Fare male senza toccare

Spesso ci siamo imbattuti nella famosa frase “verba volant, scripta manent”. Si tratta di un antico proverbio con cui si afferma sia la necessità di far documentare per scritto i propri diritti o, più genericamente, l’importanza delle testimonianze e dei documenti scritti, sia, al contrario, l’opportunità di non mettere su carta ciò che un giorno potrebbe esserci dannoso. Forse un tempo questa locuzione poteva essere ritenuta una regola d’oro, ma è necessario chiederci se, in base alle modalità con cui si sono evolute le società moderne, non valga la pena di rivalutare l’uso del linguaggio verbale.

D’altronde non è raro sentir dire che “la lingua ferisce più della spada” e a ben pensarci non possiamo che ritenerci d’accordo con questa affermazione. Da un colpo di spada, se non mortale, si può guarire, così come da un pugno, da uno schiaffo e così via, ma le parole sono diverse. Le si potrebbe definire “subdole”, se analizzate da questo punto di vista, perché in apparenza non sembrano comportare nessun cambiamento, nessuna scalfittura esterna nel nostro essere, ma in profondità possono dilaniare. Dire a una persona “non vali niente”, apparentemente non causa cambiamenti, ferite o abrasioni, nulla di visibile insomma, ma a livello psicologico può avere delle conseguenze negative, talvolta anche gravi. Conseguenze che coinvolgono qualsiasi fascia di età, nessuno ne è immune. Questo molto spesso è dovuto anche al fatto che viviamo in una società in cui il parere degli altri conta troppo. È grazie a questo parere se possiamo farci una fama o meno, in internet o nella vita reale. È grazie a tutte le opinioni esterne dalle quali ci facciamo bombardare se riteniamo di poter diventare effettivamente qualcuno nella vita. Siamo così assuefatti da questo genere di pensieri che molte volte ci dimentichiamo di quanto in realtà le parole ci colpiscano in profondità, nella nostra psicologia più intima.

La violenza verbale è un’arma che attacca tutti in maniera indistinta, sia che si tratti di donne che di uomini. Può essere perpetrata nei social, nella vita reale, all’interno delle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle scuole. L’obiettivo principale di chi abusa del linguaggio in tale modo è quello di ledere la dignità e la sicurezza di qualcuno.  Essa può presentarsi in diverse forme. Può trattarsi, di fatto, di un insulto, un commento volgare, un’umiliazione, in forma episodica o reiterata. In tal modo, la dignità e l’autostima della persona che subisce l’abuso vengono danneggiate dal suo aggressore, che ritiene di avere l’autorità o il privilegio di poter attaccare un altro essere umano in questo modo. Uscire da questo genere di violenza non è semplice, proprio perché le ferite non sono visibili e molto spesso si diventa così tanto dipendenti dalle parole, da credere che esse ci descrivano alla perfezione. Nella maggior parte dei casi, soprattutto per quanto riguarda le fasce d’età più giovani, la difficoltà maggiore consiste nel comprendere che questo tipo di abuso è difficile da identificare perché si sviluppa non solo attraverso internet o nelle scuole, ma può riguardare anche l’ambiente casalingo quotidiano. Bisognerebbe educare maggiormente le persone, fin da piccole, a comprendere i sintomi e le conseguenze degli abusi verbali, in modo da poter dar loro un modo per proteggersi e una maggior coscienza di quali possano essere i veri effetti del linguaggio verbale.

Come già accennato, varie possono essere le conseguenze della violenza verbale. Nei casi in cui tale abuso è reiterato, la vittima si sente annientata, indifesa, in poche parole: impotente. Questo perché è difficile combattere contro le parole, contro i loro effetti e contro chi le pronuncia. Nonostante ciò, nei casi tipici, l’abusante continua il suo operato aggressivamente, mentre la vittima resta paralizzata. Ritiene di non avere vie d’uscita da tale situazione e questo genera emozioni di ansia, colpa e vergogna che possono evolvere fino a patologie quali disturbo depressivo maggioredisturbi del sonno e disturbo da stress post-traumatico. Inoltre, non bisogna sottovalutare l’impatto negativo sull’autostima e sul senso di sé. La vittima tende a sentirsi in colpa, come se stesse facendo costantemente qualcosa di errato o, peggio ancora, come se ci fosse qualcosa di profondamente sbagliato in lei per ricevere un trattamento simile. L’insieme di tutte queste condizioni psicologiche contribuisce all’erosione costante dell’autostima e conduce alla tendenza di sminuire il comportamento psicologicamente violento.

Continuando sempre a parlare di effetti, non si può evitare di citare due condizioni in particolare che nascono dall’uso improprio e violento del linguaggio e che contribuiscono ad alimentare quella che viene definita come violenza di genere: la mascolinità e la femminilità tossica.

In psicologia, si parla di mascolinità tossica facendo riferimento a una serie di regole culturali sulla mascolinità che sono lesive per la società e per l’uomo stesso. È l’insieme degli stereotipi che definiscono l’uomo come un essere dominante nella società, spesso con derive di misoginia e omofobia che diventano tossiche nel momento in cui promuovono comportamenti violenti come abusi sessuali o femminicidi. “Sii uomo”, “non piangere”, “non fare la femminuccia”, sono alcuni degli esempi più semplici dei divieti imposti in base al genere. E le conseguenze di questo tipo di repressioni emotive possono arrivare a includere depressione, stress e abuso di sostanze stupefacenti.  La femminilità tossica può essere invece definita come quell’insieme di caratteristiche da sempre associate all’idea di femminile. Alcune di queste potrebbero essere identificate con le seguenti parole: “Sii donna, sii educata, gentile, premurosa, attenta, fragile, non parlare troppo, accavalla le gambe, sii più femminile, gioca con le bambole, usa il rosa, sii emotiva, debole e mai stanca, vai in palestra, la cellulite no, le smagliature no, curati, depilati, sii presentabile, fatti desiderare…”.

Analizzando entrambe queste situazioni, è facile notare come entrambe derivino da una tradizione culturale ampiamente maschilista, secondo la quale i maschi devono dimostrarsi forti, indomiti, in grado di dominare qualsiasi situazione, mentre le donne devono rimanere nell’ombra, sottomesse. Non è nemmeno così difficile rendersi conto di quanto le parole abbiano un ruolo fondamentale nella definizione di queste categorie. Non è raro, infatti, imbattersi in pubblicità, anche nei Paesi più evoluti, che, in maniera più o meno diretta, inneggino a condizioni di disparità o ampiamente tossiche nei confronti di entrambe le parti.

Finché non verrà creato un sistema educativo in grado di insegnare, fin dalla più tenera età, quanto siano sbagliate queste barriere e quanto un uso scorretto del linguaggio possa incentivare tali discriminazioni, pochi saranno i cambiamenti effettivi a livello sociale. Questo perché il linguaggio può essere paragonato a una fitta rete da pesca che ci tiene intrappolati nelle sue maglie, spesso in maniera inconsapevole. Non sempre ci rendiamo conto delle tipologie di messaggi che vengono trasmessi dalla televisione, dalla radio e dalle persone che ci circondano. Per questo motivo è importante imparare a prestare maggiore attenzione sia al modo in cui parliamo sia all’uso del linguaggio che fanno gli altri nei nostri confronti. La violenza verbale non va mai sottovalutata perché riguarda la quotidianità di ciascuno di noi. Solo attraverso la consapevolezza e il coraggio di affrontarla possiamo fermarla

Articolo a cura di Emma Bellon

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