterazione potrebbe portare alla creazione di una qualsiasi nuova zoonosi, nonché malattie trasmesse dagli animali all’essere umano.

La FAO, a tal proposito, ha evidenziato la presenza di una forte correlazione causa-effetto fra l’aumento delle nuove malattie contagiose e gli alti tassi di disboscamento tropicale registrati negli ultimi cinquant’anni. Non sembra casuale che le zone brasiliane, in cui è stato registrato ampio disboscamento e un alto tasso di incendi nel 2019, siano anche le zone più esposte alla contaminazione da Covid-19, come confermato dall’IBAMA (Istituto Brasiliano dell’Ambiente e delle Risorse Naturali Rinnovabili).

Nemonte Nenquimo: eroina dell’ambiente

Emerge, quindi, l’estremo bisogno di cambiare l’approccio gestionale delle risorse ambientali, non solo per il Brasile. 

A fornire un valido esempio, ci pensa un’indomita donna indigena del popolo Waorani: presidentessa del Consiglio di coordinamento della nazionalità Waorani, co-fondatrice della Ceibo Alliance e premio Goldman Environmental Prize, Nemonte Nenquimo è nota ai più come la “defensora de la Amazonia”. 

Prima donna al mondo a capo di un’intera tribù, è balzata alla cronaca internazionale per aver trascinato in tribunale l’Ecuador, il quale aveva, erroneamente, pensato di destinare parte del territorio della sua tribù, circa 200.000 ettari dell’area amazzonica dell’Ecuador, all’esplorazione petrolifera. La Nenquimo, in una sentenza senza precedenti, ha saputo conquistare la vittoria, aprendo a nuovi possibili successi in ambito della tutela ambientale, anche per tutte le altre comunità indigene. Ci insegna, così, l’importanza al rispetto del nostro ecosistema, invitando noi tutti a divenire parte attiva nella lotta contro il sovra-sfruttamento dell’ambiante, per tutelare il nostro futuro e quello delle generazioni a venire.

Lula: una possibilità

A far ben sperare in un cambiamento dell’attuale rotta in materia ambientale è il ritorno dell’ex-presidente Lula sullo scenario politico, dopo l’annullamento delle condanne a suo carico da parte della Corte Suprema del Brasile. 

Il fallimento delle politiche neoliberiste della destra potrebbe, infatti, indurre la popolazione a concedere una seconda possibilità alle forze progressiste di sinistra, di cui Lula potrebbe essere l’esponente di spicco. 

Si potrebbe, perciò, verificare – con le prossime elezioni presidenziali del 2022 – una nuova transizione a sinistra, che ben si inserirebbe nell’attuale scenario latino-americano, considerando la vittoria di Lopez Obrador in Messico (in carica dal 2018), di Alberto Fernandez in Argentina (in carica dal dicembre 2019), di Luis Arce in Bolivia (in carica dal novembre 2020) e il possibile successo di Andrés Arauz alle presidenziali in Ecuador (questo aprile).

Sarà, quindi, forse quello che Obama definì “il politico più popolare del mondo” a porre fine all’ecocidio brasiliano?

Articolo a cura di Maria Garofano

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