La convenzione di Istanbul: l’addio di Ankara

Il ritiro “forzato”

Durante lo scorso 20 marzo, con grande stupore della comunità internazionale, Erdoğan ha comunicato la decisione di ritirare la Turchia della Convenzione di Istanbul della quale era stato l’iniziale promotore e firmatario. Un controsenso evidente, accentuato dalle parole che, solo qualche decina di giorni prima, non aveva mancato di pronunciare in favore della tutela delle donne definendo qualsiasi atto esercitato a loro discapito come un crimine contro l’umanità.

La decisione del Leader di Ankara sembrerebbe essere il risultato di molteplici vicissitudini, nonché la perdita evidente di consensi da abbinarsi ai continui attacchi che i conservatori turchi non hanno mai mancato di manifestare verso la Convenzione. Facendo riferimento, in particolar modo, all’ art.4, com.3 del testo, per cui le tutele previste dalla Convenzione stessa debbano essere garantite a chiunque senza alcuna forma di discriminazione[1], gli esponenti di destra, attraverso una lettura sostanzialmente creativa, hanno desunto l’incompatibilità dei valori del nucleo familiare tipicamente turco con quelli di un trattato che incoraggerebbe a pratiche quali il divorzio e l’omosessualità. Ma la verità è ben diversa.

Tratta(to) per la parità

Come riportato nel preambolo stesso della Convenzione di Istanbul, essa è stata istituita con l’obiettivo di “creare un’Europa libera dalla violenza contro le donne” e rappresenta una vera e propria innovazione nella lotta contro le violenze di genere. Firmata nel 2011 dai 47 stati-membri del Consiglio d’Europa, la Convenzione chiede a tutti i suoi ratificatori una concreta coerenza del dettato normativo, al fine di invertire una drammatica statistica che vede una donna su tre subire, nel corso della propria vita, almeno una forma di violenza. È questo un dato da non sottovalutare, che peggiora ulteriormente quando contestualizzato alla Turchia.

Secondo l’OMS, almeno il 40% delle donne turche[2] è, infatti, vittima di violenza, rispetto a una media europea del 25% (Conzatti, 2021). Una statistica che le restrizioni dovute alla pandemia da Covid-19 non hanno fatto altro che peggiorare: basti pensare che nella sola Istanbul, già a marzo 2020, si è registrato un aumento (pari al 38%) delle denunce per violenze domestiche, che hanno raggiunto i 2.493 casi contro i 1.804 dell’anno precedente. (D’Aprile, 2020)

Alla luce di quanto emerso, la decisione di Ankara si configura non solo come un enorme passo indietro nella tutela delle donne, ma anche come un vero e proprio attacco ai diritti di genere. La questione di fondo è chiara: l’impossibile parificazione dei sessi.  La donna, infatti, continuando ad essere pensata come l’“angelo del focolare” di cui Patmore scriveva, viene nuovamente rilegata al suo unico luogo d’appartenenza, la casa, dalla quale non sembra avere alcuna via d’uscita.


La pronta reazione della popolazione sembra, tuttavia, invitarci a compiere una diversa riflessione: migliaia di donne turche – appartenenti e non a movimenti femministi – non ci stanno. Lo hanno dimostrato manifestando il proprio malcontento, scendendo nelle piazze e sventolando la già nota bandiera viola. Vogliono vedersi riconosciuto il ruolo per il quale hanno lottato strenuamente e protestano imperterrite, nelle piazze come sui balconi. Hanno manifestato contro l’abolizione della legge n.6284 che, emanata conformemente agli obblighi stabili per i firmatari della Convenzione, intendeva combattere e prevenire la violenza di genere, fornendo nuove misure di protezione.

Europa-Turchia: un rapporto sostanziale

Intanto, anche Borrell, l’Alto rappresentante per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza dell’Unione Europea, non ha mancato di manifestare il personale rammarico dinanzi alla scelta turca, esortando il Presidente a fare un passo indietro, seppur con parole prudentemente ragionate. Le reazioni europee sono state, infatti, piuttosto deboli: ma si sa, la Turchia è un partner strategico importante sia per il commercio che per il contenimento del fenomeno migratorio e non si può rischiare di renderlo ostile.
Ma questo basta per giustificarsi?

Gli avvenimenti che nelle scorse settimane hanno visto coinvolti in primissimo piano il Presidente turco Erdoğan, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, ed il Presidente del Consiglio europeo Charles Michel – recatisi in visita ad Ankara – potrebbero suggerirci una risposta.

Durante l’incontro trilaterale, svoltosi con l’intento di affrontare fra l’altro la questione migratoria e quella circa i diritti delle donne, la Presidente si è ritrovata senza poltrona e fatta accomodare velocemente su un sofà a poco più di tre metri dagli altri due leader. Ribattezzata come ‘sofa-gate’, la scena della von der Leyen in piedi ed in visibile imbarazzo ha fatto il giro del mondo, inducendo innumerevoli figure a sanzionare l’atto di Erdoğan come discriminatorio. Un’offesa verso tutte le donne e verso l’Unione Europe, eppure l’“incidente” diplomatico – che alla luce delle nuove decisioni presidenziali non appare troppo casuale – non ha prodotto scuse ufficiali, ma solo mere giustificazioni, presentate adducendo ad una cerimonia già concordata con l’Unione Europea.

Non solo Ankara

Lo scenario si fa, perciò, sempre più preoccupante, eppure la questione femminile non riguarda la sola Turchia. Già nel corso dell’estate situazioni analoghe si sono verificate nella Polonia di Duda e nell’Ungheria di Orbán. Eppure, come se non bastasse, sono diversi gli stati-membri dell’Unione Europea che non hanno ancora proceduto a ratificare la Convenzione, come Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Lettonia, Lituania e Slovacchia. Una non-azione dovuta, anche in questo caso, alla presenza di false ideologie ed argomentazioni legate proprio all’utilizzo, che la Convezione fa, della parola “genere”.

Appare, perciò, evidente, come consigliato dalla segretaria generale del Consiglio d’Europa, Marija Pejčinović Burić, la necessità di continuare ad agire con determinazione. Nonostante gli indubbi progressi realizzati nella lotta contro le violenze di genere, le sfide restano lampanti e gli ostacoli sempre più fitti, ma questo non deve essere un pretesto valido per desistere.  L’equilibrio di genere deve essere una priorità per una società che, come la nostra, stiamo caoticamente costruendo verso il futuro.

Maria Garofano


[1] “L’attuazione delle disposizioni della presente Convenzione da parte delle Parti contraenti, in particolare le misure destinate a tutelare i diritti delle vittime, deve essere garantita senza alcuna discriminazione fondata sul sesso, sul genere, sulla razza, sul colore, sulla lingua, sulla religione, sulle opinioni politiche o di qualsiasi altro tipo, sull’origine nazionale o sociale, sull’appartenenza a una minoranza nazionale, sul censo, sulla nascita, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere, sull’età, sulle condizioni di salute, sulla disabilità, sullo status matrimoniale, sullo status di migrante o di rifugiato o su qualunque altra condizione”

[2] Di età compresa fra i 15 ed i 60 anni.

Bibliografia

Bastianelli e Pulsone, 2021, https://www.geopolitica.info/erdogan-abbandona-la-convenzione-di-istanbul-voce-alle-attiviste-turche/

Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, 2011 https://www.istat.it/it/files/2017/11/ISTANBUL-Convenzione-Consiglio-Europa.pdf

Conzatti, 2021, https://www.affarinternazionali.it/2021/03/il-passo-indietro-della-turchia-dalla-convenzione-di-istanbul-sulla-violenza-contro-le-donne/ì

D’Aprile, 2020, https://www.linkiesta.it/2020/08/erdogan-istanbul-turchia-femminicidio-governo-donne-violenze/

Liberatore, 2020 https://www.open.online/2020/08/15/effetto-coronavirus-i-reati-diminuiscono-ma-col-lockdown-aumentano-i-femminicidi/

Martiny, 2021 https://euractiv.it/section/diritti/news/la-turchia-abbandona-la-convenzione-di-istanbul-le-deboli-reazioni-ue/


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