Fast Fashion: ciò che si cela sotto i nostri vestiti

Tra emissioni di CO2, sfruttamento minorile, consumo di agenti chimici e lavoratori sottopagati, il fast fashion agisce in diversi modi sulle nostre vite, ma a tutti interessa solo essere alla moda.

Settembre 2021, il sabato pomeriggio è difficile rinunciare alla passeggiata per Via del Corso, una delle vie principali dello shopping romano, situata nel centro della città eterna, dotata di viste mozzafiato, negozi sfiziosi e trendy, con qualche piccola boutique sparsa qua e là. La sensazione di ritorno nel passato che dà questo grande viale, con i suoi palazzi dallo stile settecentesco, viene spezzata dalle enormi insegne “COIN CASA”, “H&M”, “ZARA”. I romani amano viziarsi con un capo chic a basso costo, che indosseranno una o due volte al massimo, per poi riposarlo nell’armadio con tutti gli altri must have passati di moda, che rivedranno luce forse solo in futuro, sotto richiesta di figli o nipoti.

L’industria del fast fashion agisce in molti ambiti di interesse sociale, ma rimane ancora estremamente diffusa la partecipazione ai black fridays e al consumo sconsiderato di vestiti che non solo danneggiano l’ambiente, ma anche le persone.

Innumerevoli sono i danni ambientali causati dalla moda: una ricerca pubblicata su Nature Reviews Earth & Environment mostra che l’industria tessile è responsabile di circa l’8-10% delle emissioni globali di CO2, un terzo delle microplastiche accumulate negli oceani e circa il 20% della contaminazione dell’acqua in tutto il mondo. L’intero settore produce 1,2 miliardi di emissioni gas serra annui, posizionandosi sopra il settore di trasporto aereo e marittimo internazionale. Una t-shirt richiede 3900 litri di acqua per essere prodotta, rilasciando nell’ambiente 8000 sostanze chimiche, intanto sono 700 i bambini sotto i 5 anni che muoiono ogni giorno a causa di contatto con acqua contaminata secondo i dati UNICEF. I danni del fast fashion però non si riducono solo all’ambiente.

Negli anni Settanta è stato ideato da alcuni paesi europei il processo chiamato Traffico di Perfezionamento Passivo (TPP), con lo scopo di esportare la produzione di abiti ad alta intensità di manodopera e tutelare l’industria tessile a casa propria. La Germania e l’Italia sono i maggiori importatori di capi d’abbigliamento e calzature dalla zona orientale dell’Europa, il TPP, utilizzato dai grandi marchi, consiste nell’inviare gli input lavorativi nei paesi dove il salario è più basso, reimportare i prodotti finiti e immetterli, una volta etichettati e inscatolati, nel mercato europeo.

Questo processo ha inevitabilmente portato a pessime condizioni lavorative nei paesi dell’Europa centrale, orientale e sud-orientale, salari bassi e perdita di occupazione nel settore dell’abbigliamento in Europa occidentale.

La Serbia, per esempio, esporta principalmente in Italia e tra le tante multinazionali che vi si riforniscono troviamo Armani, Burberry, Calzedonia, Decathlon, Dolce & Gabbana, Ermenegildo Zegna, Gucci, H&M, Zara, Louis Vuitton, Mango, Max Mara, Prada, Versace. Le condizioni lavorative sono inumane e spesso non tutelate, come ci testimonia l’analisi fatta dalla Campagna Abiti Puliti nel 2017 dove sono riportate alcune testimonianze di lavoratori.

Ho detto al supervisore “Non riesco a respirare con questa macchina. Ci sono già 30 gradi nella fabbrica e fa molto più caldo se si lavora davanti alla macchina”. Dopo averlo detto, il supervisore ha preso il tubo di scarico e l’ha puntato sulla faccia mia e della mia collega dicendo “Abituati, ci sono molte altre persone che aspettano di rimpiazzarti! La porta è sempre aperta!”

Sono molte le campagne e le organizzazioni che cercano di far luce sui problemi e i danni che il fast fashion causa ogni giorno, come la Campagna Abiti Puliti o l’organizzazione Cambia Moda. Le soluzioni per risolvere questi problemi esistono ma non se ne sente parlare quasi mai, partendo da azioni all’interno delle aziende dei grandi marchi, con maggiore trasparenza sui metodi di produzione e le condizioni lavorative dei loro dipendenti, con lo sviluppo di un’economia circolare, ma il cambiamento può, e deve, partire dalle piccole azioni che tutti dovremmo fare ogni giorno, comprando di meno, o più responsabilmente, senza rimanere troppo entusiasmati da quella maglietta “a soli 5€” che a noi costa così poco, ma a troppi è costato molto di più.

A cura di Costanza Emanuele

Resources

www.nature.com

www.ellenmacarthurfoundatoion.org

www.unicef.it

www.abitipuliti.org

www.abitipuliti.serbia.org

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