Il peso invisibile: quando l’università diventa una prova d’amore

Ci sono pressioni che non fanno rumore. Non arrivano con un’imposizione esplicita, non sempre hanno il volto della severità, non sempre nascono da parole dure. A volte si presentano come una frase detta a fin di bene, come una domanda ripetuta troppe volte, come un sacrificio ricordato senza cattiveria, come un’aspettativa pronunciata con amore

Eppure pesano.

Pesano nelle notti prima degli esami, quando il voto smette di essere un numero e diventa una misura del proprio valore. Pesano nelle telefonate a casa, quando alla domanda “com’è andata?” si vorrebbe rispondere non con un risultato, ma con la verità: “sono stanco, ho paura, non so se sto bene”. Pesano nei corridoi dell’università, dove tutti sembrano sapere dove stanno andando, mentre qualcuno cammina con la sensazione di abitare una vita scelta da altri. Per molti studenti, l’università non è soltanto un percorso di formazione, è una promessa; una promessa fatta alla famiglia, alle aspettative, ai sacrifici economici, all’idea di successo che altri hanno costruito intorno a noi prima ancora che potessimo capire chi volessimo diventare.

“Studiamo per noi stessi”, ci viene detto. Ma non sempre è così semplice.

C’è chi studia anche per non deludere. Per ripagare una retta pagata con fatica. Per non rendere vani anni di rinunce. Per dimostrare che la fiducia ricevuta era meritata. Per essere, finalmente, motivo di orgoglio. E allora un esame non è più solo un esame. Diventa una sentenza. Un 28 può sembrare insufficiente, un ritardo può sembrare una colpa, una difficoltà può diventare vergogna. Il linguaggio dell’università si trasforma lentamente in un linguaggio morale: chi riesce vale, chi rallenta delude, chi cambia strada fallisce. Ma nessuno dovrebbe sentirsi meno amato perché ha preso un voto più basso, nessuno dovrebbe vivere la propria formazione come un debito emotivo da saldare; nessun figlio dovrebbe portare sulle spalle il peso di diventare il risarcimento dei sogni, delle paure o delle rinunce dei propri genitori.

Eppure accade. Accade più spesso di quanto si dica.

Accade quando una facoltà viene scelta non per desiderio, ma per obbedienza, quando il futuro viene deciso in nome della sicurezza, del prestigio, degli “sbocchi”, mentre la voce dello studente resta sullo sfondo. Accade quando cambiare idea diventa impensabile, perché significherebbe ammettere che la strada intrapresa non era la propria, accade quando si continua per inerzia, per paura, per senso di colpa, pur sentendo ogni giorno di essere altrove. Ci sono studenti che sembrano perfettamente “funzionanti” e invece stanno resistendo. Frequentano, studiano, rispondono ai messaggi, sorridono, superano gli esami. Ma dentro sentono di non potersi fermare mai, perché fermarsi significherebbe spiegare, spiegare significherebbe deludere e deludere, per chi è cresciuto dentro aspettative troppo grandi, può sembrare quasi imperdonabile.

La sofferenza universitaria è spesso silenziosa perché si traveste da normalità. Si chiama “sessione”, ma a volte è ansia che non lascia dormire, si chiama “ambizione”, ma a volte è paura di non bastare. Si chiama “disciplina”, ma a volte è incapacità di concedersi riposo senza sentirsi in colpa. Abbiamo imparato a celebrare gli studenti brillanti, performanti, sempre presenti, sempre pronti, ma troppo raramente ci chiediamo cosa costi davvero quella perfezione. Quante rinunce ci siano dietro una media alta, quanta solitudine dietro un curriculum impeccabile, quanta fragilità dietro chi sembra avere tutto sotto controllo. Forse il punto più doloroso è proprio questo: molti studenti non hanno paura soltanto di fallire, ma hanno paura che il fallimento cambi il modo in cui verranno guardati.

Hanno paura di non essere più “quello bravo”, di perdere il ruolo di figlio modello, di non essere più motivo di orgoglio. Di diventare una preoccupazione, una delusione, un problema. Ma una persona non coincide con il proprio rendimento, non coincide con una media ponderata, con un esame rimandato, con una laurea presa in tempo, con una scelta approvata dagli altri. Prima di essere studenti, siamo esseri umani e nessun percorso universitario dovrebbe cancellare questa verità elementare. L’amore familiare dovrebbe dunque essere una radice, non un peso, dovrebbe sostenere, non comprimere, dovrebbe lasciare spazio alla possibilità di sbagliare, di cambiare direzione, di essere fragili senza sentirsi ingrati.

Forse dovremmo imparare a fare domande diverse.

Non solo: “che voto hai preso?” Ma: “come hai vissuto questo periodo?” Non solo: “quando ti laurei?”
Ma: “ti senti ancora dentro la strada che stai percorrendo?” Non solo: “hai studiato abbastanza?”
Ma: “stai riuscendo a respirare?”

Perché a volte uno studente non ha bisogno di sentirsi dire che deve impegnarsi di più. Lo sa già. Se lo ripete ogni giorno. A volte ha bisogno di sapere che, anche se rallenta, anche se sbaglia, anche se non raggiunge lo standard atteso, non perderà il proprio posto nell’amore di chi gli sta accanto. L’università dovrebbe essere il luogo in cui si costruisce il futuro, non quello in cui si sacrifica la propria identità per meritarlo, dovrebbe insegnare competenze, certo, ma anche libertà, formare professionisti, ma prima ancora persone capaci di abitare la propria vita senza esserne schiacciate.

Per questo dobbiamo parlarne. Con delicatezza, ma senza paura. Per tutti gli studenti che si sentono in ritardo. Per quelli che hanno scelto una strada che non sentono propria. Per quelli che non riescono più a distinguere il desiderio dal dovere. Per quelli che sorridono mentre stanno crollando. Per quelli che vorrebbero solo sentirsi dire: “non devi essere perfetto per essere amato”.

Forse è da qui che può cominciare un modo diverso di intendere il successo.

Non come corsa solitaria verso l’eccellenza a ogni costo, ma come possibilità di crescere senza perdere sé stessi. Non come obbligo di rendere fieri gli altri, ma come ricerca paziente di una vita che ci somigli. Non come prestazione continua, ma come cammino umano, imperfetto, vulnerabile, reale. Perché nessun voto vale la serenità di una persona. Nessuna laurea vale una vita vissuta nel terrore di deludere.
Nessuna aspettativa, nemmeno quando nasce dall’amore, dovrebbe pesare più della salute mentale di un figlio.

E forse la domanda più importante, oggi, non è quanto siamo capaci di reggere la pressione. È quanto siamo disposti, finalmente, a riconoscere che non dovremmo doverla reggere da soli.

A cura di Giulia Galletti

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