USA-Cina: la lotta si irradia nel contesto internazionale

Di nuovo il mondo sembra essere lacerato, due sono le fazioni opposte che dominano il contesto internazionale e alle quali sembra non interessino compromessi. Cina e Stati Uniti, ecco i protagonisti di quella che Fareed Zakaria suggerisce di chiamare “pace fredda”, indicando di fatto il confronto strategico tra le due superpotenze. Che si tratti di dominio economico-commerciale o politico-strategico, sembra quasi inevitabile che la rivalità sino-americana sia destinata ad accentuarsi nei prossimi anni, durante i quali il duello psicologico, economico e cibernetico già in corso, potrebbe trasformarsi in un vero e proprio conflitto aperto. Quali sono i fronti il cui predominio viene conteso dalle due potenze? E quale è l’origine di questa ostilità tanto pericolosa? Nessuno dei due Paesi parla apertamente di guerra ma, allo stesso tempo, nessuno dei due Paesi sembra disposto ad abbassare la tensione creatasi.

Le strategie per affrontare questa “pace fredda” devono essere globali: non solo militari, ma in primo luogo tecnologiche, economiche, finanziarie, politiche e anche infrastrutturali.

Un ordine “disordinato”

La “pace fredda” è strutturalmente molto diversa da quella che è passata alla storia come “guerra fredda”, in quel caso la competizione era prettamente militare e gli Usa dominavano economicamente e tecnologicamente l’Europa: di fatto l’Occidente doveva solo contenere militarmente l’Urss e attendere che l’inefficienza del capitalismo di Stato rendesse impraticabile a Mosca il finanziamento della sua potenza militare e dell’impero sovietico.

La complessità delle circostanze attuali deriva sicuramente dalla potente economia ancora in crescita della Cina e dal fatto che essa stia recuperando la sua inferiorità militare e tecnologica, ma anche e soprattutto per il suo ruolo centrale nell’economia globale. Dunque, sono molteplici i fronti sui quali un conflitto potrebbe innescarsi e portare a conseguenze catastrofiche, trasformando tale “pace fredda” in una guerra che si surriscalderebbe facilmente.

È utile ricordare che cosa si intende con l’espressione “Trappola di Tucidide”: essa indica la probabilità, più o meno elevata, che nasca un conflitto in seguito al tentativo di una nuova potenza emergente di sostituirne un’altra già consolidatasi come egemone. Stando a questa lettura, la Cina rappresenta una minaccia per l’ordine costituitosi dopo la Seconda guerra mondiale, e dunque per l’egemonia degli Stati Uniti.

Proprio in rapporto alla trappola di Tucidide, si potrebbe affermare che il divario maggiore tra Stati Uniti e Cina derivi dalle loro visioni opposte circa l’ordine mondiale. Infatti, se da una parte gli americani sollecitano le altre potenze affinché accettino un ordine internazionale fondato su precise regole di comportamento, dall’altra, la popolazione cinese interpreta tale assetto come un diktat al quale gli altri stati devono sottostare. In più, la Cina sostiene che queste regole siano state fissate durante la sua assenza dalla scena mondiale, e, dal momento che ora ne è parte attiva, le norme di ordine internazionale dovranno essere rinegoziate.

Nessuno escluso

Ad oggi, i fronti caldi che rischiano di innescare un conflitto su larga scala sono molteplici. Quello maggiormente indiziato per dar vita ad uno scontro senza precedenti è certamente Taiwan, l’isola che la Cina considera di propria pertinenza e che in più occasioni ha dichiarato di volere riannettere entro il 2049. A peggiorare una situazione già di per sé problematica troviamo la presenza degli Stati Uniti. “Gli Stati Uniti difenderanno Taiwan da una eventuale aggressione della Cina”, ha dichiarato il leader americano alla Cnn, aggiungendo di aver preso “un sacro impegno per quel che riguarda la difesa degli alleati della Nato in Canada e in Europa e vale lo stesso per il Giappone, per la Corea del Sud e per Taiwan”. Non a caso Gli Stati Uniti sono impegnati nel Mar Cinese Meridionale in operazioni di disturbo a livello marittimo della flotta cinese, nonché protagonisti di interazioni militari con Taiwan, come dimostra anche la recente vendita di armi approvata dall’amministrazione Biden. Le provocazioni militari a largo di Taiwan da parte delle imbarcazioni di Pechino sono ormai all’ordine del giorno. Ufficialmente Washington non si è impegnata a difendere l’isola da un’invasione cinese, ma l’idea di consegnare il controllo di quella parte di Pacifico alla potenza asiatica potrebbe sicuramente portare l’America sul piede di guerra.

Certamente Taiwan è la situazione più calda, eppure, dopo anni appare impossibile trascurare la Corea del Nord, oggi paese cuscinetto tra la Repubblica Popolare e i soldati americani stanziati in Corea del Sud, al di là del 38° parallelo. Ogni anno che il regime nordcoreano di P’yongyang rimane al potere diventa più grande anche il suo arsenale nucleare, acquisendo la capacità di lanciare rapidamente una o più testate nucleari contro obiettivi in Corea del Sud, in Giappone, contro basi americane o persino alle Hawaii. Una delle possibili opzioni, vede la Cina inviare un gran numero di truppe in Nord Corea allo scopo di stabilizzare l’area ed istituire uno Stato cuscinetto tra quest’ultima e la Corea del Sud che è militarmente alleata con gli americani. A sua volta, il governo sudcoreano potrebbe decidere di inviare delle truppe verso nord, tuttavia, dal momento che nei piani operativi militari è previsto che le truppe americane distanza in Corea del Sud siano integrate con le truppe sudcoreane, i soldati americani e quelli cinesi finirebbero per scontrarsi direttamente.

Tra il 2018 e il 2019, l’amministrazione Trump ha avviato un ciclo di incontri con P’yongyang per negoziare la denuclearizzazione della penisola. Nonostante le apparenze, il piano di Washington non si limitava soltanto alla questione atomica: in realtà, implicava attirare progressivamente la Corea del Nord nella propria sfera d’influenza per consolidare ulteriormente il contenimento della Cina. Ultimamente, le acque in Corea del Nord sembrano essersi calmate dopo la crisi degli scorsi anni durante la quale Donald Trump sembrava essere pronto a un attacco in seguito all’adunata delle proprie truppe in Corea del Sud.

Anche l’Afghanistan in questi ultimi anni ha rappresentato una minaccia alla stabilità del rapporto tra Stati Uniti e Cina. La Cina, dopo l’annuncio del nuovo governo afghano da parte dei talebani avvenuto l’8 settembre, ha dichiarato di rispettare l’indipendenza sovrana dell’Afghanistan, non interferendo negli affari interni del Paese. La Cina di fatto non ha ancora riconosciuto i talebani come leader ufficiali dell’Afghanistan ma ha deciso di lasciare aperta la propria ambasciata a Kabul, diversamente dalla maggior parte dei Paesi esteri. Per Pechino, l’istituzione di un nuovo governo da parte dei talebani ha rappresentato un passo necessario per il ripristino dell’ordine interno in Afghanistan.

D’altra parte, dopo aver quasi completato il ritiro delle truppe dal territorio afghano, appare improbabile che gli Stati Uniti possano tornare sui propri passi, a meno che Biden non decida di innescare una nuova “guerra al terrorismo” anche per limitare l’espansione di Pechino. In questo scenario, l’Afghanistan rappresenta uno snodo strategico dell’Asia centrale.

Dopo aver analizzato i vari fronti e cercato di capire quali sono i fattori scatenanti di un conflitto che sembra essere alle porte, è evidente come le due superpotenze si stiano avvicinando ad un punto di non ritorno. Dunque la terza Guerra Mondiale è alle porte?

Ciò che è certo è che le dispute sono all’ordine del giorno e che una difficile situazione economica globale, come quella attuale dovuta alla pandemia, rendono gli Stati meno inclini a tralasciare i propri interessi in favori di compromessi meno vantaggiosi. D’altra parte, qualora il conflitto si trasformasse in guerra aperta, si tratterebbe di una guerra nucleare e, ad oggi, né Cina né Stati Uniti sono interessati ad intraprendere un’impresa tanto terrificante.

A cura di Erica Davide

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