Aung Saan Suu Kyi e il destino del Myanmar: tra l’orrore di oggi e la speranza di domani

Ogni lotta per la liberazione vanta un proprio martire. Un simbolo, un’insegna dietro cui riunirsi e attorno alla quale sperare di costruire un futuro migliore. La speranza dei democratici Birmani era riposta (e probabilmente ancora) in Aung San Suo Kyi.

Dal 1989 è stata la leader della Lega Nazionale per la Democrazia, opponendosi alla dittatura militare che asfissiava il paese asiatico.

La transizione istituzionale c’è stata, ma quanto siano davvero cambiante le cose è difficile stabilirlo.

La lotta contro l’oppressione della dittatura militare di Saan Sui Kyi le è valsa quasi 13 anni di carcere e un premio Nobel. A Gennaio 2021 è stata nuovamente arrestata in seguito alla vittoria del suo partito alle elezioni di Novembre, ottenuta sconfiggendo il braccio politico della giunta militare.

Alla luce degli eventi più recenti, riflettere sul futuro del Paese non è semplice, eppure sembra certo che lei continuerà ad esserne la protagonista. Ma dunque, chi è Saan Suu Kyi?

Aung Saan Suu Kyi

Figlia di uno dei generali che negoziò l’indipendenza del Paese dal Regno Unito nel 1947 e dell’ambasciatrice birmana in India, passa gli anni della sua formazione interamente all’estero, tra Oxford e New York. Come anticipato, in seguito alla scelta di rientrare nel Paese e guidare il principale partito di opposizione, viene arrestata. Resterà quasi ininterrottamente agli arresti fino al 2010. La data non è causale: tenendola in disparte, il Tatmadaw (esercito) ha potuto lavorare ad un impianto costituzionale congeniale al mantenimento di un ruolo preponderante nella società. Nel corso delle prime elezioni libere nel 2015, la LND ottiene la maggioranza e nel 2016 la leader entra nella compagine di un governo, prima come ministro e, successivamente come consigliere di Stato (un ruolo teoricamente subordinato al primo ministro, ma che di fatto le concede pari poteri).

La popolarità di Suu Kyi nel Paese cresce a dismisura nel corso del tempo, come comprovato dai risultati elettorali. La sua fama per di più valica i confini Birmani, erigendola a modello per la lotta per i diritti umani in tutto il mondo, specialmente dopo aver ottenuto il premio Nobel per la pace. Eppure, la sua immagine in breve viene severamente scalfita dalle controversie legate alla crisi dei rifugiati Rohingya.

Se l’esercito birmano è stato accusato di perpetuare uno sterminio sistematico della minoranza etnica, la consigliera è intervenuta davanti al Tribunale dell’Aja per difendere quegli stessi militari contro cui aveva combattuto.

I sostenitori pensano che sia stato un tentativo pragmatico di non rischiare alte tensioni interne, i detrattori la accusano di incoerenza. Il dato di fatto è che questo non è bastato ad assicurare un’armonia tra lei e il Tatmadaw. (BBC, 5/3/2021)

Il coup

A Gennaio 2021 la situazione nel Paese stava rapidamente scaldandosi. I militari accusavano il governo di aver truccato le elezioni del Novembre precedente, biasimo che, in un Paese in cui l’esercito ha una funzione di primaria importanza, non può essere considerato un buon segno.

Nell’arco di 24 ore, l’esercito ha arrestato i leader del partito, chiuso le strade e bloccato l’accesso a internet in molte aree del Paese.

Questo drammatico colpo di stato potrebbe suonare come un evento straordinario, ma purtroppo la storia birmana finora dimostra il contrario. Sin dai tempi del regime purtroppo la storia birmana finora dimostra il contrario. Sin dai tempi del regime comunista, l’esercito si è stabilito come perno istituzionale. Difatti è allo stesso tempo attore economico, elemento di governo e la forza di difesa (o strumento di repressione delle minoranza etniche, secondo il parlamento europeo) (Eur-lex 2006) ed è consacrato nella sua posizione dell’apparato costituzionale.

Così, a gennaio, è andata in scena la trama di un copione già visto: piuttosto che accettare un esito elettorale poco il favorevole, i militari sono usciti dalle caserme per riversarsi nelle strade e rovesciare l’ordine costituito. Questa volta anche con una certa noncuranza per le giustificazioni: il pretesto per l’arresto di Saan Suu Kyi sarebbe la presunta importazione illegale di Walkie Talkie (BBC 1/4/2021)

Le proteste

Come prevedibile, il popolo birmano (specialmente le generazioni più giovani) non si è mostrato disposto ad accettare passivamente l’arbitrarietà delle forze armate. Con estrema rapidità, le strade si sono riempite di manifestanti, che si richiamavano alla “Rivolta 8888” del 1998, l’insurrezione durante la quale Saan Suu Kyi contribuì a fondare la Lega Nazionale per la democrazia. La disobbedienza civile l’ha fatta da padrone, preferita ad un atteggiamento violento. La risposta però, non è stata altrettanto calibrata.

La repressione ha lasciato nelle strade centinaia di morti, mentre migliaia di manifestanti sono stati arrestati.

Ad oggi, il Paese è bloccato in un’impasse in cui la maggioranza popolare non riconosce l’ordine imposto, ma quest’ultimo non è disposto a scendere a patti con i manifestanti. Il triste presagio è che l’unica via d’uscita sia la sconfitta di una delle due fazioni, a meno che qualche autorevole voce non si levi a invocare la pace, magari dalla cella in cui è rinchiusa. (Internazionale, 11/2/2021)

Che ne sarà?

La situazione attuale non lascia spazio all’ottimismo. Gli appelli della comunità internazionale sono rimasti inascoltati. La protesta non accenna a fermarsi e nemmeno il bilancio delle vittime, che ormai tocca quota 600. Il Paese sfida apertamente una presa di potere oltraggiosa, bloccando la vita socioeconomica del Paese e la campagna vaccinale.

Questo ennesimo scontro potrebbe essere il fondo del barile da cui ripartire per ricostruire un’armonia sociale che nel Paese manca da tempo immemore. Per ciò, le forze in gioco (e specialmente il Tatmadaw) dovranno armarsi di pragmatismo. E ancora una volta, la chiave di volta potrebbe essere Saan Suu Kyi, già dimostratasi capace di mettere da parte i vecchi rancori per costruire un futuro migliore. Se l’esercito continuerà a seguire la strada della repressione, finirà per lasciare nel Paese una cicatrice troppo profonda, che avrà conseguenze per decenni. Soprattutto, su un trono di baionette non si sta troppo comode (o troppo a lungo).

A cura di Lorenzo Taraborrelli

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