Zona di faglia, cristianesimo contro islam

Interpretare il conflitto tra Armenia e Azerbaijan con il paradigma teorico offerto da Samuel P. Hungtington

Il conflitto in Nagorno Karabakh, che coinvolge Armenia e Azerbaijan, nel quadro più ampio del Sud del Caucaso, può essere analizzato attraverso la teoria di Huntington, basata sullo scontro fra civiltà e sulla contrapposizione fra idee e modelli culturali differenti. La regione contesa può essere definita una zona di faglia, un luogo nel quale due prospettive valoriali e culturali differenti si scontrano. Huntington individua 9 zone: quella occidentale, ortodossa, islamica, sinica, giapponese, buddista, latino americana, africana e indù.

L’Azerbaijan è un paese a maggioranza mussulmana, lo sciismo è particolarmente diffuso. In realtà si tratta di un paese secolarizzato, a differenza del vicino Iran, una vera e propria teocrazia, e della Turchia; dal crollo del gigante dai piedi d’argilla, l’Impero Ottomano, e il conseguente tramonto del califfato, fino ad arrivare al processo di occidentalizzazione e secolarizzazione voluto da Ataturk, padre della nazione, oggi assistiamo ad un progressivo riavvicinamento del paese, sotto la presidenza Erdogan, ad un modello pseudo confessionale.

L’Armenia è invece un paese a maggioranza cristiana. È intrappolata nella propria geografia, a livello economico dipende completamente dalla Russia, con la quale non ha continuità territoriale. Eppure negli ultimi tempi ha conseguito numerosi successi, in ambito militare, strappando all’Azerbaijan diversi territori e preservando l’autonomia della repubblica istaurata nel Nagorno Karabakh.

Gli accordi di pace raggiunti, sotto l’egida della Russia, che ha dispiegato sul territorio delle truppe per mantenere la pace e garantire ad entrambe le parti il rispetto dell’accordo, (una missione di peacekeeping) avvantaggiano l’Azerbaijan, e rappresentano un duro colpo, a livello diplomatico, per l’Armenia. Ad Erevan sono scoppiate diverse proteste contro l’esito dell’accordo; questo significa che parte della popolazione non ha ancora rinunciato al sogno della Grande Armenia.

Nell’area sono particolarmente rilevanti attori come la Russia, per le ragioni già esplicitate precedentemente, e la Turchia, che ha legami piuttosto forti, soprattutto di natura culturale, con l’Azerbaijan: si tratta di popoli turcici, e il mito del viaggio dall’Asia Centrale all’Anatolia. Inoltre, l’ostilità dell’Armenia nei confronti della Turchia, dopo il genocidio di un secolo fa, è ancora un sentimento vivo ed estremamente forte presso la società armena. Uno spettro che ancora aleggia su Erevan. In un ottica costruttivista potremmo interpretare lo scontro fra questi due paesi, attraverso lo scontro di civiltà immaginato da Huntington, il conflitto fra dimensioni valoriali divergenti e radicalmente contrapposte

Il 28 marzo, il primo ministro dell Armenia, Nikol Pashinyan, ha comunicato le sue dimissioni.
Tale atto si è reso necessario per avere la possibilità di risolvere la crisi interna, provocata dall’esito delle trattative post-belliche, indicendo elezioni straordinarie volte ad eleggere il nuovo parlamento in data 20 giugno. In realtà tali dimissioni, come ha dichiarato lo stesso PM, saranno esclusivamente “formali”, poiché Pashinyan resterà in carica fino a giugno. Lo stesso giorno, l’opposizione si è radunata sotto il parlamento armeno, ad Eravan, per protestare contro il governo, proclamando che le dimissioni del primo ministro non placheranno la crisi interna, poiché queste rappresentano solo una “formalità “ come riconosciuto dallo stesso primo ministro.

La crisi interna è stata esacerbata a Febbraio, dalle dichiarazioni del Primo Ministro: l’Esercito ha tentato un colpo di stato. Pashinyan ha chiesto al Presidente della Repubblica, la rimozione del capo di stato maggiore, Gasparyan. La rimozione è stata effettuata, ed è apparentemente compatibile con le disposizioni costituzionali, che prevedono uno specifico meccanismo, volto all’eventuale sostituzione del capo dell’esercito, che può avvenire soltanto a seguito di una richiesta, del capo del governo, al Presidente della Repubblica.

Il Capo dello Stato dovrà decidere se accoglierla o no. Il Tribunale Amministrativo dell’Armenia, ha però contestato questa procedura, dichiarando che Gasparyan dovrebbe riprendere a svolgere le proprie funzioni.

L’esito delle trattative post belliche, chiaramente svantaggioso per l’Armenia, ha innescato una profonda crisi interna ed istituzionale.

Articolo a cura di C.M.

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