Coloro che credevano il conflitto pluricentenario tra Papato e Impero essersi ormai raffreddato tra le pagine di un passato più remoto che prossimo, farebbero ancora in tempo a ricredersi. Ebbene sì, la “Teoria dei Due Soli”, la stessa che già nei primi anni del 1300 trovò il sostegno dichiarato di Dante Alighieri -non certo ultimo degli intellettuali- torna oggi oggetto di critiche. Questa volta però, colui che guida il dibattito è assai lontano dalla definizione di “poëta laureatus” e porta la firma di Donald J. Trump.
Nelle ultime settimane, la tensione ideologica tra il Presidente USA e Papa Leone XIV è definitivamente divampata in uno scontro verbale senza precedenti. Ad accendere la miccia sarebbe stato il programma “60 Minutes” mandato in onda su CBS lo scorso 12 aprile, dedicato al primo Papa statunitense nella storia della Chiesa Cattolica. La puntata ha visto ospiti i cardinali Cupich, McElroy e Tobin, rispettivamente a capo delle Arcidiocesi di Chicago, Washington e Newark. I tre arcivescovi, mantenendosi saldi lungo la linea ideologica tracciata da Prevost, si sono espressi fortemente contrari alle decisioni adottate dall’attuale governo americano. La guerra contro l’Iran, per la quale Trump ha già perso il supporto degli elettori repubblicani più isolazionisti, viene giudicata dalla comunità ecclesiastica come una scelta voluta, piuttosto che dovuta. Le vittime del conflitto, ha incalzato Cupich, sono “disumanizzate” per mezzo di una comunicazione sui media che trasforma quotidianamente la guerra in motivo di intrattenimento – il cosiddetto “gamification of war”. Avvicinando poi lo sguardo alla politica interna, sono soprattutto le decisioni in materia migratoria a destare critiche. Se da un lato il sangue sparso dagli agenti di polizia dell’Ice non può essere dimenticato, anche la promessa di Trump di combattere l’immigrazione illegale si è risolta in delle politiche restrittive somiglianti più a “rastrellamenti”, nelle parole di McElroy.
Dietro alle dichiarazioni degli arcivescovi, emerge dunque chiara la posizione del Pontefice. Sebbene si sia sempre guardato dal fare riferimenti espliciti all’amministrazione statunitense, è innegabile che Papa Leone abbia intensificato, nelle ultime settimane, gli appelli di pace rivolti al Medio Oriente. Lo scorso 7 aprile, di fronte alla minaccia di Trump di distruggere “un’intera civiltà” qualora l’Iran non si fosse piegato al suo ultimatum, Prevost ha definito le parole del Presidente “inaccettabili”. Solo cinque giorni dopo, nel rinnovare il proprio augurio di pace, il Pontefice ha apertamente denunciato il “delirio di onnipotenza” e l’ostentazione del potere che sembrano alimentare il conflitto in Iran. In un chiaro, benché indiretto, appello al Segretario americano alla Difesa Pete Hegseth, ha poi ricordato che Dio non sostiene alcun conflitto, sebbene sia costantemente trascinato nei “discorsi di morte” volti a legittimare l’uso illecito della forza.
Che il Papa difenda i capisaldi della fede cristiana – e primo tra questi la pace- rientra nell’ordinarietà del suo ruolo, come ha rammentato ai giornalisti la stessa Giorgia Meloni. Di diversa opinione è invece apparso Trump, che incapace di metabolizzare il suo umiliante ritratto emerso da “60 Minutes”, ha optato per un post su Truth interamente fatto di accuse contro Leone. A giudizio del Presidente, il Pontefice non avrebbe peccato soltanto di scarsa lungimiranza in politica estera, bensì anche di ingratitudine nei confronti di colui che, a proprio avviso, avrebbe permesso la sua elezione al Pontificato (cioè Trump stesso). Quando le agenzie stampa avevano appena lanciato la notizia del post, The Donald ha poi rincarato la dose diffondendo un’immagine, generata dall’IA, raffigurante sé stesso nelle vesti di Gesù. Prima ancora che dal Vaticano, le reazioni sono giunte dagli stessi conservatori MAGA, i quali hanno energicamente accusato Trump di blasfemia inaccettabile. Nulla hanno potuto le dichiarazioni del Tycoon, secondo le quali il post sarebbe stato volutamente mal interpretato – non avrebbe osato paragonarsi al figlio di Dio, bensì “solo” ad un soccorritore della Croce Rossa! Qualche ora, e l’immagine è sparita dall’account del Presidente, sotto gli avvertimenti dello Speaker Mike Johnson. Forse che “l’anatra zoppa”, come ormai lo canzonano i Dem, abbia fatto il passo più lungo della -restante- gamba?
Secondo Antonio Spadaro, Sottosegretario del Dicastero Vaticano per la Cultura e l’Educazione, Trump mira a scalfire la voce morale del Pontefice “perché non riesce a contenerla”. Il Papa, d’altro canto, non si lascia certo trascinare in questa “grammatica della forza”, ed il motivo è stato lui stesso a spiegarlo. Lunedì 13 aprile, in partenza per un viaggio apostolico in Africa, Leone ha rivelato alla stampa di non aver timore del governo americano; rispondendo alle domande sui post di Trump, egli ha sottolineato come il proprio ruolo escluda necessariamente il pragmatismo politico e si rifaccia invece alle Sacre Scritture -cosa che forse, l’inquilino della Casa Bianca, aveva tralasciato di considerare.
Il giorno seguente, in occasione della Sessione Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, è giunto dal Vaticano un altro Messaggio, questa volta scritto. Sebbene risalga al 1° aprile, sia la data di pubblicazione che il contenuto del testo non lasciano dubbi rispetto alla fermezza del Papa di fronte agli attacchi di Trump. Qui Prevost ricorda che, affinché una democrazia possa dirsi autentica, non basta appellarsi all’ “autorità” per se, ma serve che questa sia esercitata in maniera legittima. La legittimità, continua il Messaggio, è imprescindibile dalla saggezza e dalle virtù morali della giustizia, fortezza e temperanza. Che queste qualità possano o meno rimandare un ritratto corrispondente al Presidente americano, lasceremo che siano i lettori a giudicarlo.
Ciò che emerge però in maniera chiara dagli scambi tra S. Pietro e Washington, è l’assottigliarsi di quelle barriere che da secoli separano, più o meno nettamente, il potere spirituale da quello temporale. Nel tentativo di riportare l’indice di gradimento verso la propria persona al di sopra del 35% segnato dai sondaggi, Trump si rivolge all’elettorato cristiano screditando quella che percepisce come una propaganda accusatoria proveniente dal Vaticano. La sua strategia segue il solito schema: bersagliare alleati e nemici in ugual misura prima, costringerli ad accettare dei “deals” poi. Nell’adottare questo modello verso il leader della Chiesa Cattolica, c’è solo un lieve impedimento. Se è vero che tutti i capi di Stato, benché in misure diverse, riconoscano una logica pragmatica ed imprenditoriale che è propria della dottrina politica, ciò non vale ugualmente per il Pontefice, che opera sul piano prettamente morale. Per Trump, questa sostanziale divergenza genera dunque un interrogativo rischioso: basterà infatti la promessa fatta – e già infranta- agli americani di provvedere al loro benessere materiale, per convincerli a rinunciare ad un benessere spirituale in così forte contrasto con le politiche del governo?
A cura di Sofia Mirri