G20 e il ruolo dell’Italia

Il G20 è il principale forum di cooperazione economica, politica e finanziaria nel mondo. Si svolge ogni anno e riunisce le principali economie globali. Un gruppo di Paesi che insieme costituiscono l’80% della ricchezza annua lorda globale nonché il 60% della popolazione del pianeta. Per la prima volta, quest’anno il G20 è presieduto dall’Italia. 

Il summit di Roma, per la prima volta in presenza dopo la pandemia, si preannunciava teso e complesso, tuttavia, si è concluso con il conseguimento di alcuni risultati importanti: maggiori sforzi sui vaccini, un impegno maggiore sul cambiamento climatico e l’ammorbidimento di alcune tensioni bilaterali. Le attese erano alte, in particolare per quanto concerne lo spinoso dossier dei cambiamenti climatici, ma in un contesto internazionale ad alta tensione, malgrado le pesanti assenze di Cina e Russia, era difficile ottenere di più. 

Prima di andare a vedere cosa sono riusciti a fare i potenti della Terra, va tenuto conto che il summit di Roma è soltanto la fase conclusiva di un lavoro ben più ampio, che ha visto la presidenza italiana impegnata tutto l’anno con oltre 18 incontri interministeriali. Su questo, l’Italia ha svolto un lavoro eccellente del quale dobbiamo essere orgogliosi e che ci vede, ancora una volta, protagonisti negli equilibri europei e nello scacchiere internazionale. Basti pensare al ruolo giocato dall’Italia nell’ambito del negoziato tra Usa, Germania, Francia e Gran Bretagna sul nucleare con L’Iran. Oppure al fondamentale lavoro di mediazione nell’ambito della trattativa tra Usa e Unione Europea che ha portato ad un ammorbidimento delle tensioni commerciali con la revoca dei dazi imposti dalla precedente amministrazione americana. Insomma, se i risultati conseguiti dal G20, siano pure soltanto un punto di partenza, sono stati soddisfacenti, il lavoro del nostro Paese è stato ottimo, apprezzato e riconosciuto tale dall’intera comunità internazionale. 

Vaccini: si cambia passo?

Il presidente Draghi, accolto da un lungo applauso, nell’aprire i lavori al centro congressi della Nuova di Fuksas ha ricordato che la prosecuzione della campagna vaccinale al fine di immunizzare la più ampia platea di cittadini nel mondo è e resta la priorità in questo tornante storico.

È evidente, che questa condizione è imprescindibile per una vera e graduale ripartenza post-pandemica. Su questo tema, occorre riconoscere che sin qui gli obbiettivi fissati dalla comunità internazionale di vaccinare entro l’anno il 40% delle persone nel mondo è stata raggiunta, ma resta il problema della distribuzione geografica: nei paesi più ricchi la platea di vaccinati, seppure con differenze, sfiora percentuali bulgare. Nei paesi più poveri, in particolare nel continente africano, le percentuali non arrivano a doppia cifra. Sui vaccini, i venti leader più potenti della terra non soltanto hanno alzato l’asticella puntando a vaccinare il 70% dei cittadini nel mondo. Hanno anche promesso una più equa distribuzione delle fiale assicurando supporto logistico sui territori più arretrati. L’obiettivo, come ha opportunamente ricordato all’assemblea il premier Draghi, è quello di procedere più spediti. Ovviamente, bisogna far seguire alle parole i fatti: ciascun paese deve rispettare gli impegni assunti davanti alle altre nazioni. Basti pensare che se gli Usa hanno già promesso di donare oltre 600 milioni agli stati più poveri, al momento ne ha effettivamente donati solo 100 milioni. Insufficiente anche la Cina, che al momento ha donato meno di 100 milioni di dosi. Meglio soltanto l’UE che ha donato poco meno di 150 milioni di dosi. 

Insomma, il cammino appare tutt’altro che in discesa, e se gli impegni siglati dal G20 sono ambiziosi e lasciano ben sperare, c’è ancora molta strada da fare. 

Economia: qualcosa cambia ma non basta

Oltre ai vaccini, particolare attenzione è stata dedicata all’economia. Finalmente, è stato raggiunto un traguardo storico atteso da decenni: il G20 ha convenuto sulla necessità di imporre una tassa minima globale fissata al 15% per le multinazionali. Si tratta del più importante meccanismo di redistribuzione sin qui sperimentato dall’inizio della globalizzazione. I proventi, circa 120-150 miliardi di dollari, saranno redistribuiti dai paesi in cui queste aziende hanno sede legale a quelli in cui i prodotti vengono venduti. Questo risultato rappresenta soltanto un primo passo: la tassa dovrà entrare in vigore entro il 2023 e da qui in poi la partita si sposta in casa: ciascun governo dovrà rivolgersi ai parlamenti nazionali che dovranno tradurre tutto in leggi e dovrà essere creato un meccanismo di risoluzione delle controversie che sia il medesimo per tutte le nazioni. Dal G20 è giunto un segnale di cambiamento inequivocabile, molto apprezzato dall’opinione pubblica mondiale. L’auspicio è che la palla non finisca in tribuna da qui al 2023.

Un altro importante risultato in ambito economico è rappresentato dal posticipo esteso a fine anno del ripagamento degli interessi sul debito da parte dei paesi più poveri. Si tratta di una misura attuata durante la fase più acuta della pandemia per far fronte all’emergenza economica sorta conseguentemente a quella sanitaria. Era una misura valida che ha, per la prima volta, mostrato un volto più solidale dell’economia mondiale e che il G20 ha opportunamente rinnovato addirittura cercando il coinvolgimento dei creditori privati, superando finalmente la diffidenza di larga parte degli addetti ai lavori circa la cooperazione tra pubblico e privato. Il G20 ha quindi deciso di predisporre dei meccanismi che mirano a evitare il default dei paesi in via di sviluppo. Infine, il G20 ha richiesto di 650 miliardi di diritti speciali di prelievo, una cura da cavallo senza precedenti nella storia che dovrebbe permettere una ripresa più solida e robusta dell’economie post Covid-19. Dunque, anche dal punto di vista economico, sembrano arrivare novità importanti che vanno nella direzione giusta ma che probabilmente non saranno sufficienti per evitare il rischio di nuove crisi finanziarie. Il rischio principale è rappresentato dall’indebitamento in tutto il mondo a causa della pandemia e se si decidesse di alzare i tassi di interesse, come suggeriscono molti economisti, si rischierebbe di spingere verso il fallimento i paesi più indebitati e le conseguenze di eventuali default si ripercuoterebbero sulla tenuta del sistema finanziario globale. Sarebbe opportuno che le banche centrali lavorassero a stretto giro e portassero avanti in sinergia una graduale ma costante riduzione dei loro programmi di acquisto dei titoli. 

Anche rispetto all’economia, qualcosa si muove. Finalmente vengono introdotte misure importanti attese da molto tempo, tuttavia è legittimo chiedersi se è stato fatto abbastanza per affrontare con cauto ottimismo il futuro. Forse non tutte le scelte sono state all’altezza delle sfide.

Ambiente: passi in avanti ma ancora troppo poco

Sebbene il G20 non sia il consesso internazionale per eccellenza per prendere decisioni atte a fronteggiare l’emergenza ambientale e il cambiamento climatico, questa volta il summit si preannunciava, su questo tema, particolarmente caldo. Sicuramente l’emergenza climatica in corso, la sempre più sviluppata sensibilità di larga parte dei cittadini del mondo al tema e il fatto che il summit si tenesse appena prima della COP26, ha reso questo G20 carico di aspettative. L’auspicio era che nel G20 si creasse una sorta di consenso politico che attualmente manca tra i 20 più potenti della terra responsabili di circa l’80% delle emissioni. Un consenso che certamente avrebbe agevolato i lavori a Glasgow. Cina e India pare non rispondano alla chiamata d’emergenza e continuino a sottovalutare la portata del problema. La Russia ha già fatto sapere che per quanto le riguarda, sarà impossibile rispettare le scadenze per tagliare le emissioni. In sostanza, non si va molto oltre alle sterili dichiarazioni. Il G20 si è impegnato a dare 100 miliardi di dollari all’anno sino al 2025. Ovviamente, lo sforzo, benché apprezzato non è sufficiente. Rimane da vedere se alla fine questi soldi verranno effettivamente elargiti e in che modo verranno spesi. Inoltre, permangono distanze siderali tra alcuni dei 20 paesi, molte resistenze sono anche giustificate dal fatto che dentro il G20 siedono sia tra i principali esportatori di idrocarburi sia tra i principali consumatori. 

È evidente che sul clima bisogna fare molto di più ed è chiaro che oramai non c’è più tempo

I venti paesi più potenti al mondo sapranno cambiare passo ed invertire rotta? Speriamo di sì. 

A cura di Andrea Schippa

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