Riflessioni sulla disabilità e l’inefficienza di Roma Capitale /Parte 3/

PRIMO TESTO – A cura di Angela Vivenzio

Ansia, paura, impotenza …

Queste sono le sensazioni che mi ha trasmesso il signore cieco che ho incontrato recentemente sulla metro in direzione Jonio, mentre andavo all’università.

Sconforto, rabbia e ancora impotenza…

Queste invece le mie sensazioni, causate dal desiderio di aiutare una persona in difficoltà ma, non sapendo come fare, rimango immobilizzata e osservo il suo annaspare nel fare un gesto che per altri quasi scontato: salire su una metro e trovare il proprio posto sul vagone.

Mi rendo conto d’un tratto che Roma, che per me è una casa bellissima e confortevole, per altri è invece scomoda e pungente, di certo non il luogo in cui vorrebbero abitare.

Roma può essere un labirinto spaesante;

Roma può essere una trappola da cui è difficile uscire;

Roma può essere una corsa a ostacoli giornaliera, dove bisogna avere il coraggio di chiedere aiuto, ma anche di aiutare.

Il signore della metro è apparso e scomparso nel giro di tre fermate, ma sono certa che il suo breve passaggio abbia fatto riflettere tutti i presenti sulla necessità di cambiare le cose, per rendere Roma una città sicura e agibile per tutti. 

Per trovare soluzioni concrete, immaginate di essere voi il signore della metro… non sarà difficile valutare l’importanza degli apparati acustici sulla metro, che indicano per esempio l’apertura e la chiusura delle porte. Utili sarebbero dei percorsi ad hoc per ipovedenti e ciechi, che permettano loro di accedere alle strutture in totale sicurezza, così come del personale specializzato di assistenza. In quel tragitto di sole tre fermate il signore non vedente della metro ha incontrato milioni di difficoltà.

Mi chiamo Angela e chiedo che a Roma SIGNORI E SIGNORE DISABILI NON DEBBANO PIÙ TROVARSI IN DIFFICOLTÀ NELLA METRO.

SECONDO TESTO – A cura di Giorgia Polidori

Testa, cuore, corpo.

Si capisce con la testa ma si condivide con il cuore, che non è sentimentalismo, ma significa che ognuno di noi deve, quando serve, immaginarsi nel corpo degli altri.

Molte persone a Roma vivono nella condizione di non camminare, non sentire, non vedere… 

Una città moderna deve offrire ciò di cui queste persone con handicap hanno bisogno per essere indipendenti e autosufficienti. 

Una città moderna deve essere attenta, non può girarsi dall’altra parte e lasciare le persone sole ad affrontare le difficoltà.  

Una città moderna vede, decide, e agisce.

Roma dovrebbe essere la capitale d’Italia, ma finisce per caratterizzarsi come la periferia abbandonata del mondo. Non dispone di percorsi speciali per coloro che non possono vedere o sentire, non dispone di discese sul marciapiede per facilitare coloro che non possono camminare, non dispone di segnali acustici adeguati al semaforo e non si cura della qualità dei mezzi pubblici che risultano inefficaci persino per persone senza alcuna disabilità. 

Le persone disabili a Roma mi sembrano tigri rinchiuse in gabbia nel bel mezzo della foresta. La cosa giusta da fare sarebbe spalancare quelle gabbie e permettere a tutti e tutte di muoversi liberi in questa foresta di arte e bellezza denominata Roma. 

Perché dovremmo lasciare questa gabbia chiusa? 

Non vi sentireste in trappola anche voi se il vostro desiderio di uscire,  

camminare, vedere, sentire fosse tenuto in ostaggio dalla mancanza di mezzi adeguati? E perché queste persone dovrebbero essere abbandonate come animali sul ciglio della strada, da soli, indifesi e senza aiuto?  

Non possiamo più accettarlo, non posso più accettarlo. 

Per capire le difficoltà degli altri dobbiamo farne esperienza, dobbiamo avere modo di sentire la porta del limite che si chiude dietro di noi: non sarà come vivere la stessa difficoltà e lo stesso disagio ma significherà acquisire la consapevolezza di quel disagio. 

Roma ha bisogno di evolvere, Roma non deve lasciare nessuno indietro, Roma non deve evitare i problemi ma deve renderli suoi, Roma deve cambiare mente e diventare più inclusiva di quanto lo sia adesso. 

Mi chiamo Giorgia e chiedo che a Roma NESSUNO SI SENTA PIÙ IN GABBIA. 

TERZO TESTO – A cura di Francesca Cabiddu

Dovere, potere.

Tutti, cittadini e cittadine, hanno oneri da sostenere, ma tutti possono sostenerli?

Una faccenda tanto semplice come recarsi agli uffici comunali non è un’impresa da poco per quei cittadini che soffrono di disturbi psicologici. Essi si ritrovano soli nel momento del bisogno, e anche chiedendo aiuto, spesso, non lo ricevono.

A Roma, nella loro capitale, non trovano assistenza;

a Roma, nella loro capitale, non sono indipendenti;

a Roma, nella loro capitale, si sentono in difetto. 

In difetto nel fare il bene della propria città, su indicazione della propria città. 

Città che però rende loro impossibile vivere come il resto della popolazione senza l’aiuto dei propri famigliari e conoscenti. 

Nella metropoli più grande d’Italia, le disabilità mentali sono ancora ignorate. Coloro che ne soffrono spesso non vengono neanche considerati “da assistere”.

Basterebbe così poco per garantire a tutti la sicurezza e l’indipendenza che si meritano, basterebbe fornire assistenza nei luoghi strategici della Capitale, a partire dagli uffici pubblici, specchio del funzionamento profondo di Roma.

E invece, lasciamo gli abitanti nella Metropoli ad affogare come naufraghi senza salvagente. È davvero così difficile guardarli per più di mezzo secondo e dar loro la cintura di salvataggio? 

Mi chiamo Francesca e chiedo che a Roma SI PORGA LA MANO A TUTTI, PERCHÉ NESSUNO DEVE ESSERE LASCIATO ANNEGARE. E NON NELLA CAPITALE D’ITALIA.

QUARTO TESTO – A cura di Emma Bellon

Occhi, orecchie, piedi.

Immagina di essere gettato in strada bendato, o con la musica a palla negli auricolari, o con le gambe legate. 

Prova – anche solo per un attimo – per metterti nei panni di qualcun altro;

prova – anche solo per un attimo – per comprendere cosa significa per una persona con disabilità muoversi nella giungla urbana;

prova – anche solo per un attimo – per sentire sulla pelle il rischio costante della tua incolumità.

L’unica differenza? 

Mentre tu, sentendoti insicuro, puoi riaprire gli occhi, riattivare tutti i tuoi sensi e magari scappare sulle tue gambe da una situazione di pericolo, qualcun altro potrebbe non avere la stessa opportunità. 

Per qualcun altro questa condizione è permanente;

per qualcun altro potrebbero non esserci delle cuffiette da disattivare o delle gambe da liberare dai lacci.

Immagina di trovarti dentro uno di quei sogni in cui scivoli per un tempo indeterminato senza riuscire a fermarti; in cui urli, imprechi, ti arrabbi, ma le persone attorno a te non riescono a percepire la tua presenza. 

Da questi sogni ci si può svegliare, si può bere un sorso d’acqua e fare dei respiri profondi mentre, guardandosi attorno spaesati nel buio ma nella sicurezza della propria stanza, ci si ricorda che questa non è la realtà. 

Almeno, non la tua. Eppure, per altre persone, questa è la quotidianità: affrontare giorno dopo giorno infiniti problemi perché nella città in cui si sceglie di abitare non si viene ascoltati. Nel luogo in cui si vuole costruire la propria dimora e la propria vita, i tuoi bisogni rimangono inascoltati.  

Si scopre così la mancanza di rampe adatte e a norma, percorsi sensoriali, semafori con sensori acustici, visite museali dedicate e di un milione di altre cose che rendono inumana la vita di comuni esseri umani.

È questa la città in cui tu vuoi vivere? È questo il modo in cui vorresti trattare circa 3.679.599 esseri umani?

Credo di no. Credo che notando tutte queste mancanze neanche tu puoi dormire sogni tranquilli, pensando a quel tuo potenziale vicino di casa che ha paura di uscire di casa solo. Quella tua potenziale vicina di casa che non vedi più al portone d’ingresso perché non sa più se può raggiungere il marciapiede opposto incolume.

Mi chiamo Emma e chiedo che Roma DIVENTI UNA CITTÀ UMANA AL 100 PER CENTO.

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