Moda e modernità: la Lezione di Simmel

Lasciatemi sembrare fino a che non divento

Goethe

Georg Simmel fu un intellettuale poliedrico nato a Berlino nel 1858, capace di interpretare la modernità e il posto che vi occupava l’essere umano con riflessioni che tutt’oggi vengono dibattute e, in svariate occasioni, risultano ancora attuali. Ricostruire l’evoluzione del suo pensiero è un compito arduo proprio perché nel corso della sua carriera intellettuale scrisse su una grande varietà di temi, avversando un metodo sistemico in favore di maggiore apertura e libertà di riflessione riguardo alla vita che quotidianamente coglieva e tentava di descrivere nella realtà. 

Uno dei testi con i quali ha catturato l’attenzione dei posteri e che al giorno d’oggi fornisce importanti spunti di riflessione è il saggio sulla moda, un vero e proprio gioiello di sessanta pagine dense di osservazioni che, specialmente in campo sociologico, meritano  attenzione e tempo da dedicargli. 

IMITAZIONE E DIFFERENZIAZIONE

La moda, secondo il nostro autore, è un fenomeno complesso che per sua natura esprime e sintetizza due tendenze che ogni individuo possiede nei riguardi dell’ambiente sociale in cui vive: da una parte la spinta all’imitazione, che ci permette di eludere il “tormento della scelta”, generatore di angoscia che richiama ad una responsabilità osteggiata, dall’altra risponde altresì ad una tendenza verso la differenziazione, al distinguersi. 

La moda è dotata di un’ambivalenza ontologica capace di generare sentimenti di coesione all’interno del gruppo in cui si è affermata, ma allo stesso tempo promuove esclusione, espulsione, nei confronti di chi non ne segue i precetti. 

Biografia de Georg Simmel

Simmel crede che la moda non abbia alcuna utilità pratica, piuttosto la inquadra come un efficace strumento livellatore della società in classi: essa è utilizzata dai gruppi socialmente superiori come metodo per distinguersi da quelli inferiori che, proprio per assomigliare a loro, cercano di imitarla.  In poche righe abbiamo riassunto già gran parte del processo di differenziazione ed imitazione, notando con facilità che è di tipo circolare e per sua natura tende all’infinito. In quello che lui chiama il “gioco della moda”, le classi superiori, non appena notano che le masse si sono avvicinate e la differenza che le contraddistingue da loro diventa impercettibile, decidono quando e come cambiare il loro stile per sospingere nuovamente per inerzia i gruppi inferiori verso il basso. L’osservazione del filosofo tedesco non riguarda l’oggetto della moda, piuttosto l’analisi dovrebbe concentrarsi sul motore di quest’ultima, cioè la spinta al cambiamento, oscillando tra l’uniformarsi ed il differenziarsi

Si tratta perciò di un mezzo di mobilità sociale apparente, che per sua natura procede secondo un moto che dal punto di vista concettuale è riconducibile ad un “eterno ritorno”. 

IL RITMO IMPAZIENTE DELLA VITA MODERNA

In un altro importantissimo saggio, ormai divenuto una pietra miliare della sociologia, Le metropoli e la vita dello spirito, Simmel fa notare come nelle moderne metropoli (simbolo stesso della società contemporanea) gli stimoli sensoriali cui gli individui sono sottoposti e i rapporti interpersonali sono incredibilmente più numerosi e frenetici di quanto non lo siano nei centri abitati tradizionali, con la naturale conseguenza di un minor coinvolgimento emotivo negli innumerevoli rapporti che si hanno e nelle numerosissime attività che si svolgono.

La vita metropolitana, con la sua velocità di mutamento e lo scarso coinvolgimento in ciò che si fa, presenta evidentemente caratteristiche simili a quelle della moda, dove l’unica cosa che conta è cambiare (per differenziarsi o per conformarsi), e non importa quello che realmente si sta indossando o consumando. Non a caso le metropoli sono spesso le capitali delle mode, sia di quelle “ufficiali” che delle sottoculture underground.

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Detto ciò, l’autore osserva come la cultura moderna e l’animo umano finiscono per interiorizzare questa impazienza tipica della vita metropolitana.

“Il nostro ritmo interno richiede periodi sempre più brevi di cambiamento” scrive Simmel: piuttosto che concentrarci sulle attività che svolgiamo, tendiamo a dare sempre più importanza al loro inizio e alla loro fine, alla fase di cambiamento da uno stimolo all’altro. Il sigaro viene sostituito dalla breve sigaretta, l’estate tendiamo a scegliere, piuttosto che una relativamente lunga permanenza in un determinato luogo, tanti brevi viaggi che non consentono di goderci e conoscere bene ciò che stiamo vivendo, ma che ci garantiscono una fitta serie di partenze e arrivi, un ricambio continuo di stimoli ed esperienze.

Volendo abbandonare per un attimo l’imparzialità disinteressata che solo Simmel sapeva assumere nella sua osservazione delle realtà sociali, l’ accelerazione, intesa come paradigma della modernità ed in particolare del fenomeno della moda, con la necessità che comporta di non stare mai fermi, cambiando il più rapidamente possibile o per non restare isolati o per differenziarsi dalla massa, è solo uno dei tanti esempi di come la nostra società sia mossa da quella che potremmo definire una cultura del “road to”, del viaggio e del cambiamento costanti, della negazione della tranquillità (sia questa economica, residenziale, relazionale o consumistica), in favore di un’ instabilità che è fatta norma ed ordine. Una cultura che insomma nega la continuità dell’esperienza in favore di una sorta di frenetico nomadismo esistenziale.

L’ANTICONFORMISTA

Spesso, tra quelli che si dichiarano critici del conformismo sociale, si tende ad associare il fenomeno della moda a quello del consumismo, o quantomeno ad una sorta di frivolezza materialista. Di riflesso il non seguire la moda, la scelta di “non seguire la massa” è generalmente considerato un atto di forza, di resistenza dell’ individuo alle dinamiche totalizzanti della società, o quantomeno di approccio critico e consapevole ai propri comportamenti ed ai propri consumi.

Tuttavia, osserva Simmel, un’ analisi di questo tipo, che vorrebbe sottolineare quanto la società possa condizionare il singolo, rischia di non rendere pienamente omaggio alla potenza stessa del fenomeno della moda, e paradossalmente di considerare in modo solo parziale la pervasività che il contesto sociale ha sui soggetti.

La moda è infatti un fenomeno che può rendere l’ individuo dipendente in modo positivo o in modo negativo, e “la scelta di non seguire a moda può diventare essa stessa moda”, esattamente come “anche dell’ ateismo si può fare una religione.”

Insomma, l’individuo che sceglie di porsi al di fuori delle frivole dinamiche sociali, colui che vuole affermare l’ indipendenza della sua individualità contro la massa uniforme e  galvanizzata, relegando la moda a pratica superflua e instupidente, finisce per essere ricompreso egli stesso dalla dinamica sociale, costituendo solo una variazione formale, contenutistica al conformismo della massa, senza riuscire però a sfuggire alle dinamiche della moda come fenomeno sociale, composto di differenziazione e conformismo.

I jeans a zampa anni settanta

Dichiarando di non sentirsi influenzati dalla moda si è automaticamente inseriti in una delle due categorie che compongono il fenomeno stesso della moda, quella di coloro che si vogliono differenziare  dalla massa uniforme. In questo senso, la società stessa si presenta come un fenomeno totalitario che non lascia spazi di individualità al singolo.

MA QUINDI?

Il nostro autore sembra non lasciare spazio a fraintendimenti: “la moda è la cieca obbedienza alle norme della collettività in tutto ciò che è esteriore”, e implica l’incapacità da parte della persona di “individualizzare in modo autonomo l’esistenza”.  

Schopenauer riteneva che il miglior contributo alla propria felicità fosse quello di prescindere completamente dall’opinione che gli altri hanno di noi, e di conseguenza cercare di coltivare gli aspetti personali e reali della nostra vita senza tener conto di un ipotetico “spettatore imparziale”, direbbe Adam Smith, che limita la nostra condotta ancorandola al giudizio (positivo o negativo) altrui. 

A questo punto si riconosce tutta l’originalità riflessiva che caratterizza il pensiero di Georg Simmel: sebbene il verdetto appaia complessivamente negativo per quanto riguarda il fenomeno della moda, egli suggerisce di cercare in ogni fenomeno un contraltare che riesca a cogliere l’interezza dell’ evento anziché fermarsi a metà strada. In questo caso riconosce che nonostante le indubbie limitazioni provenienti dall’esterno (e più specificatamente, dall’ambiente sociale in cui si convive), la moda può favorire lo sviluppo di una “libertà interiore” qualora l’aspetto prescrittivo e coercitivo dovuto alla pressione del gruppo venga rispettato solo dalla “periferia della vita”, elegante metafora per indicare il  nostro aspetto esteriore, superficiale. Così facendo, si evita qualsiasi tipo di forma conflittuale o dissapore che può provocare la diversità e al contempo coltivare in modo pacifico le proprie priorità e interessi.

L’esempio che ci propone è quello del celebre Goethe che, “con un volontario piegarsi alle convenzioni della società”, inteso come un’acritica accettazione dei costumi contemporanei, in cambio ottiene di poter “concentrare la libertà concessa dalla vita nella sua interiorità ed in ciò che per lui è essenziale”. 

Pagando il debito che ognuno di noi per necessità detiene nei confronti del contesto sociale di cui facciamo parte, possiamo, secondo Simmel, dedicarci alla costruzione del nostro intimo sé

In conclusione, abbiamo indagato attraverso le lenti di questo celebre pensatore dinamiche e configurazioni di un fenomeno talmente complesso e fecondo di riflessioni che cercare di “quadrare il cerchio”, usando una formula cara a Ralph Dahrendorf, ed esprimere una sentenza finale riguardo a quest’ultimo, sarebbe quantomeno azzardato.  

Ciò che risulta limpido ai nostri occhi rimane il ruolo preponderante che l’ambiente sociale, volenti o nolenti, esercita sulla nostra condotta individuale e, specialmente nell’ambito della moda, ci impone quotidianamente di tener conto di quest’ultimo quale che sia la nostra scelta finale e biografica. 

A cura di Andrea Fusco e Antonio Bocchinfuso

La Redazione di The Journal Asp

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