Violenza sulle donne

Perché il 25 Novembre è (ancora) una data importante

Il 17 dicembre 1999, con la risoluzione numero 54/134, le Nazioni Unite istituirono la giornata contro la violenza sulla donna, data che viene ricordata il 25 Novembre di ogni anno. A distanza di tempo è ancora importante parlarne, soprattutto in Italia. Nonostante questo, infatti, leggendo i dati ISTAT, “in Italia le donne che hanno subito violenza fisica sono 1 milione 517 mila (il 7%), le vittime della violenza sessuale sono 1 milione 369 mila (il 6,4%); le donne che hanno subito stupri o tentati stupri sono 246 mila, (1,2%), di cui 136 mila stupri (0,6%) e circa 163 mila tentati stupri (0,8%)”. 

La domanda che sorge sempre spontanea è: perché nel 2020 siamo ancora qui a parlarne? C’è qualcosa che non viene compreso? Ci sono dei problemi culturali alla base? I cittadini si rendono conto di quanto orrore ci sia in questi dati? 

Alla luce dei fatti, la prima risposta che si può dare è che le persone, chi più chi meno, fanno finta di non sapere, di non accorgersi. Non sempre tutti riescono a mettersi nei panni delle “survivors”, così vengono chiamate le vittime di questo tipo di crimini. 

Parlare di “gender gap”, per definizione divario tra il sesso maschile e femminile sia in ambito sociale che professionale, è il primo passo per affrontare un discorso di tale tipo. Da generazioni la visione della donna sottomessa all’uomo è alla base del discorso collettivo su questi temi. Difatti, viene da sempre considerato normale che una donna sia sottopagata rispetto ad un uomo, che una ragazza si debba curare di più per compiacere gli altri, che in una famiglia la madre debba stare a casa e il padre a lavoro. Questo divario si vede ancora oggi, ma sembra sempre che sia in qualche modo sbagliato denunciarlo. 

Ultimi fatti di cronaca

A ridosso del 25 novembre sono accaduti due fatti importanti e sconvolgenti, che ci fanno capire quanto sia importante continuare a parlare e sensibilizzare su tutti i vari tipi di violenza sulle donne che vengono generati dalla cultura patriarcale dello stupro in cui viviamo.

Il primo fatto è legato a doppio filo al revenge porn (o come sarebbe meglio chiamarlo “diffusione non consensuale di materiale intimo”), che in Italia è da poco disciplinato da una legge: il cosiddetto “codice rosso” (comma 5 dell’art. 612-ter c.p). È venuto fuori che una maestra d’asilo è stata vittima di revenge porn. Il suo ex fidanzato aveva infatti diffuso su una chat del calcetto dei video che lei gli aveva inviato privatamente quando ancora stavano insieme. La moglie di uno dei partecipanti alla chat era la madre di un alunno della maestra che l’ha denunciata alla direttrice della scuola, la quale a sua volta ha licenziato la ragazza. La donna ha così perso il lavoro ed è stata vittima di una pubblica gogna mediatica perché si ritiene inconcepibile che un’insegnante possa avere una vita sessualmente attiva. 

Il secondo è l’ormai tristemente noto ai più come “caso Genovese”.

Alberto Genovese è un imprenditore di successo (fondatore di facile.it e Abiby) che organizzava nel suo attico in centro a Milano festini a base di alcool e droga. Il 10 ottobre, una ragazza di 18 anni che si trovava a queste feste è stata segregata e drogata, contro la sua volontà, per 24 ore. Legata a un letto, stordita, violentata più volte e forse da più persone. La cosa che più sconvolge è che molti media italiani, raccontando l’avvenuto sulle loro pagine, hanno descritto Genovese come un “vulcano di idee” a cui erano state tarpate momentaneamente le ali. Perché aveva stuprato una ragazza e si trovava momentaneamente in uno stato di fermo. Nessuno ha preso le distanze dalle azioni di Genovese, né le sue stesse aziende né molti media italiani. Nessuno ha però neanche mai dato credibilità alla vittima e il sistema ha continuato a proteggere l’uomo come ha sempre fatto. È evidente come il problema che sta alla base di tutto è l’oggettificazione sessuale del corpo femminile. Non si può parlare di uno stupratore come un grande imprenditore laureato in Bocconi, e non si può parlare di una survivor come una bella ragazza che sapeva che le poteva succedere di tutto varcando quella porta. 

Allo stesso modo, non è nemmeno normale che messaggi intimi condivisi con il proprio partner vengano divulgati su un gruppo di calcetto, perché non è possibile che per una persona scambiare determinate foto significhi vedere influenzata la propria vita lavorativa e vedere calare su di sé uno stigma sociale, che a farlo sia una maestra o un’imprenditrice. 

Una nuova ondata femminista?

È stato di proporzioni enormi il movimento che si è sviluppato dopo. Il mondo, in particolare quello di internet, si è mobilitato per dire la propria sull’argomento. La prima è stata Chiara Ferragni. La più grande delle fashion blogger ha usato in maniera esemplare la propria visibilità e, direttamente dal suo profilo da 22 milioni di followers, ha rivolto un appello contro il victim blaming e lo slut shaming. Spesso infatti sono le vittime stesse, oltre a subire le terribili conseguenze dei loro traumi, a venire accusate di “essersela cercata” perché avevano la gonna troppo corta, avevano bevuto troppo o erano tornate a casa tardi da sole. L’invito è quello di fare rete, soprattutto tra donne, contro questi atteggiamenti in modo da sradicare la cultura dello stupro patriarcale in cui viviamo. Ci sono moltissimi altri account che cercano di creare un dialogo su questi temi e che in questi giorni hanno visto crescere i loro numeri. Primo su tutti quello di Carlotta Vagnoli, autrice e sex coloumnist, che da anni si batte per questo tipo di cause. Con competenza (è laureata in Giurisprudenza) Carlotta racconta al suo seguito le conseguenze dannose che questi atteggiamenti hanno sulle vittime e su tutta la società. L’invito è fare “call out”, alzare la voce, scoprire la polvere sotto il tappeto e fare un’analisi completa e concreta ogni volta che si creano situazioni come questa.

Il fatto che queste donne e tante altre ne abbiano parlato ha sollevato ammirazione ma anche polemiche. C’è stato chi ha commentato più volte dicendo che “non tutti gli uomini sono così” (il famoso “not all men”), che il femminismo tende sempre a denunciare tutto il genere maschile come violento e maschilista e che non si pensa mai che forse non c’è solo una vittima in queste vicende, ma che possono esserlo entrambe le parti. 

Ora, il femminismo nasce per combattere a favore dell’uguaglianza di fronte alla legge e nella società delle donne, per metterle allo stesso livello del genere maschile. Ci sono state grandi conquiste da quando la prima ondata femminista si è schierata. Ciò non toglie però che il problema persiste. Il punto è che nonostante “non tutti gli uomini siano così”, nessun uomo potrà mai capire cosa vuol dire essere una vittima, di qualsiasi tipo di violenza, dal cat calling, al revenge porn, allo stupro fino al femminicidio, perché il sistema li protegge. Essere una ragazza al giorno d’oggi continua ad essere complicato, perché a forza di sentire commenti che sminuiscono questo tipo di abusi, una donna è portata a non voler denunciare più nulla. Tende a percepire questi atteggiamenti come normali ed inizia a pensare che termini come “poco di buono”, “ragazza facile” o addirittura “allegra”, siano giusti nei suoi confronti. 

Cosa possiamo fare per cambiare le cose?

Sicuramente il primo passo sarebbe smetterla di stare in silenzio, alzare la voce ogni qual volta una violenza venga sminuita a livello nazionale e non. Cercare di riprendere anche i nostri amici, coetanei e familiari nel momento in cui per diversi motivi finiscono a decontestualizzare un atto di violenza, non solo riguardante le donne, ma le persone più deboli in generale. Infatti, è importante ricordare come non solo il mondo femminile, ma qualsiasi altro genere e orientamento diverso da quello del maschio bianco eterosessuale vengono stigmatizzati. La normalità, per quanto ognuno di noi possa viverla in maniera differente, non per forza implica il dover discriminare qualcuno che viene percepito come “diverso” e di elevare un gruppo di persone come superiore. 

È tempo di iniziare ad educare la nostra società, dai più piccoli ai più anziani, al rispetto, alla solidarietà e soprattutto di iniziare a dire ad alta voce che non è normale che l’esperienza di una ragazza vittima di una serie di violenze debba essere svalutata per via della cultura in cui siamo immersi.

References:

https://www.istat.it/it/violenza-sulle-donne/il-fenomeno/violenza-dentro-e-fuori-la-famiglia/numero-delle-vittime-e-forme-di-violenza

https://www.altalex.com/guide/revenge-porn

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