Il Recovery Plan dell’UE: il Piano Marshall è un’altra cosa

Sono passati 73 anni dal 2 aprile 1948, giorno in cui venne approvato dal Congresso americano il “Piano Marshall” che prevedeva aiuti economici pari a oltre 13 miliardi di dollari destinati ai paesi europei appena usciti dalla disastrosa Seconda guerra mondiale. Il piano venne così chiamato per via dell’allora generale George Marshall che, sebbene non ne fosse stato l’ideatore, in quel periodo ricopriva la carica di segretario di Stato a stelle e strisce sotto l’amministrazione Truman. Il riferimento a tal programma si tratta di un leitmotiv molto spesso evocato, a fasi alterne, da forze politiche di schieramenti diversi, anche opposti, con il quale si intende ricordare una stagione di consistenti e decisivi interventi economici volti a sanare una crisi di matrice internazionale (una volta elargiti dagli USA, mentre oggi derivanti dall’UE). 

Il prezzo dell’aiuto (non completamente) disinteressato statunitense

L'”European Recovery Program“, la cui locuzione risulta familiare (della serie: “a volte ritornano”), non era in realtà un piano fine a sé stesso, l’emblema della generosità yankee, ma la chiave di volta nella politica internazionale del tempo che comportò la successiva instaurazione della Pax Americana e del dollaro quale moneta di riferimento. In particolare, le finalità ultime per gli Stati Uniti potevano esser riassunte su tre principali linee di azione. La prima mirava alla restaurazione dell’Occidente come modello culturale prevalente attraverso l’assistenza finalizzata alla ripresa economica, sociale e commerciale dei paesi europei visti, nell’ottica strategica americana, come potenziali alleati (o forse vassalli). La seconda puntava invece a realizzare il Grand design di Roosvelt, tendente, con la creazione di organismi internazionali, a riunire i fili dell’economia (FMI o Banca Mondiale) e della politica internazionale (ONU) in seno agli Stati Uniti. La terza, probabilmente la più scontata, puntava a creare uno spazio economico e politico da contrapporre al blocco sovietico nell’ottica di una guerra piscologica che caratterizzò le successive quattro decadi della politica internazionale[1]. Inizialmente gli aiuti vennero infatti proposti anche ai paesi dell’Est europeo che, su pressioni dell’allora Unione Sovietica, rifiutarono; quest’ultima aveva infatti tutto l’interesse a mantenere distanti, tramite degli “stati-cuscinetto” nel mezzo, i paesi del blocco occidentale[2].


L’Italia della ricostruzione e del rilancio internazionale con De Gasperi

Per i paesi che invece accettarono gli aiuti[3] il piano prevedeva sia prestiti agevolati, cui tuttavia gli USA rinunciarono alla riscossione, che beni e materie prime che gli Stati poterono impiegare nel sistema produttivo. Materie prime di cui vi era un terribile bisogno per uscire dall’impasse economica successiva al conflitto che aveva di fatto azzerato le capacità produttive e commerciali dell’intera Europa. Era infatti solo l’anno precedente quando l’allora Presidente del Consiglio italiano, Alcide De Gasperi, compì “il viaggio del pane” finalizzato all’ottenimento di aiuti in termini di grano e carbone da parte degli USA[4]. L’adesione agli aiuti era sì da un lato subordinata alla modernizzazione e allo sviluppo del sistema produttivo, ma dall’altro anche all’adozione da parte degli stati beneficiari di uno stile di vita americano basato sul consumo e sugli ideali liberal-democratici.

In cosa consiste l’odierno intervento di rilancio economico europeo

In tempi più recenti invece, caratterizzati dalla crisi pandemica da COVID-19, le aspirazioni del presidente del Consiglio europeo Charles Michel e della presidente della Commissione Ursula von der Leyen si vanno a scontrare con la realtà, che fa sì che difficilmente si possa raggiungere un impatto simile a quello suscitato dal Piano Marshall. Quest’ultimo costituiva l’1% del PIL degli USA e quasi il 3% di tutti i paesi europei messi assieme; le risorse stanziate per il Recovery Plan di recente approvato, invece, arrivano a circa l’1% del PIL dell’UE[5].

Nel prossimo bilancio dell’UE per l’arco temporale dal 2021 al 2026 sono infatti previsti circa 1.800 miliardi di euro di aiuti, di cui oltre il 50% sarà indirizzato alla modernizzazione, raggiungibile tramite ricerca e innovazione, portate avanti con il programma Orizzonte Europa; transizioni climatiche e digitali, attraverso il Fondo per una transizione giusta e il programma Europa digitalepreparazione, ripresa e resilienza, attraverso rescEU e un nuovo programma per la saluteEU4Health. Il pacchetto prevede anche la modernizzazione di politiche tradizionali, come la politica di coesione e la politica agricola comune (PAC). Inoltre, verranno previste risorse rivolte ai temi della lotta ai cambiamenti climatici, cui verrà riservato il 30% dei fondi europei (la più alta percentuale di sempre), della protezione della biodiversità e della parità di genere[6].

I numeri dell’intervento

Dei 1.800 miliardi stanziati, circa 750 rientrano nel c.d. NextGenerationEU, ovvero uno strumento temporaneo per la ripresa, il cui fine è quello di contribuire a riparare i danni economici e sociali immediati causati dalla pandemia di coronavirus.  La totalità delle sovvenzioni previste dall’UE verrà finanziata grazie a delle forme di prelievo già esistenti; nello specifico, dazi doganali, IVA (tributo armonizzato per eccellenza) e contributi nazionali basati sul reddito nazionale lordo. Lo sforzo sarà anche sostenuto da altre tipologie di prelievi in fase d’implementazione nei prossimi anni: un’imposta sul digitale insieme ad una sulle transazioni finanziarie, contributi collegati al settore societario e una revisione per la determinazione della base imponibile per le imposta sulle società. Inoltre, l’Unione europea assumerà prestiti sui mercati finanziari a tassi più favorevoli rispetto a molti Stati membri e ridistribuirà gli importi. Perché ciò sia possibile, tutti gli Stati membri dovranno ratificare la nuova decisione relativa alle risorse proprie, conformemente alle rispettive norme costituzionali[7].

L’odierno “Piano Marshall”: è veramente così?

Una similitudine che può essere ravvisata col Piano Marshall è costituita sicuramente dall‘utilizzo condizionato di questi fondi, di cui la maggior parte è sotto forma di prestito, al raggiungimento di determinati obiettivi legati agli interventi realizzati. Tale aspetto oltre ad esser considerato un vincolo inderogabile, costituisce sicuramente un’opportunità per poter approntare riforme incisive e richieste da tempo. Un elemento sicuramente importante però, che potrebbe far sperare in una nuova visione d’Europa meno tecnocratica e rigorosa, risiede nel fatto che il debito che viene creato a seguito dell’elargizione dei prestiti venga imputato al bilancio comune europeo, indipendentemente dalla quota parte di partecipazione di ciascuna nazione. Si tratta invero di sforzi non scontati da parte delle istituzioni europee che però non ci permettono di affermare che si tratti di un “nuovo Piano Marshall”. La pandemia non ha portato alla distruzione materiale di complessi industriali o infrastrutture come era stato nello scorso conflitto e anche il numero di vittime è stato, per quanto alto, non commisurabile a quello di una guerra. Al momento nel mondo si contano purtroppo circa 3 milioni[8] di decessi per COVID-19 su 124 milioni di contagiati e quasi 7 miliardi di persone a livello globale; per fare un confronto, l’ultimo conflitto mondiale ha provocato circa 54 milioni di vittime su una popolazione mondiale corrispondente ad un terzo di quella attuale.

La resilienza come parola d’ordine

Detto questo, si ritorna spesso, anche all’interno dei documenti programmatici dell’UE, al concetto di resilienza inteso quale la capacità di “trasformare il problema in opportunità“. In effetti, è proprio quello che si sta tentando di fare. Per questi ed altri motivi, quindi, è possibile paragonare il Recovery Plan dell’UE al Piano Marshall solo da un punto di vista simbolico che ci permetta di fare una distinzione tra quanto è stato prima e come sarà dopo… anche perché guardando alle cifre crude, la realtà dice altro. Ai posteri, la valutazione delle politiche implementate.

Articolo a cura di G.R.

NOTE:

[1]  Campus M. (2020)

[2] Messina D. (2017)

[3] In particolare, Austria, Belgio e Lussemburgo, Danimarca, Francia, Germania Ovest, Grecia, Islanda, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo, Svezia, Svizzera, Turchia e Regno Unito. 

[4] Balzarotti L – Miccolupi B. (2017)

[5] Messina D. (2017)

[6] Commissione europea (2021)

[7]Mecarozzi P. (2021)

[8]https://www.rainews.it/ran24/speciali/2020/covid19/world.php

SITOGRAFIA:

Campus M. (2020), “La mitologia del Piano Marshall“, link: https://www.ilsole24ore.com/art/la-mitologia-piano-marshall-ADoFmlI?refresh_ce=1, consultato online il 18/03/2021.

Messina D. (2017), “Il viaggio di De Gasperi che cambiò per sempre la politica italiana“, link: https://www.corriere.it/extra-per-voi/2017/01/01/viaggio-de-gasperi-che-cambio-sempre-politica-italiana-66316bb8-d03b-11e6-a287-5b1c5604d8ca.shtml, consultato online il 18/03/2021.

Balzarotti L – Miccolupi B. (2017), “De Gasperi e il «viaggio del pane», 70 anni fa la visita negli Usa che diede il via alla ricostruzione“, link: https://www.corriere.it/extra-per-voi/2017/01/02/de-gasperi-viaggio-pane-70-anni-fa-visita-usa-che-diede-via-ricostruzione-c98e6f2a-d0e1-11e6-bd06-82890b12aab1.shtml, consultato online il 18/03/2021.

Commissione europea (2021), “Piano per la ripresa dell’Europa“, link: https://ec.europa.eu/info/strategy/recovery-plan-europe_it, consultato online il 18/03/2021.

Mecarozzi P. (2021), “Le condizionalità del Recovery Plan faranno bene all’economia, dice Tommaso Monacelli“, link: https://www.linkiesta.it/2021/01/condizionalita-ue-recovery-plan-tommaso-monacelli-economia/, consultato online il 18/03/2021.

Redazione Rainews (2021), link: https://www.rainews.it/ran24/speciali/2020/covid19/world.php, consultato online il 18/03/2021.

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