USA-CINA: la nuova guerra fredda è già cominciata

L’aquila e il dragone: un predatore astuto e letale da un lato, una creatura maestosa e leggendaria dall’altro; la prima dominatrice incontrastata dei cieli, il secondo essere senza tempo, sovrano di cieli, mari e terre; l’aquila è temuta da tutti gli animali, il dragone viene onorato e venerato. Stati Uniti e Cina, esattamente come le figure che tradizionalmente rappresentano loro, sono due mondi all’opposto e cercare di avvicinarli è una sfida quantomeno ardua.

In rotta di collisione

Gli USA, nati nel 1776 come risultato di una violenta guerra di indipendenza contro l’Impero britannico, sono una repubblica democratica costruita per garantire l’assoluto rispetto dei diritti individuali e della proprietà privata; i poteri legislativo, esecutivo e giudiziario sono rigorosamente divisi e distribuiti tra organi differenti per evitare pericolosi accentramenti di potere; nel campo delle relazioni internazionali aspirano ad essere l’arbitro supremo, architetto di un rigido sistema internazionale comprendente l’intero globo col fine di adempiere alla loro missione (auto-conferitasi) di affermare la democrazia, la proprietà privata e il libero commercio come valori universali dell’uomo.

Niente di più diverso potrebbe essere invece la Cina: l’attuale Repubblica popolare cinese nasce nel 1949 a seguito di un’aspra guerra civile, alla quale è seguita la nascita di un particolare modello di regime totalitario comunista, definito autoritarismo reattivo, guidato esclusivamente dal Partito Comunista Cinese; l’attuale Stato, però, si inserisce perfettamente nella tradizione culturale di una civiltà la cui esistenza viene attestata in documenti di cinquemila anni fa, di fatto, quindi, la Cina esiste da sempre. Forte di una cultura millenaria il gigante asiatico (così come ai tempi della dinastia imperiale così come oggi) si autodefinisce come unico legame tra il cielo e gli esseri umani, da ciò deriva un preminente organicismo sociale sia interno che esterno che antepone gli interessi dello Stato a quelli individuali e che inserisce l’Impero Celeste al centro di un sistema che vede tutti gli altri paesi come dei vassalli dell’Imperatore/capo del Partito. Se in America viene esaltato lo sfidare l’autorità, in Cina questo viene severamente punito, se in America viene incoraggiata la competizione, in Cina niente deve minare la stabilità del sistema gerarchico ed infine se per gli americani la democrazia è l’unica forma di governo legittima che dà vita ad uno Stato che si fa garante delle libertà, considerato un male necessario per l’individuo, per i cinesi la legittimità deriva dai risultati ottenuti e dalla competenza dei dirigenti, dove lo Stato è il bene superiore da difendere e coltivare.

Insomma, accettando quanto il politologo Samuel P. Huntington scrisse nel 1996 nell’articolo “The Clash of Civilizations?”, nel quale afferma che la politica globale sarà dominata dallo scontro culturale tra civiltà, la cosiddetta “nuova Guerra Fredda” tra USA e Cina appare inevitabile, questo anche a fronte di un’altra realtà: tra le varie divergenze culturali spicca una profonda affinità, entrambe aspirano all’egemonia culturale ed economica del pianeta. Facendo un’analisi più accurata, però, è palese come tale guerra non sia esattamente inevitabile quanto già incominciata: uno degli insegnamenti della Guerra Fredda è che in seguito all’invenzione della bomba atomica due potenze rivali cercheranno in tutti i modi di sottrarsi dal conflitto armato diretto per evitare una catastrofe nucleare (MAD, “distruzione reciproca garantita”), virando su altri terreni quali il culturale, quello delle alleanze e, specialmente, economico.

La strategia cinese

Lasciate dormire la Cina, perché al suo risveglio il mondo tremerà.

Napoleone, 1817

A tal proposito la Cina si è ormai definitivamente affermata come potenza challenger dell’egemonia americana e non dà cenni di volersi arrestare sia sul piano economico che tecnologico e geopolitico. La Repubblica Popolare riuscì a superare indenne la crisi finanziaria del 2008 (da allora il 40 per cento della crescita economica mondiale si è verificata solo nel paese cinese, con un valore pari a più del triplo di quella americana) assestandosi su standard di crescita tali che si stima che entro il 2023 l’economia cinese sarà maggiore del 50 per cento rispetto a quella statunitense; la Cina inoltre possiede ormai il primato nel campo tecnologico-informatico, è la più efficiente e avanzata nelle infrastrutture e nei trasporti ed è senza rivali “la fabbrica del mondo”. Insomma, per la prima volta nella storia moderna l’Asia è più ricca dell’Europa in termini di ricchezza privata accumulata, potendo vantare anche il maggior numero di miliardari. Agli americani rimane ancora la supremazia militare, tuttavia questa possiede un peso sempre minore nelle relazioni internazionali rispetto agli aspetti economici, cosa che Xi Jinping, attuale guida del Partito, ha compreso perfettamente, dando per altro seguito ad uno degli insegnamenti più importanti di Sun Tzu (massimo ispiratore culturale insieme a Confucio): Soggiogare il nemico senza combattere costituisce la vera vetta dell’arte militare.

A questo riguardo il leader cinese risulta essere un brillante studente di geopolitica:

chi controlla il cuore del mondo, Heartland, controlla l’Isola Mondiale, World Island; chi controlla l’Isola Mondiale domina il mondo

Mackinder

dove per Heartland si intende quella massiccia zona di terra che va dalla Siberia al Mediterraneo, passando per il Medio Oriente, il sub-continente indiano e arriva fino alla Cina, l’intero pianeta escluse le isole, tra cui le Americhe ovviamente. La strategia cinese è molto semplice, ossia aumentare il proprio peso specifico fino a riuscire a fagocitare con la potenza della sua economia tutti paesi vicini e non, tutto questo sorretto da un ordine interno che dall’ascesa di Xi Jinping si è fatto ancor più rigido, reazionario e liberticida, con il Partito Comunista per la prima volta quasi interamente sotto lo strettissimo controllo del suo capo. Così nel 2013 Pechino sfida ufficialmente il regime internazionale disegnato dagli Usa dopo la Guerra Fredda istituendo la Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture e prima ancora, nel 2008, fonda BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) come reazione rispettivamente alla Banca Mondiale e al G7. La vera e propria “dichiarazione di guerra” è costituita dalla “One Belt, One Road”, una nuova “Via della seta” fatta di infrastrutture (ferrovie veloci, aeroporti, porti, condotti e cavi a fibra ottica) per collegare sessantacinque paesi (e 4,4 miliardi di persone) in Asia, Nordafrica e perfino Europa (tra cui Grecia, Olanda, Germania e Italia) dal valore di 1.400 miliardi (l’equivalente di dodici Piani Marshall). A questi vanno aggiunte, ad esempio, le strette autoritarie su Taiwan, Hong Kong, Tibet e Xinjiang, un accordo energetico trentennale firmato con la Russia e una sempre più profonda penetrazione nel continente africano a caccia delle sue cosiddette “terre rare”. Ovunque non arrivino gli Stati Uniti o l’Europa c’è la Cina.

Le cause di questa ascesa incontrastata vanno ricercate nella politica dell’engage but hedge che gli Stati Uniti hanno applicato con la Cina dai tempi della Guerra Fredda, che consiste sostanzialmente nel rendere la Repubblica Popolare un interlocutore economico reagendo con estrema leggerezza ad alcune pratiche cinesi quali svalutazione della propria valuta, protezionismo, furto di proprietà intellettuale, sistema politico liberticida e genocidi. Quando la prima minaccia era costituita dall’Unione Sovietica gli Usa puntarono sul foraggiare le spinte nazionalistiche dei paesi occupati dai comunisti e aiutare i paesi non allineati con risorse economiche e condivisione di conoscenze scientifiche e militari, così hanno fatto con la Cina rivoluzionaria di Mao e così fecero ancor prima con Germania e Giappone al termine della seconda guerra mondiale, ignorando, però, che L’Impero Celeste non era, non è mai stato e non è tutt’ora una democrazia. Così ora gli Stati Uniti rappresentano il mercato più grande per le esportazioni cinesi e la Cina è il più grande creditore dell’America.

La Storia non è finita

Per affrontare quella che è a tutti gli effetti una minaccia seria alla Democrazia per gli USA, così come per l’intero Occidente, sarà necessario ripensare il loro approccio alle relazioni internazionali: l’interdipendenza economica e il subordinare l’agenda politica ai bisogni della Finanza si sono dimostrati essere il carburante per la macchina del regime cinese e l’economia si è confermata non un fine ma un semplice mezzo, in grado di supportare le democrazie liberali così come i nazionalismi più autoritari.

Prendendo spunto da quanto fatto dalla Gran Bretagna in reazione all’ascesa degli Stati Uniti nel XX secolo, occorre fare quadrato tra tutti i regimi democratici, rinunciando alle aspirazioni di infinita crescita economica e quindi ridisegnare l’assetto del sistema finanziario e produttivo attuale per salvaguardare quelli che, in teoria, sono i propri interessi vitali: la democrazia, la libertà e il welfare.

A discapito di quanto scritto nel 1989 dallo storiografo Fukuyama, la Storia non è ancora finita: l’Aquila ha risvegliato il Dragone sopito, proverà a cacciarlo difendendo il titolo di massimo predatore dei cieli oppure si troverà un nuovo habitat dove continuare a volare libero?

A cura di Tommaso Palmieri

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