Il ruolo dell’Unione Europea nella nuova Guerra Fredda

È innegabile: stiamo assistendo ad un mutamento degli equilibri geopolitici internazionali. Se il XX secolo è stato definito il ‘secolo americano’, in gran parte dominato dagli Stati Uniti in campo politico, economico e culturale, oggi il ruolo egemonico della Casa Bianca è messo in discussione dalla veloce ascesa in campo internazionale della Cina di Xi Jinping. Il pendolo della storia si sta inesorabilmente spostando da Occidente ad Oriente.

Unione: terzo incomodo o mediatore?

L’arrivo del ‘secolo asiatico’, ampiamente preannunciato dagli analisti di politica internazionale, come è stato anche sottolineato da Josep Borrell, Alto Rappresentante per la politica estera europea, durante un suo intervento alla Conferenza annuale degli ambasciatori tedeschi tenutasi a Maggio 2020, è imminente. L’Unione europea si interroga su quale possa essere la traiettoria (ed il punto di arrivo) delle relazioni fra Washington e Pechino e se le due Potenze siano inevitabilmente imprigionate nella cosiddetta ‘Trappola di Tucidide’, teoria secondo la quale un conflitto fra una Potenza emergente ed una Potenza egemone diventa ineluttabile. Lo stesso ministro degli esteri di Pechino Wang Yi, in merito agli attuali rapporti sino-statunitensi, ha definito i due Paesi ‘ad un passo da una guerra fredda’.

Tuttavia, lo scenario che si sta delineando – e che tanto spaventa – è molto lontano da quello che ha visto contrapporsi USA e URSS nel secolo scorso. Oggi, infatti, non si prospetta una netta divisione del mondo in due blocchi ma sulla scena internazionale figura anche un terzo grande attore: l’Unione europea. In questo momento storico essa non può e non deve restare inerte, ma al contrario impegnarsi attivamente e lavorare intensamente con entrambi, Cina e Stati Uniti, per prevenire l’escalation di tensioni che le vedono protagoniste.

Di fatto, negli ultimi anni si è assistito ad un rapido peggioramento delle relazioni tra le due Potenze: non sono mancati conflitti per la supremazia in campo tecnologico, dispute sui diritti umani e più recentemente lo scontro sulla responsabilità della pandemia da COVID-19. Proprio quest’ultimo, a parere dei maîtres à penser di Bruxelles, può essere considerato l’acceleratore della storia che sta drammaticamente incrinando le tensioni tra i due Paesi.

L’ipotesi di una prossima rottura fra Cina e USA attualmente non può essere scartata e se lo scontro dovesse diventare non-pacifico, questo significherebbe lo stravolgimento dell’ordine geopolitico mondiale. In questo scenario l’Unione europea deve dotarsi di un approccio sistemico, una strategia ampiamente condivisa dagli Stati membri, per non rimanere schiacciata tra le due Potenze.

Entrambe, Cina e Stati Uniti, cercano nell’Unione un alleato che possa sostenere la causa dell’una o dell’altra. Sebbene l’UE sia una fedele alleata degli Americani, negli ultimi decenni essa ha sempre più considerato la Cina suo secondo partner commerciale. Le relazioni fra Pechino e Bruxelles si sono rafforzate in seguito agli aiuti cinesi che hanno contribuito ad aiutare la ripresa economica del continente europeo post crisi finanziaria del 2008, e successivamente nel 2017, quando il ‘Regno di Mezzo’ sostenendo la causa europeista non ha appoggiato la Brexit di Theresa May.

Se è vero che Washington e Bruxelles possono essere considerati ‘alleati naturali’ giacché condividono valori – quali libertà e democrazia – e sono uniti nella difesa dell’ordine internazionale liberale, negli ultimi anni si sono susseguiti programmi di politica estera, rivolti alle relazioni transatlantiche, diametralmente opposti.

L’America di Obama, ad esempio, pur lavorando in collaborazione con gli alleati europei –pensiamo all’Accordo di Parigi sul clima ed al patto nucleare iraniano – non ritenne però che l’Europa fosse il suo principale interlocutore in politica estera, concentrando il focus su Asia (con la strategia del Pivot to Asia), Medio Oriente e America Latina.

Diversamente America first’ è stato lo slogan del Repubblicano Donald Trump, il quale non ha esitato a nascondere la sua poca affinità con le organizzazioni internazionali, e Bruxelles non è stata un’eccezione. L’alleanza USA-EU è stata messa in discussione da Trump, definendo l’Europa un ‘nemico commerciale’ ed imponendo pesanti dazi sulle importazioni negli USA che sarebbero stati tolti durante il G20 dello scorso ottobre, tenutosi a Roma. L’Unione europea, dal canto suo, è riuscita ad ottenere una tregua solo con una politica economica incentrata su contro-tariffe (misure restrittive adottate in risposta ai dazi statunitensi).

È Joe Biden che con l’espressione We will be back’ rassicura l’Europa di Ursula von der Leyen, ribadendo che l’Asse USA-EU è la scelta migliore in un mondo che va verso lo ‘scontro bipolare’.

E’ possibile una nuova Road Map di pace?

La sua posizione è chiara: essa tende alla difesa del multilateralismo, come ribadito dagli stessi leader europei all’ultimo vertice del G20. Infatti, invece di scegliere fra i due poli, molti dei suoi Stati membri hanno da tempo ritenuto opportuno diversificare la loro politica estera per avere dei benefici dalle relazioni con entrambe le Potenze adottando una strategia ben precisa: l’Hedging. Essa si caratterizza come un approccio di copertura del rischio, finalizzato a massimizzare i benefici e minimizzare i rischi, in un contesto strategico incerto.

Ecco spiegato perché in questa prospettiva di scontro fra Stati Uniti e Cina, le capitali europee stanno cercando di restare ‘neutrali’. Ma è questa the best choice’?

Già da tempo la Cina va affermando che la democrazia portata avanti dagli enti multilaterali – quali ONU, Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale – si è dimostrata inefficace e sta cercando di creare un nuovo ordine internazionale alla cui guida vi è proprio il Regno di Mezzo, attraendo a sé anche alcuni Paesi europei.

È così che è stata creata la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), posta in contrapposizione alla World Bank, all’Asian Development Bank ed al Fondo Monetario Internazionale, queste controllate tutte strategicamente dagli USA. All’AIIB hanno aderito anche diciotto dei ventisette Stati europei.

La Cina per rafforzare il suo peso a livello globale ha, altresì, utilizzato lo strumento della Belt and Road Iniziative (BRI), nota anche come ‘la Nuova Via della Seta’, che si pone l’obbiettivo di realizzare una fitta rete infrastrutturale, via terra e via mare, per allargare l’espansione economica cinese verso altri Paesi dell’Asia, del Medio Oriente, dell’Africa e dell’Europa. Questa è certamente da parte di Pechino un mezzo di affermazione della cultura, della diplomazia e della politica cinese nel mondo, un nuovo progetto imperialistico, equivalente a quello che fu il Piano Marshall nel dopoguerra.

La scelta dell’adesione alla BRI è stata occasione di spaccatura all’interno dell’Unione europea. Si è a lungo discusso riguardo all’Italia, il quale è stato l’unico paese del G7 e l’unico fra i fondatori dell’UE ad aver siglato nel marzo del 2019 un memorandum d’intesa, scelta fortemente avversata e dalla Germania e dalla Francia.

Questi esempi evidenziano sempre più marcatamente come l’UE non stia agendo compatta in una realtà che forse avrebbe bisogno di una strategia comune, o quanto meno di una maggiore collaborazione fra Stati. Anche se sono convinta che quest’auspicio risulti di difficile realizzazione per la presenza di Paesi che non osano contrapporsi alla Cina perché inondati da suoi investimenti (vedi Grecia e Portogallo).

L’Unione europea dovrebbe fornire un modello di governance che sia espressione di un’ampia coesione, per dimostrare alla Cina che l’ordine internazionale liberale non è in crisi, sicuramente è ai minimi storici, ma è ancora la scelta migliore. Se fermare lo sviluppo economico cinese è impossibile, l’Europa e gli USA dovrebbero accettare tale crescita e allo stesso tempo fare in modo che la Cina agisca all’interno di chiare norme internazionali.

È opportuno che Bruxelles collabori con Pechino e Washington per perseguire politiche pragmatiche finalizzate al mantenimento della stabilità di equilibri geopolitici. In questo scenario è auspicabile un’accelerazione al cambiamento che porterebbe l’UE ad essere la Terza Potenza mondiale. Nel frattempo, l’Unione europea dovrebbe, altresì, lavorare intensamente con entrambi i blocchi e cercare di mediare il più possibile per allontanare la minaccia incombente di una nuova guerra fredda.

Se questo non accadrà, Bruxelles deciderà di schierarsi? Se sì con chi? Con Washington con cui ha anche un patto strategico e di alleanza militare (NATO) o con Pechino che è diventato un investitore essenziale?

O ancora, Pechino, Washington e Bruxelles potranno mai lavorare tutti insieme per creare una nuova road map di pace?

A cura di Nicoletta Nocera

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