Le prime tensioni di un anno che darà vita ad un nuovo sistema internazionale.

Il Governo si dimette, e ora?

Le giornate di lunedì e martedì si sono rivelate assai turbolente per l’Italia e gli italiani: Conte ha deciso di rassegnare le dimissioni. In primo luogo, il Presidente del Consiglio ha manifestato le sue intenzioni dinanzi alla sua squadra di governo durante il consiglio dei ministri, esprimendo la volontà di presentarsi al Colle, come di prassi, per discuterne con il Capo di Stato.

Dopo la fine del Cdm, scandito in ultimo dall’approvazione di un decreto legge riguardante l’autonomia del CONI, giunta dopo la nascita di un vero e proprio caso mediatico concernente la possibilità di far presentare gli atleti italiani alle Olimpiadi senza la bandiera e senza la possibilità di festeggiare le vittorie con l’inno di Mameli, Conte ha lasciato Palazzo Chigi per comunicare le sue decisioni a Mattarella, raggiungendo il Quirinale. L’incontro con il Presidente della Repubblica non è durato più di trenta minuti; quest’ultimo ha preso atto della decisione del Premier, di fatto ottenendo il controllo e la responsabilità di gestire la crisi politica. Consequenzialmente, Mattarella ha indetto un breve periodo di consultazioni per verificare le possibilità di dar vita ad un “Conte ter” e dunque detenendo l’obiettivo di comprendere i margini esistenti per saldare e tenere in piedi la maggioranza senza i Renziani o qualora servisse di poter ricucire lo strappo con la stessa Italia Viva.

In seguito, dopo il breve ma intenso meeting con la prima carica dello Stato, Conte si è recato presso Palazzo Giustiniani prima, dove ha avuto l’occasione di confrontarsi con la Presidente del Senato e presso Montecitorio poi, dove ha incontrato il Presidente della Camera. In concomitanza alle visite di Conte da Elisabetta Casellati e Roberto Fico, il comunicato del Quirinale ha sancito l’apertura della crisi governativa.

In ultima istanza, occorre presentare le opzioni a disposizione e le ipotesi più plausibili che potranno portare alla risoluzione di una questione delicata e controversa che grava inevitabilmente sulla condizione della popolazione a causa di un clima di incertezza che non fa bene a nessuno.

Come in precedenza affermavamo esistono più percorsi da intraprendere: la prima possibilità è quella che contempla un nuovo esecutivo a guida Conte, un esecutivo che si poggerebbe su una base parlamentare in cui potrebbero essere esclusi Renzi e il suo partito, ma che d’altro canto in una seconda possibilità potrebbe rivedere quest’ultimi all’interno del perimetro della maggioranza; una terza possibilità allude ad un governo di larghe intese, in ragion di ciò è stato sondato il profilo di Dario Franceschini e quello di Marta Cartabia se si volesse costituire un governo tecnico. Per quanto riguarda il ritorno alle urne, quest’ultima ipotesi appare decisamente improbabile anche se appoggiata con insistenza dalle destre, che forti dei sondaggi a loro favore, potrebbero avere l’occasione per accaparrarsi il timone del Paese. Inoltre, le incessanti voci di corridoio che trapelano dagli ambienti maggiormente coinvolti in queste ultime ore raccontano della creazione di un nuovo gruppo parlamentare, i cosiddetti “Responsabili”, che ambisce a far parte e a giocare un ruolo fondamentale nelle consultazioni del Presidente della Repubblica.

La palla passa a Mattarella. L’auspicio dell’opinione pubblica e delle autorità internazionali, le quali attendono impazientemente un esito pressoché definitivo dalla vicenda italiana per continuare ad attuare i punti di un programma finalizzato alla rifondazione dei paesi europei, è quello che la crisi sia rapida e che già nel week-end possa essere risolta.

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Davos: via alla ricostruzione dopo la pandemia. Cosa aspettarsi?

Dal 25 gennaio al 29 gennaio gli uomini più potenti e gli economisti più brillanti del mondo saranno riuniti, logicamente via remoto a causa della persistente crisi epidemiologica, per discutere in merito ai temi che stanno alimentando e infuocando il dibattito pubblico degli ultimi mesi, vale a dire la diffusione equa dei vaccini, il contenimento della pandemia e infine (ma non per importanza) le politiche economiche da attuare per confrontarsi in maniera efficiente con la crisi economica globale.

Il World Economic Forum di Davos, così come il Fund Investment Initiative di Ryad, rivestirà un ruolo predominante nel ridisegnare gli assetti economici del sistema internazionale e per trovare un punto di convergenza fra Paesi più ricchi e Paesi meno agiati con l’obiettivo di costituire un fronte comune contro il nemico invisibile.

In virtù di questo, al forum virtuale che solitamente ha luogo in Svizzera, le discussioni verteranno sulle modalità di distribuzione dei vaccini in maniera eguale e senza condizionamenti dettati dal reddito degli strati sociali più abbienti all’interno dei singoli Stati o del PIL di quest’ultimi; per di più Ursula Von Der Leyen, in questi primi giorni di incontri e dibattiti, ha già chiarito quali sono le sue intenzioni e di conseguenza quelle dell’UE. L’Unione Europea si batterà per un programma di bio-difesa e continuerà a finanziare la ricerca e lo sviluppo dei vaccini, tuttavia responsabilizzando le industrie produttrici davanti al dovere di onorare il loro impegno contrattuale. Per concludere, la Presidente della Commissione Europea ha anche ribadito l’orientamento dei Paesi dell’Unione, i quali risultano intenzionati a limitare l’impetuosa ascesa delle industrie digitali e della loro non-trasparenza per quel che concerne gli algoritmi di diffusione e acquisizione di contenuti.

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Alex Navalny, il ritorno del figliol prodigo che spaventa Putin

L’ultima settimana in Russia è stata caratterizzata da un’ondata di agitazioni e proteste dirette dalla popolazione contro il Presidente Putin e provocate dal ritorno in patria del leader e massimo esponente dell’opposizione, nonché attivista anti-corruzione e fondatore del Partito Democratico del Progresso, Alex Navalny.

È necessario evidenziare che quest’ultimo nel 2013 provò a candidarsi con lo scopo di divenire sindaco di Mosca, così come nel 2018 decise di sfidare Putin alle presidenziali russe, senza in entrambi i casi ottenere un successo, in quanto escluso sia dalla Commissione centrale elettorale russa sia dalla Corte suprema russa. Inoltre, egli oltre a competere (o a sperare di competere) sul piano politico con l’attuale Presidente russo, ha assiduamente cercato di minare l’immagine di quest’ultimo con reports ed una spiccata capacità comunicativa, tanto da portare Putin a prendere in considerazione delle idee (e annesse azioni) moralmente molto crudeli, bensì strategicamente e politicamente molto efficaci; delle idee di staliniana memoria, azzarderei, con inevitabile riferimento alla stagione delle purghe condotta dall’ex Segretario Generale del Partito Comunista Sovietico.

Dopo aver presentato e brevemente introdotto la figura al centro dell’attenzione mediatica mondiale, occorre integrare ciò di cui parliamo con l’antefatto che si nasconde dietro alle manifestazione del popolo russo. Dopo essere uscito illeso dal lancio di un liquido antisettico diretto verso il suo viso e da un tentativo di avvelenamento in prigione rispettivamente nel 2017 e nel 2019, lo scorso agosto Navalny è stato ricoverato a causa di un secondo tentativo di avvelenamento durante un volo verso Mosca e trasferito a Berlino con la finalità di potersi riprendere senza il rischio di vedersi coinvolto in ulteriori attentati.

Chiusosi il periodo di “esilio politico” in Germania, il leader dell’opposizione ha deciso di fare ritorno in Russia, poiché convinto e probabilmente ancor più stimolato dalle congiure contro la sua figura di poter coadiuvare i russi a sbarazzarsi di Putin e di poter portare avanti un progetto rivoluzionario che potrebbe raggiungere la sua piena espressione e realizzazione nelle elezioni presidenziali del 2024 quando il mandato dell’attuale Presidente scadrà potenzialmente in favore dello stesso Putin che immancabilmente cercherà di farsi rieleggere o in favore di Navalny, descritto dagli studiosi politici come un serio pericolo per il Cremlino.

Per terminare la nostra analisi, bisogna affermare che il ritorno di Navalny in Russia e le azioni che seguiranno questo ritorno possono avere una duplice lettura. Qualora Putin o chi di dovere deciderà di optare per un prolungamento della prigionia, sebbene buona parte delle classi dirigenti internazionali fra cui il neo Presidente degli Stati Uniti d’America, il quale con formali biasimi ha espresso il proprio malcontento riguardo l’azione del Presidente della Federazione Russa e i massimi esponenti delle organizzazioni internazionali come Von Der Leyen e l’Alto commissario Onu per i diritti umani, i quali auspicano un rilascio con effetto immediato e si schierano dalla parte dell’oppositore, dovrà confrontarsi con delle masse ancor più incentivate a protestare contro il proprio Governo per la difesa delle libertà e per la protezione del loro rappresentante rivoluzionario. Per converso, la liberazione di Navalny, ripetiamo, potrebbe rivelarsi più di una minaccia per la rielezione del Presidente in carica.

Alberto Covelli

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