Sacrificare la rappresentanza, per il bene del paese.

“Mario Draghi, il salvatore della patria”; così viene descritto l’economista che, forte di un curriculum di tutto rispetto e di una ben meritata fama, si appresta a prendere le redini del governo Conte. Il tempismo sembra perfetto, in quanto dopo un anno di pandemia l’Italia sembra non avere idea di come affrontare la crisi economica che tutti dicono essere alle porte. Perché dunque non affidare le decisioni più importanti al mago dell’economia per eccellenza? Già nel 2010, per far fronte alla crisi finanziaria occidentale, aveva comprato attraverso la BCE che all’epoca dirigeva, miliardi di euro in titoli del Tesoro italiani, riempendo di liquidità le casse dello Stato e delle banche sull’orlo del fallimento. Il fatto che venga scelto un economista di rilievo come Draghi rende la percezione dell’esistenza di una imminente crisi economica sempre più reale.  

Ma come si è arrivati ad un governo tecnico? 

Appare facile, quando si prendono determinate strade in politica, presentare una certa decisione come “necessaria”. Ma per essere davvero tale, bisognerebbe avere un’idea di quello che è il corso della storia, che un corso però non ha. Piuttosto che esaurire l’argomento liquidandolo come scontato o, appunto, “necessario”, bisognerebbe analizzare come si è arrivati a questo punto. La crisi di governo sembra infatti essere solo la punta dell’iceberg. L’Italia ne ha visti di governi tecnici, sin da Tangentopoli, quando venne scelto Ciampi come presidente del Consiglio apolitico in un contesto di totale delegittimazione dell’intero Parlamento, fino all’ultimo governo Monti, presentato come essenziale a rimettere in sesto le finanze dello Stato. Come nascono i problemi dell’Italia è un argomento troppo complesso da trattare in questa sede, ma capire per quale motivo il governo tecnico sembra essere troppo spesso l’unica chance per salvare il nostro paese no. Bisogna cominciare, come in tutte le cose, dalle fondamenta, che nel sistema politico italiano sono i partiti. La modalità con la quale i partiti scelgono i loro candidati sembrano essere spesso oscure, le decisioni avvengono in una sorta di scatola nera dalla quale emergono nomi che rappresentano istanze sociali ma anche interessi di categoria e, a volte, di singoli individui. Tali personaggi, che poi effettivamente partecipano alle elezioni, non hanno bisogno di una laurea, ne di una specializzazione o di un master in qualche campo: basta essere cittadini italiani. Nulla di più nobile. Si suppone infatti che la militanza di partito abitui ogni persona di qualunque estrazione sociale alla vita politica e quindi alla possibilità di guidare un paese. Dalla fondazione della prima Repubblica il sistema non è mai cambiato, ma il mondo sì invece, diventando sempre più complesso. 

La rappresentanza democratica è rimasta impassibile di fronte ai cambiamenti della società, e da qualche anno a questa parte a farne i conti sono i cittadini. I rappresentanti, scelti per cooptazione dai partiti tra i migliori a condurre un dibattito televisivo, non masticano alcun che di politica interna o internazionale, né tanto meno di economia, finanza o storia. Costretti dal corso problematico degli eventi a scegliere individui esterni al parlamento, sacrificano la rappresentanza per il bene del paese. Non vi è alcun dubbio che sia la scelta migliore ad oggi (se non l’unica possibile, se si scarta l’idea delle elezioni), ma bisogna essere consapevoli della gravità della questione democratica; come può funzionare una democrazia che non responsabilizza affatto i suoi partecipanti i quali, non avendo alcuna esperienza, nel momento del bisogno, possono uscire di scena e nominare un soggetto esterno che nessuno ha votato. 

Troppo spesso basilari principi democratici sono stati calpestati nell’indifferenza generale; non è un caso che nel tempo il voto, più che un diritto o un dovere, è stato percepito come una futilità di poco conto. Una riforma istituzionale che responsabilizzi i partiti? Una riforma elettorale che rafforzi l’esecutivo? O semplicemente un concorso pubblico obbligatorio per selezionare, in base al merito e a nient’altro, i possibili candidati a posizioni di alto rilievo nel governo del paese? Tutte proposte valide, ad oggi ignorate o scartate a priori. Il concetto di una democrazia che permette a chiunque di diventare ministro è sicuramente nobile, ma rischia, come un boomerang, di tornare indietro e fare del male. In questo modo nascono i Commissari, che operano al di fuori di qualsiasi regola e che trovano come unico limite l’indignazione dell’opinione pubblica generale, quando c’è. Il nobile Mario Draghi potrebbe ereditare una situazione già disperata e se ciò non basterà a salvare il paese, di sicuro servirà a tranquillizzarlo; ma chi si preoccupa di salvare la democrazia?

Articolo a cura di Tommaso Vissani

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